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SHE DID IT!

Articolo a cura di Margherita Victoria Tacchetti.

Trentasei anni dopo la prima candidatura di una donna, Geraldine Ferraro, alla vicepresidenza e quattro anni dopo la sconfitta di Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca, Kamala Harris è diventata la prima donna, la prima donna non bianca, nonché la prima donna di origine asiatica, vicepresidente degli Stati Uniti: la seconda carica più potente dello stato. Ecco perchè la sua vittoria è importante per tutte e tutti.

Tutto è iniziato il 12 agosto 2020 quando il candidato del Partito Democratico alle elezioni presidenziali, Joe Biden, ha scelto Kamala Harris come sua candidata alla vicepresidenza. Una scelta definita da molti come prevedibile e rivoluzionaria allo stesso tempo. Prevedibile perché dopo la sua rinuncia alla corsa per la presidenza, Harris è stata sin da subito inserita nella rosa dei candidati per far parte del ticket di Biden, ed era anche la favorita.

Il tweet con cui Biden annuncia la nomina.

Come dicevo, questa scelta è stata considerata anche come rivoluzionaria, principalmente per via delle origini e della carriera passata di Harris. Difatti, Kamala Harris è figlia di due immigrati: sua madre era una ricercatrice sul tumore al seno di origini indiane, mentre suo padre – all’epoca in cui i suoi genitori si conobbero – era uno studente di economia. I suoi genitori erano molto vicini ai movimenti per i diritti civili e per i diritti degli afroamericani che stavano nascendo negli anni ‘60. Partecipavano alle marce e alle manifestazioni non violente e portavano con loro le figlie. Ma, nonostante il suo background di provenienza, molti all’interno dell’ala sinistra del partito democratico americano hanno definito Harris come una “poliziotta”, per via della sua precedente carriera da procuratrice. Harris, infatti, prima di diventare senatrice nel 2017 è stata la prima donna non bianca a diventare procuratrice distrettuale di San Francisco prima, e procuratrice generale della California poi. Ha ricoperto questi importantissimi ruoli in un momento in cui non solo il tasso di reati in tutti gli Stati Uniti era altissimo, ma molto spesso sorgevano disordini molto violenti in California per via delle questioni razziali. Pertanto, anche se nella sua carriera ha preso qualche scelta poco felice, non si possono tacere diverse e importanti prese di posizione e alcune significanti misure da lei adottate.

Nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ‘90 e gli anni 2000 la politica americana stava vivendo un periodo molto particolare, in quanto il partito repubblicano e il partito democratico avevano posizioni affini sulla cosiddetta “guerra alla droga” e sulla “tolleranza zero” nei confronti di chi commetteva alcuni tipi di reati. Tuttavia, Harris fu una delle prime persone a capire che la politica della tolleranza zero non solo era inutile, ma era anche dannosa e creava maggiore insicurezza, oltre a discriminazione ed emarginazione. Era inoltre contraria alla pena di morte e lo fu anche nel caso di omicidio di un poliziotto. Per giunta, non appena diventata procuratrice distrettuale adottò un programma che potesse far fronte al problema della dispersione scolastica, capendo da subito che c’era una correlazione tra l’abbandono scolastico e la commissione di reati. Pertanto, è davvero difficile continuare a pensare che lei sia una “cop” e che non sia abbastanza progressista. Specialmente perché l’America di oggi non è più l’America degli anni ’90. E mentre prima ci si poteva permettere di non esporsi troppo su certi temi, oggi non è più possibile.

Biden ed Harris devono la vittoria a molti giovani, ma soprattutto a molti afroamericani – mobilitati principalmente da Stacey Abrams – che sono andati a votare e hanno votato per loro nella speranza di un cambiamento della loro condizione. Persone che molto probabilmente non accetteranno più posizioni moderate se si dovessero presentare altri episodi di discriminazione razziali. E questo Kamala Harris lo ha dimostrato molto bene quando lei stessa correva per la Casa Bianca. Famoso è infatti il dibattito con Biden, in cui lei lo rimprovera di aver sostenuto una legge durante la presidenza Clinton che era discriminatoria nei confronti dei neri.

Biden e Harris durante uno dei dibattiti per le primarie dei democratici.

Kamala Harris non è solo la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente, ma è anche la prima donna non bianca in quella posizione. E questo fatto è molto importante se consideriamo che l’America di oggi è più divisa che mai sulle questioni razziali. I quattro anni di Trump; l’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto, l’ultimo di una lunga serie; le manifestazioni di protesta che ne sono scaturite; le altre violenze ai danni dei neri che sono continuate in questi mesi; il coronavirus che ha mostrato ancora di più il divario tra bianchi e neri nell’accesso alle cure mediche. Questi sono solo alcuni dei fattori che hanno riaperto una ferita che in realtà non è mai rimarginata, mostrando al mondo che il cosiddetto “free world” continua ad avere problemi razziali ancora oggi nel 2020. Ecco perché la figura di Kamala Harris per il ticket di presentazione alle elezioni e, dal 20 gennaio 2021, come nuova vicepresidente è importante: perché c’è un paese da riunificare non solo da un punto di vista politico, ma anche sociale, economico e razziale.

Il risultato delle elezioni della scorsa settimana, però, non è importante solo per le donne e le ragazze americane. Quella che Harris ricoprirà dal 20 gennaio prossimo è, piaccia o meno, una delle cariche più importanti al mondo, e vedere che per la prima volta nella storia a ricoprirla è una donna (una donna non bianca) è un passo avanti per tutti e tutte. Molti pensano che non sia necessario ricorrere ai simboli in lotte importanti come la parità di genere o l’antirazzismo. Ma non è così. La politica e la storia sono fatte di simboli. I simboli sono forma, e la forma molto spesso è sostanza. Se fino a ieri avevamo visto solo uomini giurare insieme ad altri uomini davanti al Campidoglio, a gennaio per la prima volta vedremo una donna che non sarà lì come second lady. Avere donne che ricoprono ruoli importanti in politica, e non solo, è un presupposto necessario per normalizzare la loro presenza nelle istituzioni e in altri ambiti. Per rendere normale qualcosa che fino a ieri era eccezionale.

Naturalmente, come volevasi dimostrare i commenti sessisti e misogini non si sono fatti attendere. A cominciare da Trump che per tutta la campagna elettorale si è rifiutato di chiamarla con il suo nome e l’ha definita un “mostro”, per finire con un professore della Statale di Milano che l’ha accusata di aver fatto carriera andando a letto con il suo capo (riferendosi alla relazione di fatto intercorsa tra Harris e Willie Brown, un importante politico americano degli anni ’90). Ad un uomo accuse di questo tipo non sono mai state rivolte, ed è molto probabile che gli attacchi sessisti e misogini siano appena cominciati.

Quello di sabato 7 novembre è un fondamentale traguardo nella vita di Kamala Harris che si somma a tutti quelli precedenti, e non è esclusa una sua possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2024. Ma la sua vittoria è anche la vittoria di tutte quelle donne che sono venute prima di lei, di quelle che ci hanno provato, ma non ce l’hanno fatta perché “i tempi non erano ancora maturi”. La vittoria di una lotta iniziata più di un secolo fa con le suffragette, da qui il vestito bianco per il discorso. Come lei stessa ha detto a Forth Worth in Texas durante la campagna elettorale “Yes, sister, sometimes we may be the only one that looks like us walking in that room. But the thing we all know is we never walk in those rooms alone — we are all in that room together”. In quella stanza ci staremo tutti insieme.

In conclusione, si può dire quel che si vuole sulla neovicepresidente eletta degli USA, la si può screditare perché donna, perché non bianca, perché non abbastanza o troppo progressista, perché non abbastanza o tropo di sinistra. Dite quello che volete, ma Kamala Harris ha già fatto la storia: è diventata la prima vicepresidente degli Stati Uniti, e non sarà l’ultima.