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SI SCRIVE VACCINO SI LEGGE GEOPOLITICA (PT. 2)

Articolo a cura di Filippo Simeone e Ernesto Bossù.

Stati Uniti: pagherà la strategia “America first”?

Il neo-presidente Joe Biden in campagna elettorale aveva promesso 1900 miliardi per fare ripartire gli USA. E così è stato. Di questi, 14 miliardi sono andati al rafforzamento della distribuzione del vaccino, e 49 al rafforzamento dei test e della ricerca sul Covid-19. Una mossa importante, necessaria per ripartire e dimostrare di essere ancora egemone, in materia strategica ed economica. Sicuramente questo è stato un forte segnale di discontinuità rispetto a Donald Trump, che aveva investito appena un miliardo di dollari nella ricerca del vaccino Astrazeneca e altrettanti equamente distribuiti tra Moderna e Johnson&Johnson. Proprio per comprendere a pieno la pochezza strategica dell’ex-presidente nei confronti del vaccino è doveroso anche ricordare l’uscita dall’OMS degli USA, poi da “Sleepy Joe”, e l’affermazione poco felice sul virus che secondo il magnate repubblicano, cioè: “iniettando dosi di disinfettante  nei pazienti si ucciderebbe e si ripulirebbero i  polmoni”.

Se la coppia Biden-Harris ha raggiunto con 42 giorni d’anticipo rispetto alla fine dei primi 100 dichiarati, il traguardo di 100 milioni di dosi somministrate, con il 23% degli americani che ne ha ricevuto almeno una e il 12% completamente immunizzato, lo deve soprattutto alla casa farmaceutica Pfizer. Infatti sono state inviate all’estero 4 milioni di dosi esclusivamente made in Astrazeneca, 2,5 in Messico e 1,5 in Canada, e in un edificio in Ohio ne sono conservate altre 30 milioni. Il prodotto della casa anglo-svedese non è ancora stato approvato dalla FDA, Food and Drug Administration, sostanzialmente il corrispettivo oltreoceano dell’EMA, vuoi per ragioni pratiche e ideologiche. Da un lato Washington non vuole compromettere la fiducia dei propri cittadini nei confronti dell’immunoprofilassi cominciando a distribuire un siero che in Europa è costato diversi attacchi di trombosi e tanta diffidenza. Dall’altro proprio su Astrazeneca Donald Trump, giocando di sponda con il premier britannico Boris Johnson, aveva investito tanto, poco più di un miliardo di dollari come detto prima, e, sia per la discontinuità voluta dal neo presidente, sia per la poca trasparenza dell’azienda, Biden ha deciso di invertire la rotta. L’Unione Europea ha, tra l’altro, tentato di elemosinare qualche dose, non riuscendoci.

Strategicamente parlando Washington non si limita comunque ai due stati confinanti, ma ha una visione più ampia. In tal senso è doveroso richiamare l’alleanza del “Quad”, un quadrilatero di sicurezza creato nel 2004 da USA, India, Giappone e Australia con lo scopo all’inizio di aiutare il Sud-Est asiatico dopo lo tsunami, poi per frenare l’avanzata cinese. A seguito dell’esitazione dell’Australia e la sua conseguente uscita poco dopo la fondazione, nella conferenza ASEAN di giugno 2020 si è ristabilito il rapporto tra le quattro potenze. Di fondamentale importanza sarà la sfida che avrà luogo nel 2022, con un miliardo di dosi Johnson&Johnson previste per l’India e soprattutto per il Sud-Est asiatico, finanziate da USA e Giappone e distribuite dall’Australia. Ovviamente Pechino non è rimasta indifferente, ma ritiene il “Quad” “spuma del mare, destinata a disperdersi presto”.

Per fare un quadro generale bisogna soffermarsi infine sulla conferenza di Monaco e sul G7 di febbraio. Qui il presidente Biden ha auspicato “una profonda collaborazione tra USA e UE”, per fermare l’ascesa asiatica. In realtà Francia e Germania non sono così convinte, con Parigi che ritiene necessario “meno diktat e più dialogo” da parte di Washington. Non dimentichiamo poi che la Cina si è stabilizzata prepotentemente in Europa, a Duisburg, fulcro centrale del trasporto su gomma tedesco, che copre un panorama di 200 milioni di persone più o meno benestanti (Germania, Nord-Italia, Olanda, Belgio, Francia, Austria). A livello di cooperazione vaccinale si è deciso di stanziare 5 miliardi totali, 4 da parte americana e uno da parte europea, per distribuire il vaccino in maniera più equa. Per dover di cronaca è anche necessario sottolineare l’esistenza, più simbolica che reale, della “NATO dei vaccini occidentali”, ossia una cooperazione tra USA e UE per aiutarsi a vicenda in ambito sanitario. Al netto di tutto ciò che è stato detto poc’anzi, si tratta di una questione limitata prettamente al mondo dell’immaginazione. Washington ha scritto nella propria fronte “American First” quattro anni fa e nonostante il presidente ora sia un democratico non ha intenzione di cancellarlo. Quella di Biden è stata una scommessa e non può infatti permettersi di avere una ruota sgonfia da tirare avanti come l’Unione Europea.

Unione Europea: uno, nessuno, centomila.

Il vecchio continente è in ritardo, ancora una volta. Di fronte alle percentuali positive di vaccinati di Israele, USA, e UK, l’Europa si aggira attorno al 12% di persone che hanno ricevuto almeno una dose. Numeri che non sono dunque così positivi e che anzi, potrebbero ritardare, e non poco, la ripresa economica.

Eppure l’UE aveva investito sulla ricerca del vaccino, soprattutto su quello Pfizer-BioNTech, essendo una delle due case farmaceutiche tedesca. Berlino stessa si è preoccupata di dare quasi 500 milioni all’industria germanica, per favorire la ricerca. Ma allora perché non riesce ad ingranare? Le motivazioni sono varie:

  1. I contratti stipulati tra UE e case farmaceutiche sono impugnabili. La trattativa è stata condotta dalla Commissione Europea in maniera sbagliata, ma più di tanto non si poteva comunque fare. L’essere europei impone questo, cioè rappresentare 27 paesi di cui solo uno, la Germania, avrebbe le capacità di dettare le regole del gioco, avendo come ospite in casa la sede di BioNtech. Il vecchio continente, però, si limita a quello, ed è quindi comprensibile una trattativa sbilanciata a favore del privato.
  2. Gran parte delle case farmaceutiche e degli enti produttori dei vaccini, come citato precedentemente, non hanno sedi produttrici in Europa. Al problema legale, dunque, si aggiunge quello geografico.
  3. La ragione sicuramente più importante è la potenza dello Stato. Le grandi potenze come Cina, Russia, USA, o gli alleati diretti di esse come il Regno Unito e Israele, che vantano anche una produzione propria, hanno il coltello dalla parte del manico nel dialogo con le grandi case farmaceutiche. Risiedendo sul loro territorio, da un momento all’altro gli stati potrebbero appropriarsi direttamente della produzione, nuocendo al bilancio delle multinazionali farmaceutiche.
  4. Capacità di spendere i soldi. Durante la ricerca del vaccino Pfizer-BioNTech, il vecchio continente ha fatto la sua parte, investendo centinaia di milioni di euro. Donald Trump è stato immobile, completamente fermo. Alla fine del 2020, però, la casa farmaceutica si è seduta al tavolo con Washington e non con Bruxelles, perché le dosi gli USA erano disposti a pagarle 20 euro per dose mentre l’UE appena 15.

A questi si aggiunge un’altra dinamica, che merita un paragrafo a sé: l’Europa non è uno Stato unico e neppure una confederazione di Nazioni. Da anni, per non dire decenni, assistiamo in Italia a politici che propugnano l’idea che quelli in cui viviamo siano gli “Stati Uniti d’Europa”. Si tratta di un’affermazione tanto bella quanto utopica. La realtà dei fatti, messa alla luce ancora una volta dalla pandemia, è che esiste un organo centrale di ricerca, l’EMA, ma anche tante realtà nazionali che hanno tempi di approvazioni, per esempio dei sieri, diversi. Lo scoglio burocratico ci assilla continuamente, frenandoci nel progresso e non permettendoci di stare al passo con le altre grandi potenze. Ciò potrebbe comportare seriamente il fallimento dell’ideale europeo. Con il vaccino lo scacchiere globale si sta evolvendo e se l’UE non dovesse riuscire a destreggiarsi unita e con decisione in esso, la fine potrebbe essere più che mai vicina.

Peraltro la stessa Commissione Europea si trova ogni volta a dialogare con 27 stati di natura e cultura diverse, che hanno esigenze altrettanto difformi tra loro. Ogni Nazione fa storia a sé, elaborando strategie parallele anche parallele con le altre. Per esempio l’Ungheria usa il vaccino russo e cinese, la Polonia tratta con Pechino, la Slovacchia punta su Sputnik, la Repubblica Ceca userà i vaccini Pfizer importati da Israele e aprirà una sede diplomatica a Gerusalemme.

In Italia la situazione non è distinta dal resto dell’UE. Matteo Salvini, leader della Lega, a inizio marzo ha avuto contatti con il segretario di Stato al Lavoro di San Marino Teodoro Lonfernini per discutere del vaccino Sputnik, già in uso nella micro-nazione. I legami tra Mosca e Lega sono noti a tutti e Salvini, nonostante lo scandalo sollevato da “L’Espresso” qualche anno fa, che ha suscitato nell’opinione pubblica abbastanza clamore, ha intenzione di continuare a dialogare con Putin.
Allo Spallanzani di Roma è già in corso la sperimentazione dell’immunoprofilassi russa, è stato istituito anche un forum italo-russo con la funzione di confronto tra le massime autorità russe e italiane. Proprio il forum ha l’obiettivo di chiarire tutti i dubbi su Sputnik per riuscire, al più presto possibile, a mettere a disposizione del Paese un siero in più. Della produzione nella penisola se ne occuperà Adienne, che tramite il presidente Di Naro fa sapere che “verranno prodotte milioni di dosi all’anno, a prescindere dall’approvazione dell’Italia”.

Tirando le somme di questo sguardo che abbiamo cercato di dare sul Mondo, abbiamo visto quanto il contrasto al Covid-19 vada ben al di là della polemica quotidiana, come ad esempio oltre all’isteria di massa a seguito di morti non correlabili al vaccino Astrazeneca, che ha addirittura portato allo stop per dei giorni del suo uso in molti stati europei.

Le fiale dei vari sieri sono diventate merce nello scambio tra sovranità politica ed economica, addirittura diventando molte volte scambi obbligati, perché le sedi di produzione e i suoi diritti sono tesori custoditi gelosamente.

Qui il punto è che l’Europa si è trovata impreparata davanti a un fenomeno di questa portata. Ha contribuito sicuramente la sua disomogeneità politica e organizzativa, ma anche e soprattutto l’autorevolezza dei suoi rappresentanti. Non è un caso che i principali vaccini occidentali, cioè Pfizer, Astrazeneca e Moderna siano stati quasi interamente finanziati da stati e organi europei, ma alla fine i diritti di produzione e la distribuzione delle dosi stesse sono state ad appannaggio esclusivo delle aziende private, che hanno privilegiato Israele (per ragioni di test sulla popolazione) e gli USA, che comunque rimangono all’oggi la prima potenza mondiale.
In tale contesto l’Europa si è dimostrata impotente e non al passo con i tempi, che richiedono uno Stato forte con connotati sociali prominenti, tanto da imporre il bene della propria popolazione prima del profitto dei pochi.

Chi scrive spera si possa iniziare a discutere con vigore della necessità di una Europa basata sul welfare e la messa in accusa dei profitti delle multinazionali in campi sanitari, perché la salute delle persone deve venire sempre prima di ogni moneta. Ad esempio sentiamo la necessità di ricercare una formula che colleghi l’OMS, i diritti sui brevetti e lo sviluppo di nuove tecnologie per il contrasto di patologie e virus. Questa necessità era presente anche prima, ma la pandemia ha accelerato la presa di coscienza – speriamo – di molti, anche perché i dati economici prevedono che nel giro di un anno la diffusione del Covid sarà talmente bassa che la domanda porterà ad una diminuzione del prezzo dei suoi vaccini ai livelli di qualsiasi filiala anti-influenzale.
L’emergenza era ieri ed è oggi, ed è inaccettabile che vi siano alla base delle scelte di produzione argomenti puramente legati al profitto.

Foto tratta dal film “Il settimo sigillo”.

La Geopolitica all’inizio l’abbiamo descritta come un gioco di scacchi e considerando che in ballo ci sono vite umane, forse la rappresentazione più azzeccata è quella partita alla fine del film “Il settimo sigillo”: una mossa sbagliata può portare alla morte, perché letteralmente vi è alla base un principio tanto crudo quanto vero, cioè quello del “mors tua vita mea”.


Signore e signori, fate il vostro gioco.