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THE OTHER SIDE OF THE ATLANTIC: LA NOTTE PIÙ LUNGA

Articolo a cura di Tommaso Bonaiti, membro della segreteria regionale dei GD Emilia-Romagna.

Dopo un impeachment, ben due ondate di coronavirus, oltre 200.000 morti e milioni di contagiati, mesi di proteste e disordini a sfondo sociale e razziale, la nomina della giudice tradizionalista e conservatrice Amy Comey Barrett alla Corte Suprema a pochi giorni dalle elezioni nonostante un precedente contrario creato dai Repubblicani nel 2016. E in generale dopo un anno estremamente caotico dove poteva sembrare che la situazione gli fosse sfuggita di mano, ecco che nella notte più lunga e decisiva della storia recente degli Stati Uniti, forse più ancora di quella del 2016, anche alla luce di un’affluenza che pare destinata a segnare un record per gli ultimi 100 anni, Donald Trump è ancora vivo politicamente, con la Casa Bianca che pare destinata a sfuggirgli per pochissimi voti, talmente pochi che ricorsi e riconteggi sembrano molto probabili.

Joe Biden, il candidato democratico, sembrava avere un vantaggio più solido di quello con cui quattro anni fa Hillary Clinton si presentava al giorno delle elezioni. I sondaggi lo mostravano in una posizione non solo migliore rispetto a quella di Clinton nel 2016, ma anche molto meno oscillante e quindi meno soggetto a impreviste fluttuazioni statistiche.

L’andamento del vantaggio di Hillary Clinton nel 2016 e di Joe Biden nel 2020 su Donald Trump.

È vero che nelle elezioni presidenziali americane conta vincere il voto nei singoli Stati, non quello complessivo dell’intera nazione, in una sorta di sistema maggioritario ponderato per la popolazione di ciascuno Stato, ma anche da questo punto di vista Biden sembrava in netto vantaggio, con Trump costretto a non perdere quasi nessuno dei cosiddetti Swing States, cioè gli Stati considerati contendibili. Addirittura la pagina Facebook Elezioni USA 2020, da anni specializzata nel seguire la politica americana, aveva stimato un possibile risultato ottenuto considerando cosa accadrebbe se i sondaggi nel 2020 fossero altrettanto sbagliati, a favore dei Democratici, di quanto lo fossero nel 2016, e i risultati sono più che eloquenti.

Il risultato delle elezioni presidenziali 2020 se i sondaggi fossero stati altrettanto sbagliati che nel 2016.

Già sulla East Coast – dove i seggi chiudono prima e i dati arrivano in anticipo rispetto agli altri – i Democratici avevano a disposizione tre veri e propri match point rappresentati da Florida, Georgia e North Carolina, tutti Stati dove i sondaggi prevedevano un leggero vantaggio democratico. Tuttavia, dalle proiezioni basate sui primi risultati reali la vittoria di Trump è apparsa subito certa in Florida e molto probabile in Georgia e North Carolina. Il risultato nel primo di questi Swing State potrebbe essere stato influenzato dalla scelta del Presidente uscente, in passato residente nello Stato di New York, di spostare qui la propria residenza e dalla sua capacità di attirare l’elettorato ispanico, che spesso è molto religioso e quindi socialmente conservatore e che proprio in Florida comprende una grossa fetta di esuli cubani che votano a destra principalmente per tradizione anticastrista. La Georgia e la North Carolina, invece, dopo essere state per molte ore considerate ormai come probabili vittorie repubblicane, sono tornate in bilico nel corso della notte, quando è emerso che i voti anticipati espressi di persona o via posta stavano venendo conteggiati dopo quelli espressi durante l’Election Day, e non prima come inizialmente previsto. difatti, ci si aspettava che i voti anticipati fossero più favorevoli ai Democratici, più preoccupati e sensibili alla pandemia di coronavirus, mentre i Repubblicani avrebbero votato in massa nel giorno delle elezioni. La situazione ha raggiunto vette altissime quando si è scoperto che in particolare ad Atlanta, grande metropoli della Georgia e roccaforte democratica, il conteggio dei voti anticipati era rimasto indietro a causa della rottura di un tubo dell’acqua.

Sono arrivati da subito segnali contrastanti anche da quegli Stati del Midwest che avevano consegnato la vittoria a Trump quattro anni fa, cioè quelli che compongono la cosiddetta Rust Belt, il cuore industriale degli Stati Uniti ormai in declino a causa della globalizzazione dell’economia e della delocalizzazione e robotizzazione della produzione industriale. Per esempio l’Ohio – che nel 2016 si era spostato in modo deciso verso il Partito Repubblicano – che qui aveva vinto di 8 punti percentuali, è apparso subito in bilico, il che avrebbe dovuto far ben sperare i Democratici per quanto riguarda gli altri Stati della regione, cioè Michigan, Winsconsin, Minnesota e Pennsylvania. Il sondaggista Nate Silver, fondatore del sito di analisi elettorale FiveThirtyEight e considerato un’autorità del settore, sostiene infatti che la Rust Belt negli ultimi decenni ha sempre mostrato una tendenza elettorale comune nelle elezioni presidenziali. Tuttavia soprattutto il Michigan e il Wisconsin sono sembrati inizialmente andare verso Trump (il Minnesota invece si è confermato la solida roccaforte democratica che è sempre stata fin dai tempi di Ronald Reagan), finché non si è scoperto che anche lì i voti anticipati espressi in massa dalle grandi città come Detroit stavano venendo conteggiati per ultimi e non per primi come previsto, creando quindi l’illusione di una possibile vittoria repubblicana che con l’avanzare dello scrutinio si è dissolta. Questi due Stati sono al momento assegnati a Joe Biden, ma il margine di vittoria è risicatissimo, smentendo così i sondaggi che prevedevano un’affermazione non bulgara, ma comunque comoda dei Democratici e aprendo la strada alle richieste di riconteggio dei Repubblicani.

Un discorso a parte merita la Pennsylvania. Qui convivono due realtà: la solidissima roccaforte democratica rappresentata – anche grazie a una popolazione a maggioranza afroamericana – dalla città portuale di Philadelphia e un entroterra industriale in declino che nel 2016 ha consegnato questo Stato a Trump Qui era previsto che venissero contati prima i voti dell’Election Day e poi quelli anticipati, ma i primissimi risultati sono andati a favore di Biden, poi Trump ha cominciato a rimontare fino ad accumulare un vantaggio che a un certo punto ha toccato i 700000 voti (più di 10 punti percentuali), ma mancano ancora buona parte dei voti di Philadelphia e dintorni, ma per ribaltare il risultato di questo Stato a Biden servirà vincere di oltre 50 punti percentuali di distacco su Trump in questa zona, cosa difficile ma non impossibile, appunto perché le grandi città votano in massa per i Democratici. In ogni caso, potrebbero volerci giorni per conoscere il risultato finale della Pennsylvania, se non settimane, poiché durante la campagna elettorale Trump e i Repubblicani hanno paventato in continuazione il rischio di irregolarità e addirittura di brogli a favore dei Democratici proprio attraverso il voto via posta, arrivando al punto di compiere una vera e propria operazione di sabotaggio dello US Postal Service, con tagli al personale e scene emblematiche in cui le postazioni dove imbucare la posta in partenza e quindi anche i voti anticipati venivano smantellate e portate via da appositi furgoni, e di presentare in tribunale varie richieste di limitare il più possibile questa opzione, per esempio restringendo la finestra temporale entro cui devono arrivare i voti via posta per essere considerati validi, richieste che però in Pennsylvania sono state perlopiù respinte.

Trump già nella notte aveva reclamato una chiara vittoria in Georgia, North Carolina, Michigan, Winsconsin e Pennsylvania, cercando di screditare la validità del voto anticipato e puntando così a ottenere una vittoria mediatica che gli permetterebbe – facendosi forte anche del fatto che gli Americani sono abituati a conoscere il risultato delle presidenziali già il giorno dopo le elezioni – di chiedere di chiudere il conteggio e presentare come illegittimo e quindi contestare un eventuale ribaltone dovuto al voto via posta che al momento viene conteggiando per ultimo quasi ovunque, con la prospettiva di portare il caso di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti, dove il Presidente uscente ha nominato ben tre giudici dando così ai Repubblicani una netta maggioranza.

Tuttavia nel Sud-Ovest i Democratici – che non sono riusciti a prendere il Texas che però è diventato finalmente contendibile – sembrano destinati a conquistare l’Arizona, un tempo solida roccaforte repubblicana che ora ha cambiato orientamento a causa di fattori demografici comuni a tutta l’area del Sud-Ovest, cioè immigrazione da altri Stati di persone laureate e forza-lavoro qualificata e crescita della componente ispanica della popolazione, che qui è fortemente solidale con gli immigrati dell’ultima ora a causa della vicinanza con il confine con il Messico. A questo si aggiungono i violenti scontri che si sono verificati tra Trump candidato Presidente prima e Presidente poi e il popolarissimo Senatore dello Stato John McCain, eroe di guerra sopravvissuto a cinque anni di prigionia in Vietnam e candidato repubblicano perdente contro Obama nel 2008 che è poi morto nel 2018 di tumore al cervello, ricevendo funerali di Stato in Campidoglio: la vedova McCain, infatti, ha dato un endorsement, cioè una dichiarazione pubblica di sostegno, a Joe Biden, e questo avrà sicuramente spostato molti voti. 

Con l’Arizona democratica e un’eventuale tenuta di Trump in Pennsylvania, si prospetta addirittura la possibilità di un pareggio nel numero di Grandi Elettori (cioè i delegati che effettivamente vanno a votare, in genere vincolati de jure o de facto al voto popolare del proprio Stato, il Presidente) tra i due candidati. In questo caso a essere decisivi i distretti congressuali del Maine e del Nebraska: questi due Stati, a differenza di tutti gli altri assegnano i propri Grandi Elettori in blocco al candidato che prende più voti al proprio interno, ne assegnano due al vincitore nello Stato e uno ciascuno ai vincitori dei singoli distretti congressuali. Il Maine, a maggioranza democratica, ha però un distretto rurale che potrebbe essere vinto dai Repubblicani, mentre i Democratici potrebbero vincere, nel Nebraska repubblicano, il distretto dove si trova la città di Omaha. Se i Repubblicani tenessero entrambi questi distretti e si arrivasse a un pareggio, ci troveremmo davanti a una situazione che si è presentata solo due volte nella storia degli Stati Uniti, di cui una nel 1824 e l’altra nella serie House of Cards: il Presidente sarebbe scelto dalla Camera dei Rappresentanti, che esprimerebbe però un solo voto per ogni delegazione statale (i 53 deputati della California, per esempio, esprimerebbero un singolo voto dopo aver deciso fra di loro per quale candidato esprimerlo). In questo caso sarebbe decisiva la composizione della Camera eletta contemporaneamente al Presidente, ma è probabile che prevarrebbero i Repubblicani, i quali a meno di una ondata di voti per i democratici che evidentemente non c’è stata (o meglio c’è stata, ma è stata bilanciata da un’ondata quasi uguale da parte dei Repubblicani), controlleranno la maggioranza delle delegazioni statali, dato che i Democratici tendono ad eleggere molti deputati negli Stati più popolosi. Al momento però Biden avrebbe vinto il secondo distretto del Nebraska (mentre quello del Maine sarebbe andato a Trump), il che potrebbe portarlo a una vittoria al cardiopalma con 270 Grandi Elettori contro i 268 di Trump, ma renderebbe comunque inutile un ricorso e un riconteggio in Pennsylvania, anche se il Presidente uscente potrebbe sempre richiederli pure in altri Stati dove si trovasse a perdere di misura. 

In sintesi, la ormai probabile conquista dell’Arizona, del distretto in bilico del Nebraska, l’incertezza sull’assegnazione della Georgia e la rimonta ormai completata in Michigan e Wisconsin sembrerebbero far propendere l’ago della bilancia a favore di Joe Biden, dopo una prima parte della nottata in cui il conteggio tardivo dei voti anticipati e delle grandi aree urbane aveva creato una sorta di miraggio in cui sembrava che il Presidente avesse fatto un colpo ancora più grosso di quello del 2016. Nulla però è ancora deciso, perché Trump ha dimostrato ancora una volta di saper rimescolare i pronostici della vigilia, con una buona metà del paese che nonostante tutto ha continuato a sostenerlo con entusiasmo e con una consistente fetta del suo elettorato che continua tenacemente a sfuggire alle rilevazioni dei sondaggisti, come dimostrano i sondaggi che si sono rivelati ancora più sballati che nel 2016 in molti Stati decisivi, anche se forse questa volta non basteranno a consegnargli la vittoria.

The Donald appare dunque più combattivo che mai e pronto ad alzare il livello dello scontro con l’apertura di una vera e propria crisi costituzionale che si giocherà su due livelli: uno giudiziario, portando nelle aule di tribunale e, come detto, fino alla Corte Suprema ogni possibile ricorso e ricconteggio; l’altro popolare, con la mobilitazione di piazza dei suoi sostenitori, anche loro decisamente agguerriti e quanto mai abituati a dimostrazione spettacolari e sopra le righe, quando non decisamente intimidatorie o addirittura violente (basti pensare che pochi giorni fa un corteo di pickup di sostenitori di Trump ha cercato di speronare e mandare fuori strada il pullman della campagna di Biden). Ma anche una grossa fetta della base democratica, che già percepisce il risultato del 2016 come un'”elezione rubata” a causa della ben nota sconfitta di Trump contro Clinton nel voto popolare complessivo (che è però ininfluente nel sistema elettorale americano), appare pronta a scendere in strada contro la prospettiva che i Repubblicani possano riprendere la Casa Bianca in modo ancora più rocambolesco e poco trasparente rispetto a quattro anni fa, per cui il rischio di scontri si fa sempre più minaccioso.

Quel che è sicuro è che questa elezione non assomiglia né alle nette vittorie democratiche con Obama nel 2008 e 2012, né all’improvviso ma altrettanto netto ribaltone di Trump del 2016, ma semmai a quella del 2000 fra Bush e Gore, che si trascinò per settimane prima di arrivare a un risultato definitivo, e in quel caso fu il candidato democratico a tirarsi indietro per “non spaccare la Nazione”, cosa che è improbabile che possano fare Trump o Biden, dal momento che gli Stati Uniti già sono spaccati nettamente in due fazioni sempre più polarizzate e contrapposte, che non si differenziano più solo per le opinioni e l’appartenenza politica, ma anche per la cultura, gli stili di vita e il modo stesso di intendere il fatto di essere cittadini americani (e non a caso si accusano a vicenda di non essere dei veri Americani), al punto che ormai questi due gruppi non si riconoscono quasi più come legittimi interlocutori politici.

Questa situazione non cambierà sicuramente nel breve periodo, sia che alla fine prevalga Biden o che la spunti invece Trump: come ha detto durante la nottata il commentatore politico della CNN Van Jones, l’elettorato progressista si aspettava da queste elezioni non solo una vittoria politica che riportasse un Presidente democratico alla Casa Bianca, ma anche una vittoria morale che spazzasse via Trump e dimostrasse in modo inappellabile che questi ultimi quattro anni sono stati un errore, ma così non è stato. Per giunta, se la vittoria politica al momento è in bilico, la vittoria morale va decisamente a Trump, che ha dimostrato di non essere una semplice meteora di passaggio, bensì il capostipite di una nuova proposta politica capace non solo di mettere radici, ma anche di espandersi in fasce di elettorato inaspettate come quello ispanico, in cui il Presidente ha guadagnato diversi punti percentuali dappertutto, cosa che i Repubblicani, specie quelli più centristi e moderati, si proponevano di fare da anni senza successo.

Se anche The Donald non venisse riconfermato alla Casa Bianca, è improbabile che sparisca dalla scena politica, al contrario è probabile che assumerebbe un ruolo informale da “capo dell’opposizione” simile ha quello che ha avuti in questi ultimi quattro anni Obama, e nulla gli impedirebbe di ricandidarsi nel 2024, o di candidare la figlia Ivanka se si dovesse sentire troppo vecchio (se vi sembra fantapolitica, ricordate che l’eredità politica di George Bush senior fu raccolta proprio dal figlio George Bush junior, che succedette a Bill Clinton che aveva sconfitto suo padre). La stessa Ivanka che potrebbe candidarsi comunque per succedere al padre nel 2024 se quest’ultimo mantenesse il suo posto alla Casa Bianca, magari andando a sfidare a quel punto l’astro nascente della sinistra del Partito Democratico, quella Alexandria Ocasio Cortez che potrebbe trovarsi la strada spianata di fronte a sé nel caso in cui il candidato espresso dai Democratici centristi e moderati fallisse per la seconda volta di fila contro Trump.

Non sappiamo ancora dunque chi siederà nello Studio Ovale tra pochi mesi, ma sappiamo che il Trumpismo, o nazionalismo populista, o nuova Destra sociale in salsa americana comunque si voglia chiamare la proposta politica di Trump, è qui per restare.