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VINCERE UNITI O FALLIRE DA SOLI

Solo la cooperazione internazionale può farci uscire da questa emergenza e non il nazionalismo.

Articolo a cura di Tommaso Tacchetti, studente di biotecnologie presso l’Università Sapienza di Roma.

Immaginate per un attimo di salire su un aereo per raggiungere qualche luogo di villeggiatura insieme ad un vostro amico o amica. A causa di diverse disponibilità economiche voi siete costretti ad acquistare un biglietto per la classe economica, mentre il vostro compagno di viaggio ne sceglie uno per la prima classe, per non essere privato di tutti i comfort durante un lungo viaggio. Nonostante la differenza nel servizio che vi è riservata, a voi spetta un pasto tiepido dal dubbio sapore mangiato su un sedile che vi sta distruggendo la schiena, mentre il vostro amico si gode il suo piatto gourmet su una comoda poltrona, sapete che in caso di emergenza entrambi avrete a disposizione le stesse misure di sicurezza e uno stesso trattamento da parte degli eventuali soccorritori. È ovvio che in caso di una forte turbolenza il primo dispositivo di emergenza sono le maschere dell’ossigeno che calano dal pannello superiore per tutti i passeggeri. Ma nel nostro breve esperimento mentale, la maschera di chi come voi è nella classe economica non compare subito, mentre i passeggeri della prima classe hanno chi due, chi tre, chi persino dieci mascherine a disposizione durante questa intensa turbolenza che sta facendo sobbalzare l’intero aereo.

Questo piccolo sforzo immaginativo è molto utile per comprendere ciò che sta accadendo a livello globale per quanto riguarda la produzione e soprattutto la distribuzione dei vaccini contro il SARS-CoV2. Dal precedente paragone, per quanto semplice, è chiaro che i paesi dell’occidente, USA, Unione Europea, Regno Unito, Canada e Giappone sono i passeggeri in prima classe, più ricchi e privilegiati, mentre i paesi emergenti e a basso reddito, quasi tutte le nazioni africane, e molte di quelle asiatiche, siano i viaggiatori con il biglietto di classe economica. Non è scopo di questo articolo denunciare il divario di ricchezza fra le due categorie e le sue cause, quanto mostrare gli effetti su scala globale della differente capacità economica dei vari stati di poter acquistare e distribuire sufficienti dosi di vaccini per proteggere la propria popolazione.

La storia si ripete

La pandemia causata dal SARS-CoV2 non è il primo evento di questo tipo che accade nella storia recente. Il mondo dell’informazione ha dato molto rilievo negli scorsi mesi alle somiglianze fra la situazione attuale e l’influenza spagnola, sottolineando, giustamente, la diffusione a livello globale, la severità dei sintomi e la risposta messa in campo. In realtà, per questo ultimo punto è più efficace per la nostra analisi confrontare l’esperienza dell’influenza suina del 2009-2010 causata dal virus H1N1: in entrambi i casi si è arrivati allo sviluppo di un vaccino in tempi brevi (8 mesi contro il virus dell’influenza suina e 10 mesi contro il SARS-CoV2) e allo stesso modo le prime dosi prodotte sono state quasi completamente acquistate dai paesi occidentali, in primis gli USA, impedendo l’accesso al farmaco ai paesi più bisognosi come il Messico dove furono riscontrati i primi focolai. Gli Stati Uniti avevano acquistato circa 230 milioni di dosi e di queste solo 91 milioni sono state usate, 15 milioni sono state donate ai paesi del terzo mondo e ben 71 milioni di dosi sono state distrutte.

Il filo rosso che unisce queste due emergenze sanitarie è il comportamento delle nazioni del primo mondo, che anche nel caso attuale hanno stretto accordi bilaterali con le poche case farmaceutiche produttrici per avere la priorità sulle prime dosi dei vaccini, acquistandoli prima ancora che fossero autorizzati attraverso il meccanismo dell’advanced market commitments (AMC), per cui è possibile assicurarsi una porzione delle dosi prima dell’autorizzazione. Pertanto le prime fiale prodotte, già di per sé scarse, sono state subito assorbite dal fabbisogno europeo, nordamericano e giapponese, lasciando solo una piccola frazione disponibile ai paesi a medio e basso reddito. È stato stimato che la capacità produttiva per tutto il 2021 di AstraZenecaPfizer e Moderna si aggira intorno alle 5,3 miliardi di dosi (stima che potrebbe aumentare in base al regime di somministrazione di AstraZeneca), sufficienti a immunizzare una popolazione complessiva che potrebbe variare fra i 2,6 e i 3,1 miliardi di persone. La situazione è in realtà molto diversa: Stati uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada e Giappone si sono già assicurati la metà del totale, con la possibilità di nuovi accordi per aumentare le consegne, pur avendo solo un ottavo della popolazione globale. In particolare, il Canada è riuscito ad accaparrarsi 8 dosi per ogni abitante, gli Stati Uniti circa 7, Gran Bretagna e Australia hanno accordi per quasi 6 dosi pro capite e gli stati membri dell’Unione hanno a disposizione più di 4 dosi per abitante.

Questi numeri così elevati trovano una spiegazione alla luce del fatto che lo sviluppo e la produzione di un nuovo vaccino termina spesso con un insuccesso, pertanto le nazioni occidentali hanno investito miliardi di dollari nelle poche aziende produttrici per sostenere e velocizzare i tempi della ricerca, con la garanzia che le prime fiale prodotte sarebbero state consegnate proprio ai principali investitori. In questo modo le case farmaceutiche sono in grado di ridurre i tempi per lo sviluppo di un vaccino e non essere gravate da un eventuale fallimento e gli stati che hanno investito possono contare sul fatto che se anche un vaccino non dovrebbe essere efficace ne avranno certamente almeno uno che lo è.

Da quanto detto si prospetta all’orizzonte la minaccia di quello che, a ragione, viene chiamato “nazionalismo dei vaccini”, per cui pochi grandi attori internazionali competono per risorse limitate a scapito di tutti gli altri. Bisogna inoltre considerare altri due fatti che rendono problematico produrre e distribuire i vaccini: il primo è che i vaccini a mRNA di Pfizer-BionTech e Moderna hanno una tecnologia di ultima generazione, rendendone la produzione su larga scala possibile solo in pochi stabilimenti in tutto il mondo e che questi farmaci non sono composti solo da mRNA o Adenovirus, ma contengono altre sostanze chiamate adiuvanti, la cui produzione è isolata ad alcuni paesi. Ritengo per questo, e altri motivi, che sia più corretto parlare di un “nazionalismo sanitario” che riguarda non solo l’approvvigionamento di mascherine, respiratori, test diagnostici e componenti di vaccini, ma anche il fatto che il vaccino potrà essere usato come arma diplomatica sullo scacchiere internazionale in grado di riscrivere gli attuali rapporti di forza. Da qui in poi analizzeremo alcune situazioni particolari che possono ritenersi paradigmatiche di questo comportamento e tenteremo di proporne una possibile soluzione.

Velocità di curvatura

Sebbene in altri contesti la situazione particolare degli Stati Uniti sia un buon barometro per comprendere quella globale in questo caso le cose stanno diversamente. Fin dagli esordi della pandemia la presidenza Trump ha mostrato chiari segni di egoismo nazionalista con una chiara e semplice priorità riassumibile in “Prima noi, poi gli altri!”.  Risale al marzo 2020 la notizia per cui la Casa Bianca stesse contrattando l’acquisto per circa 1 miliardo di dollari dell’industria farmaceutica tedesca CureVac, che aveva iniziato a lavorare a un candidato vaccino, facendo indignare in questo modo i vertici politici e sanitari tedeschi che considerano questo delicato settore di rilevante importanza per la sicurezza nazionale. In aprile il presidente Trump aveva invocato il Defense Production Act, che può obbligare le aziende americane ad aumentare la produzione di oggetti ritenuti di importanza nazionale e ne permette un controllo più stringente, minacciando di bloccare la esportazione di respiratori verso il Canada o il Messico. Ciò in teoria si sarebbe potuto ripercuotere in modo negativo poiché queste due nazioni avrebbero potuto impedire l’esportazione di materiali necessari alla fabbricazione di mascherine, di cui gli Usa avevano un disperato bisogno. Questo episodio ci fa anche capire quanto le catene di approvvigionamento siano globali e ramificate e renda improbabile essere autosufficienti.

Un’altra strategia messa in campo dall’amministrazione Trump è la Warp Speed Operation (WSO), con a capo Mike Pence, che ha investito 10 miliardi di dollari nella produzione e distribuzione di dispositivi di protezione, test diagnostici e soprattutto vaccini. Trump ha quindi inondato letteralmente le industrie del settore di denaro, imprescindibile per poter continuare la sperimentazione, ma ha strumentalizzato questa operazione ai suoi meri fini elettorali. L’ex-presidente aveva infatti annunciato un vaccino sicuro ed efficace entro novembre, giusto in tempo per le elezioni, e aveva aspramente criticato con un tweet la Food and Drug Administration per voler rendere più stringenti i criteri di approvazione di un candidato vaccino, considerando ciò un atto di congiura nei suoi confronti. Sebbene gli stessi tecnici americani non siano sicuri sull’effettiva efficacia di questa operazione nello sviluppare un vaccino, è indubbio che Trump abbia personalizzato e politicizzato un processo che avrebbe dovuto essere apolitico e guidato dalla sola scienza. Infine il nazionalismo sanitario statunitense si evince dall’assenza degli USA nell’alleanza COVAX, il cui scopo è garantire un accesso equo e sostenibile ai vaccini per gli stati membri.

Vaccini e relazioni internazionali

Che il vaccino sarebbe diventato un nuovo strumento diplomatico per cambiare i rapporti attuali era prevedibile fin da subito, ma due casi sono degni di approfondimento, quello inglese e quello cinese.

Il Regno Unito, nell’ultimo anno di permanenza nell’UE, ha voluto dimostrare come la Brexit e la piena sovranità siano la soluzione migliore ad un’eventuale crisi globale. A dicembre il segretario dell’istruzione Gavin Williamson aveva affermato: “Abbiamo ovviamente il miglior sistema di regolazione!”. Sebbene questa sia una sola dichiarazione è molto esplicativa; il governo inglese ha deciso si agire autonomamente per autorizzare i vari vaccini, permettendo l’inizio della campagna vaccinale prima degli altri paesi europei.  Inoltre ha permesso l’uso del farmaco di AstraZaneca prima ancora di FDA o EMA poiché era il frutto anche degli sforzi dell’università di Oxford e quindi simbolo di orgoglio nazionale. La proclamazione di una fantomatica vittoria sugli altri da parte del governo inglese non tiene assolutamente conto che lo sviluppo dei vaccini è un risultato collettivo e senza nazionalità: il prodotto di Pfizer è stato ideato da due scienziati turchi, emigrati in Germania, sostenuti da un’industria americana e fabbricato in Belgio. Questo a riprova che la soluzione alla pandemia è solo globale.

Se da un lato l’occidente ha sperimentato la nuovissima tecnologia del mRNA per produrre alcuni vaccini, dall’altro la Cina è ancora rimasta ad una tecnologia primitiva e poco duttile che però non le ha impedito di creare ben 3 vaccini, due che usano il virus attenuato e uno con vettore ad adenovirus. Lo scopo principale del Dragone è usare il vaccino per risollevare la sua immagine internazionale che ha subito un notevole declino. La Cina è stata fin da subito accusata di aver tenuto nascosta la diffusione del virus e spera di poter rimediare offrendo al mondo i suoi vaccini. Nel mirino del soft power cinese sono presenti principalmente paesi asiatici, africani e sudamericani che sono rimasti esclusi dalla distribuzione dei vaccini avocati quasi completamente dai paesi occidentali. Tra questi troviamo Egitto, Indonesia, Malesia, Messico, Turchia e Brasile e altri ancora e con essi la Cina ha stilato accordi per effettuare i test clinici di fase 3 e per avere una distribuzione preferenziale dei suoi vaccini. È molto probabile che quando il mondo supererà la pandemia gli equilibri geopolitici saranno molto mutati, anche a causa della poca lungimiranza dei paesi occidentali.

Exit strategy

La cooperazione internazionale nella ripartizione dei vaccini non è necessaria solo moralmente, ma soprattutto economicamente per evitare la distruzione delle supply chain globali e inutili conflitti internazionali. È ovviamente comprensibile che i governanti pensino prima ai propri cittadini e potrebbe sembrare un suicidio politico, anche dal punto di vista elettorale, voler cedere le proprie dosi a paesi poveri. Ma se c’è una cosa che abbiamo imparato da un anno a questa parte è che non possiamo ritenerci intoccabili dagli eventi lontani da noi e pertanto non possiamo pensare di tornare a una vita il più normale possibile se le nazioni intorno a noi sono ancora piegate dal virus.

Se l’occidente si accaparra la maggioranza del siero cosa rimane a tutti gli altri? Poco e niente, per lo meno nelle prime fasi della vaccinazione. Ma all’orizzonte qualcosa si muove ed è l’alleanza globale COVAX. Questa è uno strumento di cooperazione internazionale messo in atto da enti governativi, come l’Unione Europea, organizzazioni internazionali come la GAVI, l’Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione, e la CEPI, Coalizione delle innovazioni per la preparazione alle epidemie e no-profit come la Fondazione Bill e Melinda Gates. Lo scopo della COVAX è consegnare ai paesi a basso e medio reddito ben 2 miliardi di dosi di vaccini entro la fine del 2021. La sua missione è nobile, ma fin dalla fondazione questa alleanza sembra purtroppo destinata a fallire. A gennaio 2021 COVAX aveva raccolto 700 milioni di dosi, nemmeno la metà del suo obiettivo, e solo 300 di queste erano davvero disponibili, le restanti 400 milioni sono degli advanced market commitments. Le criticità della sua azione risiedono in due motivazioni principali: la prima è che la partecipazione a COVAX non impedisce agli stati membri di siglare accordi bilaterali con le case farmaceutiche, quindi si ha una paradossale competizione interna per il vaccino e inoltre questa alleanza non è riuscita a coinvolgere grandi attori internazionali quali gli USA, che potrebbe aderire con Biden presidente,  e la Russia che avrebbero portato risorse non indifferenti al raggiungimento degli obbiettivi.

Sebbene lo scopo e la funzione di COVAX siano assolutamente necessari, la cooperazione globale dovrebbe basarsi su una maggiore partecipazione degli stati e dell’industria, in modo tale da rendere la produzione di vaccini il più flessibile possibile e evitare la distruzione delle supply chain. AstraZeneca e Novovax hanno infatti ingaggiato produttori internazionali come il Serum Institute of India, che potrebbe diventare il maggior produttore in assoluto di vaccini. Inoltre, data l’alta probabilità di fallimento di molti candidati, la produzione dovrebbe puntare sui vaccini che già sono stati autorizzati e di cui si conosce l’efficacia e quindi evitare inutili sprechi di risorse economiche. L’esempio è in casa nostra: per quanto il governo possa sponsorizzare il vaccino “tutto italiano” di Reithera, avrebbe molto più senso iniziare la produzione di altri tipi di siero. Oltre ad agire è necessario anche creare un sistema di controllo sulle forniture mediche di vario genere, per non ripetere quanto visto a marzo e aprile, quando i paesi dell’Unione avevano impedito l’esportazione di mascherine e ventilatori. Tale sistema avrebbe il compito di aumentare la trasparenza e coordinare lo sforzo internazionale.

In conclusione, abbiamo potuto constatare quanto sia necessaria un’azione globale tale da permettere una rete di produzione e distribuzione flessibile e geograficamente distribuita per assicurare a tutto il mondo non solo la consegna del vaccino, ma anche per prevenire le prossime minacce pandemiche e per ottenere ciò si ha bisogno di trasparenza, fiducia negli enti coinvolti e accesso all’informazione.