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THE OTHER SIDE OF THE ATLANTIC – IL MOMENTO DELLA SVOLTA

Articolo a cura di Tommaso Bonaiti.

Sono state settimane decisive per il futuro degli Stati Uniti d’America e forse del mondo: sull’onda dell’entusiasmo democratico che già aveva consegnato questo Stato a Joe Biden alle Presidenziali, e forse anche grazie alla sfiducia instillata dallo stesso Trump tra gli elettori repubblicani riguardo alla validità ed efficacia del processo elettorale, il 5 gennaio gli attesissimi ballottaggi per i due seggi senatoriali della Georgia (normalmente i due Senatori di ogni Stato vengono rinnovati in anni diversi, ma in questo caso si teneva un’elezione supplettiva dovuta a una dimissione per motivi di salute) hanno visto la vittoria dei candidati democratici, cioè Jon Ossoff, in precedenza produttore di documentari investigativi su casi di corruzione e discendente di Ebrei russi emigrati per sfuggire a dei pogrom, e il pastore afro-americano Raphael Warnock, da molti considerato il successore morale di Martin Luther King, essendo il pastore di quella stessa Ebenezer Baptist Church di Atlanta che era stata la parrocchia del leader del movimento per i diritti civili negli anni ’50 e ’60

Questa doppia vittoria consegna al Partito Democratico una risicatissima maggioranza al Senato, dove si è venuta a creare una situazione di pareggio, con 50 seggi su 100 controllati da ciascuno dei due principali partiti americani, che potrà però essere sbloccata durante le procedure di voto dal ruolo di tie-breaker riservato alla Vice-Presidenza, a cui la Costituzione assegna automaticamente il ruolo di Presidente Pro-Tempore del Senato con diritto di voto in caso di parità. È probabile dunque che vedremo molto spesso Kamala Harris intervenire in aula per sciogliere delle situazioni di parità, ma in questa nuova situazione veramente sul filo del rasoio saranno anche decisivi i senatori centristi di entrambi gli schieramenti, in particolare il democratico Joe Munchin III della West Virginia, storicamente di sinistra sui temi economici ma estremamente conservatore sul piano dei diritti civili, e nel Partito Repubblicano Mitt Romney dello Utah, Lisa Murkowski dell’Alaska e Susan Collins del Maine, tuttə e tre nemichə politichə di Trump o perlomeno in rapporti abbastanza problematici con l’ex Presidente.

Non sarà dunque semplice per i Democratici portare avanti la propria agenda politica, ma questa vittoria sicuramente rappresenta un importante passo avanti, insieme al mantenimento della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e alla conquista della Casa Bianca. E d’altra parte il grande punto di forza di Joe Biden dovrebbe essere proprio la capacità di dialogare anche con i Repubblicani, sia per le sue posizioni politiche comunque relativamente centriste e moderate, sia per le sue personali doti di empatia e capacità di mediazione.

Il giorno successivo, il 6 gennaio, mentre arrivava l’ufficialità dei risultati georgiani, si sono verificati invece gli eventi che probabilmente abbiamo visto tutti, e che hanno dato la scossa definitiva all’impasse istituzionale che si era creato in seguito alle elezioni. Mentre il Congresso, Camera e Senato, era riunito a Capitol Hill per certificare i risultati elettorali di novembre e la vittoria di Biden, una variopinta e a tratti carnevalesca, ma pur sempre armata, folla di Trumpisti, Qanonisti (i sostenitori di una bizzarra teoria del complotto riguardante i più svariati crimini e manipolazioni attribuite ai dirigenti del Partito Democratico, alle star di Hollywood e ai dirigenti della macchina amministrativa americana che di recente ha preso piede su Internet), nostalgici della Confederazione, suprematisti bianchi e neo-fascisti si sono riuniti a Washington D.C. (aizzati anche da Trump tramite un discorso e i soliti post su Twitter, a quanto pare il mezzo comunicativo prediletto dall’ex Presidente per creare un senso di comunicazione diretta con la sua base elettorale), hanno preso d’assalto la sede del potere legislativo, lasciata forse volutamente sguarnita di difesa e protezione dal potere esecutivo.

Capito Hill durante l’insurrezione (foto di Reuters).

Vale la pena soffermarsi su quest’ultimo punto: durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, i centri del potere federale sono stati sempre protetti da Trump con uno schieramento di forze massiccio e militare, mentre in questo caso a Capitol Hill si trovavano solo la Capitol Police, cioè la forza di sicurezza di Capitol Hill, e la polizia del District of Columbia, non certo la forza armata più combattiva presente negli Stati Uniti (una breve ricerca su YouTube vi permetterà di trovare le immagini dell’ultimo Gay Pride di Washington, con i partecipanti che twerkano sulle auto della polizia e gli agenti che se la ridono), e in ogni caso totalmente inadeguata a contrastare un’azione eversiva di questa portata. È inoltre interessante notare che Trump si è ostinatamente rifiutato di fare intervenire ulteriori forze di sicurezza anche quando i manifestanti sono penetrati all’interno del palazzo, arrivando a occupare anche molti uffici congressuali e le stesse anticamere delle due aule, con alcuni di loro che si sono dati al saccheggio e alla ricerca di souvenir, ma con altri che fucili d’assalto alla mano e fascette di plastica alla cintura (utilizzabili potenzialmente per legare degli ostaggi) si sono trovati in un vero e proprio stand-off armato con le forze di sicurezza alle porte dell’aula della Camera.

Affinché la situazione si risolvesse e i lavori del Congresso potessero riprendere, il Vice-Presidente Mike Pence, presente in quel momento a Capitol Hill per certificare i risultati elettorali e su cui Trump aveva fatto non poche pressioni nei giorni precedenti affinché ostacolasse il processo, ha dovuto prendere una decisione assolutamente senza precedenti, anche se è passata piuttosto in sordina: scavalcando il suo Presidente ha chiesto l’intervento delle Guardie Nazionali dei due Stati confinanti con il District of Columbia, cioè Maryland e Virginia, ma un intervento di forze armate su territorio federale quale è Washington sarebbe stata in teoria prerogativa di Trump in quanto Commander-in-Chief di tutte le forze armate americane. A Mike Pence va dunque tributato tutto il merito di aver preso una decisione coraggiosa e tecnicamente incostituzionale, anche se è pur vero che il Presidente si era reso irreperibile, il che avrebbe potuto giustificare un intervento vice-presidenziale; in ogni caso, Pence ha decisamente dimostrato più carattere di quanto ne ebbe Vittorio Emmanuele III quando Mussolini fece marciare i suoi su Roma.

Una domanda sorge comunque spontanea di fronte a questi eventi: qual era l’obiettivo di Trump? Alcuni hanno parlato di un tentato colpo di Stato, ma possiamo supporre che veramente il Presidente volesse bloccare i lavori del ramo legislativo e in particolare la certificazione della vittoria di Biden con la forza? Tutto ciò è estremamente improbabile, intanto perché il Congresso può, in caso di pericolo, decidere di riunirsi a porte chiuse e in un luogo segreto, e in secondo luogo perché una mossa del genere avrebbe necessitato di un forte sostegno delle forze armate, che però Trump sapeva benissimo di non avere, visto che i principali comandanti militari americani dichiaravano da settimane che non si sarebbero fatti coinvolgere nel processo elettorale, e infatti le forze armate hanno prontamente risposto alla chiamata di Pence, cosa che avrebbero potuto anche non fare, dichiarando di prendere ordini solo dal Presidente.

Credo personalmente che in realtà Donald Trump puntasse semplicemente a intorbidire ulteriormente le acque, a costringere il Congresso a certificare la vittoria democratica di novembre a porte chiuse o, al massimo, a distruggere o far sparire i voti cartacei espressi dai Grandi Elettori dei vari Stati per scegliere il nuovo Presidente (cosa che tra l’altro è stata evitata per un pelo), in modo da esasperare i sospetti su possibili irregolarità di queste elezioni.

In ogni caso, il Presidente si è reso responsabile di una violazione senza precedenti delle regole costituzionali americane e della democrazia in generale, nonché indirettamente della morte di un agente di polizia e di quattro suoi sostenitori (di cui uno in mezzo alla calca si sarebbe accidentalmente sparato un colpo di taser nei genitali, e a cui non possiamo dunque esimerci dall’assegnare, a imperitura memoria, il premio Darwin per le morti più stupide), oltre che del ferimento di svariate altre persone. Più sul lungo termine, con i suoi incitamenti a non dare fiducia alla democrazia e all’uso invece della violenza, perché è questo che fa secondo lui un vero patriota, Trump ha definitivamente risvegliato, ma non è stata certo la prima volta che si è mosso in tal senso, alcune tendenze anti-democratiche mai sopite nella società statunitense. Tendenze che potremmo definire, per così dire, “proto-fasciste”, poiché pur non disponendo di una vera e propria struttura ideologica autoritaria, mettono al centro della propria azione politica l’uso della violenza di piazza e spesso anche di vere e proprie azioni intimidatorie e squadriste, e di cui la lunga storia del Ku Klux Klan rappresenta l’esempio più ovvio. Non dobbiamo farci ingannare dal tizio vestito da scoiattolo che guida la carica nelle vesti di sciamano del movimento qanonista, o da quell’altro che tutto sorridente si porta a casa il podio della Speaker della Camera Nancy Pelosi, o da quell’altro ancora che si fa i selfie nell’ufficio della stessa Speaker, perché il pericolo per la democrazia è stato reale e continuerà a esserlo in futuro. Non dimentichiamo infatti che pure Alberto Moravia scrisse di quanto sul momento gli sembrò buffo, goliardico e carnevalesco l’ingresso delle Camice Nere a Roma nel 1923.

Questo stato di tensione politica richiederà tempo e pazienza per essere lenita, ancora di più nel mezzo della pandemia globale che stiamo vivendo e che ha messo a nudo tutte le debolezze dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti, ma forse è una fortuna che tutto ciò si sia verificato adesso e con un’azione tutto sommato inefficace e scomposta del fronte nazional-populista. Penso infatti che populisti, nazionalisti e sovranisti di tutto il mondo, Europa compresa, guardassero con estrema attenzione a come Trump si sarebbe mosso: un qualche successo dei suoi tentativi eversivi avrebbe potuto screditare la forza della democrazia anche altrove ed essere preso a esempio da altre forze politiche ideologicamente affini, mentre il suo fallimento dovrebbe invece fungere da deterrente per chiunque sognasse di provare qualcosa di simile.

Nei giorni successivi all’attacco a Capitol Hill il sistema di potere trumpiano è infatti in buona parte crollato: non è stato di nuovo processato, per motivi puramente legati alle tempistiche dell’azione del Congresso (ma la Camera dei Rappresentanti ha comunque avviato la procedura di impeachment), e non è stato rimosso dal suo governo tramite l’applicazione del 25esimo emendamento della Costituzione perché i suoi membri hanno ritenuto inutile un simile atto di forza. Tuttavia, nelle ultime due settimane l’intera macchina governativa federale si è comportata come se il Presidente fosse di fatto destituito, facendo riferimento a Mike Pence, mentre gli insight di chi frequenta i giri giusti di Washington ci dicono che Trump si è barricato alla Casa Bianca circondato dai suoi fedelissimi, che sono perlopiù degli “yes-men” e “yes-women” che non hanno fatto altro che alimentare la sua paranoia e il suo scostamento dalla realtà, alimentando sui social persino la fake news secondo cui l’assalto al Campidoglio sarebbe stata un’azione di tipo “false flag” organizzata dai progressisti, dai democratici e in generale dalle classi dirigenti ostili a Trump per screditarlo, in modo simile a quando nel 1933 i Nazisti incendiarono il Reichstag a Berlino e diedero la colpa ai Comunisti. Per fortuna questa ennesima falsità non ha attecchito presso l’opinione pubblica, presso cui i sondaggi hanno registrato un crollo verticale della popolarità dell’ormai ex Presidente, il quale non ha saputo fare di meglio che scapparsene nella sua residenza in Florida per non partecipare, il 20 gennaio, alla cerimonia di inaugurazione del suo successore, portandosi via, in un ultimo, comico quanto disperato gesto di sgarbo, la valigetta con i codici che controllano l’assenza le nucleare americano (non preoccupatevi, quei codici sono ora disattivati e Biden ne ha di nuovi).

Joe Biden e Kamal Harris, accompagnati dal l’inno americano cantato per l’occasione da una Lady Gaga che sfoggiava un completo che sembrava uscito da The Hunger Games, hanno potuto quindi entrare in carica senza ulteriori fastidi, anche se in una Washington blindata per il timore di nuove violenze e semivuota per via della pandemia: il nuovo Presidente nel suo discorso inaugurale ha parlato della necessità di riunificare la nazione, una cosa che si dice sempre una volta che si sono vinte le elezioni, ma che in questo caso è sembrata molto più veritiera e molto meno retorica, e si è poi messo subito al lavoro firmando già nel suo primo giorno in carica ben 17 ordini esecutivi che cancellano alcune delle decisioni più dannose di Trump, che prevedono tra le altre cose il rientro negli Accordi di Parigi e nell’OMS, la fine del “travel ban” che Trump aveva imposto contro alcuni paesi a maggioranza musulmana nei primi giorni della sua Presidenza e ai finanziamenti federali per la costruzione del muro di confine con il Messico.

Ora i Democratici hanno una possibilità storica per definire la direzione in cui si muoveranno gli Stati Uniti, l’Occidente e il mondo nel prossimo futuro, e spetta solo a loro approfittarne: controllano la Presidenza e, per quanto con maggioranze ridotte, entrambi i rami del Congresso, e inoltre a breve si porrà il problema di ridisegnare i distretti elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una pratica di cui nell’ultimo decennio i Repubblicani hanno ampiamente approfittato per ottenere vantaggi elettorali. E ancora, sarà cruciale approfittare delle difficoltà dei loro avversari, poiché ora che l’establishment repubblicano è stato costretto ad abbandonare Trump al suo destino, già circolano indiscrezioni, riportate dal Wall Street Journal, della possibilità che Trump fondi un suo partito, che potrebbe prendere il nome di “Patriot Party”, cosa che spaccherebbe la Destra americana e, dato il loro sistema elettorale strutturalmente maggioritario, potrebbe compromettere in modo molto grave le possibilità dei Repubblicani di tornare al potere. Trump infatti sembra intenzionato a mantenere la sua fetta di influenza sulla politica americana e ha già dimostrato in passato, con le politiche ma anche con i suoi passati cambi di casacca tra Democratici e Repubblicani (un tempo era stato uno dei principali finanziatori dei Clinton) che non gliene importa proprio nulla della visione politica repubblicana classica e dello stesso Partito Repubblicano.

Voglio chiudere dedicando due menzioni d’onore: la prima a Kamala Harris, prima donna a salire alla carica di Vice-Presidente degli Stati Uniti, e forse in futuro anche a quella di Presidente, che si è vestita in modo molto simile alla Presidente Lisa Simpson immaginata dall’omonima serie, una scelta che dubito sia stata casuale e che perpetua l’ormai nota leggenda metropolitana secondo cui i Simpson prevedrebbero il futuro.


La seconda a Bernie Sanders, che se ne è rimasto un po’ in disparte durante la cerimonia di inaugurazione, con addosso i guantoni della nonna e lo stesso cappotto che indossa nell’immagine che è diventata una famosa base per meme spesso accompagnata dal text “I’m once again asking for…”, perché, come riportato dalla pagina Facebook Viral Memes for Quarantined Kids, “avere più di un cappotto invernale è decadenza borghese”.

Il suo atteggiamento corrucciato sembra dire: “Anche a questo giro la rivoluzione la facciamo la prossima volta”, e ci fa capire che probabilmente avrebbe sempre voluto esserci lui a giurare su quel palco, nonostante il lealissimo supporto che ha dato a Biden. Tuttavia avrà presto l’occasione di lasciare l’ impronta delle sue idee su questa Amministrazione: con la nuova maggioranza democratica al Senato infatti lo aspetta molto probabilmente la cruciale Presidenza della Commissione Bilancio, che significa che l’autorizzazione di ogni spesa del governo federale dovrà passare attraverso la sua approvazione.