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UNA FERITA SENZA PRECDENTI: IL CASO LEVANTE

Articolo a cura dei Giovani Democratici Piacenza.

Piacenza è sempre stata una città riservata, quasi sconosciuta ai più nonostante le bellezze lasciatele da una storia romana prima e legata
all’eredità della famiglia Farnese poi. Una città che in inverno si nasconde spesso nella nebbia e in primavera risplende con i prati verdi delle sue colline.
Piacenza non è mai stata nelle pagine della cronaca nazionale, forse perché da sempre abituata ad uno stile di vita tranquillo e riservato. Qualcosa però si è rotto, lasciando la città sgomenta di fronte a titoli di giornali dirompenti che mai l’avevano vista protagonista in questo modo.

Abusi, tortura, traffico e spaccio di stupefacenti, arresto illegale, rivelazione e uso di segreti d’ufficio. Queste sono le accuse principali nei confronti di alcuni carabinieri della Caserma Levante di Piacenza. Capi di imputazione che il 22 luglio 2020 hanno portato al primo sequestro in Italia di un’intera caserma di Carabinieri, e alla presenza di Piacenza nelle prime pagine di cronaca di tutta Italia.

Lo stesso giorno, nella conferenza stampa del Capo della Procura della Repubblica, presso il tribunale di Piacenza, la dottoressa Grazia Pradella annuncia con parole addolorate, arrabbiate e sconvolgenti che la Caserma Levante, situata nel centro storico della città, in via Caccialupo, sarebbe sotto sequestro perché identificata come possibile teatro di reati impressionanti, commessi, secondo le accuse, da agenti dell’Arma dei Carabinieri. I più gravi di
questi risalirebbero al periodo di lockdown del 2020 mentre Piacenza, distante appena 10 chilometri dall’epicentro pandemico di Codogno, contava ogni giorno decine di morti da coronavirus. 

Tutto è partito grazie ad una segnalazione di un Carabiniere che da 26 anni vestiva la stessa divisa di chi ora è sotto accusa. L’indagine, rinominata Odysseus, è stata poi condotta dalla Guardia di Finanza con il supporto della Polizia Municipale e nel luglio 2020 ha portato all’incriminazione a vario
titolo di 23 persone, l’arresto di sei carabinieri e la denuncia di altri militari per ipotesi di reato legate ad un presunto sistema criminale di spaccio di sostanze stupefacenti. 
 
L’iter processuale di questa vicenda si è spezzato principalmente in tre tronconi. Gli avvocati di 5 carabinieri hanno scelto il rito abbreviato mentre un altro ha scelto il dibattimento. I presunti spacciatori hanno invece optato per il patteggiamento. A distanza di mesi dai fatti incriminati i processi non sono
ancora conclusi e non hanno portato alla condanna di nessuno degli indagati. 
Durante questi mesi si sono costituiti parte civile l’Arma stessa e le persone percosse, che, a più riprese, hanno testimoniato di aver ricevuto vere e proprie torture e vessazioni.

Per giorni Piacenza è stata, persino su BBC e New York Times, la città della Levante, unica caserma di un corpo delle forze armate mai sequestrata dall’autorità giudiziaria in tutta la storia repubblicana. Un’intera città schiava di una notorietà mai voluta ma accostata giocoforza ad una delle vicende giudiziarie più clamorose degli ultimi anni, capace di farm tremare l’immagine che l’Arma dei Carabinieri si è costruita nei suoi 206 anni di storia al servizio del paese.

La vicenda della Levante, in tutto il suo fragore dissacrante, ha mostrato come anche un elemento portante della Repubblica, con migliaia di uomini e donne da sempre al servizio del paese e delle sue istituzioni, può essere vittima di veri e propri sistemi criminali. Fortunatamente l’Arma dei Carabinieri è altro rispetto alle vicende narrate nell’indagine Odysseus, e la storia del nostro Paese ci ha mostrato che i suoi veri rappresentanti sono costruiti a immagine e somiglianza del Carabiniere grazie alla cui segnalazione tutto ciò che avveniva nella Levante è potuto venire a galla.

Piacenza, stretta fra Odysseus e un’altra indagine in cui protagonista è anche la ndrangheta, Grimilde, è ora una città ferita nel profondo della sua storia. Una città che deve imparare a risollevarsi senza dimenticare che il nemico può essere anche meno lontano di quanto si possa pensare. Come giovani non ce lo dimenticheremo e continueremo a batterci per difendere e vigilare, nel nostro piccolo, sulla difesa dei valori della legalità e della giustizia.