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RHAPSODY

La dura quarantena dei migranti: racconto di un medico che ha prestato servizio a bordo della nave Rhapsody al largo di Lampedusa.

Articolo a cura di Mattia Buttiglieri.

La pandemia globale da Covid-19 non ha fermato i viaggi della speranza dall’Africa al vecchio continente. Per tutelare la salute dei migranti e quella del paese, lo Stato ha predisposto delle “Navi quarantena”, dove appunto assistere i migranti che sbarcano agli estremi della penisola.
Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare uno dei medici che ha prestato servizio su una di queste navi, la GNV Rhapsody. Per motivi personali e per tutelare la privacy di chi prestava servizio a bordo, nonché degli ospiti, il nostro medico rimarrà anonimo.

Conoscevi la nave già prima di salirvi a bordo?

<<Ero in cerca di un impiego, mi sono quindi imbattuto in un annuncio su LinkedIn. Ho inviato la mia candidatura e sono stato ricontattato immediatamente>>.

Che scopo ha questa “nave quarantena”?

<<Mettere in quarantena i migranti che arrivano. Quasi tutti i nuovi arrivati con i barconi vengono caricati. La nave diviene poi anche un luogo in cui assistere i migranti su più sfere, da quella clinica a quella psicologica. Le modalità di carico sono diverse: il 95% degli imbarchi arrivano dall’hotspot di Lampedusa e il tampone viene fatto a bordo (si ritiene valido anche un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti)>>. 

Tamponi dei pazienti a bordo della nave.

Per quanto tempo ci sei stato? Saresti potuto restare più a lungo?

<<Sono stato a bordo per 21 giorni. Mi è stato chiesto di prolungare la permanenza a bordo, ma ho declinato. Questa decisione è stata dettata dalla pesantezza del lavoro e dal fatto che avevo anche un’altra opportunità professionale che mi aspettava al rientro>>.

Prima di prestare servizio, conoscevi le condizioni che c’erano a bordo?

<<Mi sono buttato quasi alla cieca, condizionato dalla mia passione per la medicina e la mia vena dedita al volontariato. L’unica cosa di cui ero a conoscenza era la complessità dell’incarico a livello generale (turni estenuanti, responsabilità elevate su più fronti), tuttavia non immaginavo fino a questo punto.  Era comunque un’esperienza che non potevo farmi sfuggire>>. 

Era un impiego ben retribuito?

<<Per un neolaureato sì, direi che il compenso è ben commisurato alla complessità degli incarichi e alle responsabilità che si hanno. Sono soldi sudati>>.

Intervento di sanificazione.

Di che cosa ti occupavi personalmente?

<<Tutto ciò che a livello clinico potevo affrontare, secondo le mie competenze. Ma il compito più difficile era sicuramente legato all’organizzazione della quarantena. Lo staff medico, oltre a dover rispondere a tutte le forme patologiche che si possono verificare, ha il difficile compito di dover organizzare la quarantena per gli ospiti: non è stato facile approcciarsi con la burocrazia, ogni giorno e doversi confrontare con un carico di responsabilità che tocca anche il penale (sbagliare quarantena in eccesso può tradursi in sequestro di persona, sbagliare in difetto può invece incidere negativamente sulla situazione epidemiologica del paese). L’impegno investito nella parte clinica è paragonabile a quello investito nella parte burocratica e gestionale>>.

Mediatore culturale e capomissione mentre la nave era al porto di Palermo.

Che gerarchia “di comando” vigeva all’interno della nave?

<<Il capo missione Croce Rossa è il capo organizzativo, c’è poi un direttore sanitario, cui spetta la gestione della parte clinica. Tuttavia, queste figure devono lavorare in sinergia per il buon funzionamento del sistema “nave”.  Per esempio, se un sanitario rileva una epidemia di scabbia, deve attuare dei protocolli che non sono solo di tipo medico, ma riguardano anche tutta una complessa logistica necessaria alla funzionalità del trattamento. Si richiede quindi un costante coordinamento tra sanitari e logistici. Esiste anche la sorveglianza attiva.
Al di sopra di tutti, sopra al direttore sanitario, sopra al direttore logistico, sopra al coordinatore della Croce Rossa, c’è ovviamente il Comandante della nave. Il comandante è il riferimento massimo, su tutti i fronti. Tutto passa da lui, anche le cose più banali. Ad esempio, se un paziente necessita di cure ospedaliere, il medico o l’operatore sanitario non ha l’autorità per telefonare al 118 in autonomia. Deve prima passare per la cabina del Comandante. Al di sopra di lui c’è solo il Ministero dell’Interno.
C’è stato sempre un dialogo continuo tra equipaggio e logistici della Croce Rossa, l’intesa era molto forte, anche nell’andare al di là delle proprie mansioni previste da contratto>>.

<<A pieno carico si hanno tra gli 800 e il 1000 ospiti. E a fronte di questo volume potevamo contare solo su tre medici e due infermieri>>.

Quanti ospiti avevate a bordo?

<<A pieno carico si hanno tra gli 800 e i 1000 ospiti (numero che può variare in base agli sbarchi/imbarchi). A fronte di questo volume potevamo contare solo su tre medici e due infermieri. Credo che questa difficoltà nel reperire medici e personale sanitario sia dovuta alla durezza del lavoro; il personale medico scarseggia, inoltre fa comodo dare continuità al personale che ha già un’esperienza sul campo; tuttavia sono stato colpito positivamente dalla presenza a bordo di volontari della Mezza Luna Rossa Tunisina. Ragazzi competenti e di buona volontà, senza i quali probabilmente, avremmo dovuto fare fronte a molte più difficoltà.  Dopo una settimana di servizio mi hanno chiesto di diventare il coordinatore sanitario>>.

Procedura di imbarco di migranti provenienti dalla Somalia, in attesa della visita di triage e delle chiavi della camera.

Quali nazionalità erano rappresentate a bordo?

<<Uno spaccato molto vario. Le percentuali variavano in base agli imbarchi: all’inizio Tunisini, poi Maliani, Egiziani, Nigeriani, Eritrei e Somali. Tanti dal Bangladesh, alcuni Curdi e Siriani.

Durante la mia permanenza non si sono verificate diatribe per questioni etniche o culturali, solo litigi per futili motivi. Per poter garantire tranquillità a bordo di una nave che ospita così tante culture diverse, il lavoro del mediatore culturale è essenziale. Questa figura che non conoscevo, ma ho imparato ad apprezzare, è stata fondamentale. Persone di immenso valore che svolgevano un lavoro delicato e allo stesso tempo estenuante>>. 

A bordo vi erano anche donne? Se sì, avevano spazi riservati? (ambulatori, degenza, servizi igienici)

<<C’erano donne, sia sole che con nucleo famigliare a seguito.
Avevamo degli spazi della nave riservati alle donne non facenti parte di un nucleo famigliare, mentre gli ambulatori (se così si possono definire)  erano comuni ( ne avevamo uno per ponte). Per ciò che riguarda i servizi igienici, ogni cabina aveva il suo bagno>>.

Dipendente della Croce Rossa a lavoro con due pazienti.

Vi erano anche minori?

<<Si, anche non accompagnati (per problemi legali non sono stati più imbarcati dopo). I minori dei nuclei familiari avevano dai due mesi ai 18 anni. Erano presenti anche donne incinte, alcune con problemi di salute dovute alla traversata del deserto, o alla detenzione nei campi in Libia. Abbiamo dovuto far evacuare una piccola di sei mesi, perché non riuscivamo a nutrirla. In queste situazioni si prova qualcosa simile a un senso di impotenza, ma anche di rabbia>>.

I DPI venivano forniti in maniera adeguata ? (sia per il personale sanitario che per i pazienti)

<<Si, anche per i pazienti (mascherine e gel). Cambiavamo le mascherine ogni giorno. Durante al mia permanenza abbiamo avuto grosse difficoltà nel sopperire a un enorme fabbisogno di vestiario, soprattutto se a bordo vi erano pazienti affetti da scabbia. Gli strumenti medici erano adeguati allo scopo. In alcune situazioni si sono verificate evidenze di ospedalizzazione più o meno urgente, in questi casi non si può fare altro che assistere come si può il paziente>>.

Operazione di evacuazione di un paziente in condizioni critiche affetto da polmonite. l’operazione è durata oltre 3 ore ed è stata eseguita con l’aiuto di una motovedetta della capitaneria di porto e una scialuppa.

In rete si legge di casi in cui gli inquilini della nave effettuano atti di autolesionismo. Confermi?

<<Si, posso confermare che si sono verificati casi di questo tipo.
Questi atti di autolesionismo venivano commessi per poter fuggire dalla nave: ingestione di lampadine rotte, di lamette, di sapone, situazioni in cui veniva richiesta l’immediata ospedalizzazione (e dunque la possibilità di fuggire all’estero).  Ho parlato con una esperta avvocata di diritto dell’immigrazione, la quale mi ha spiegato i motivi alla base di questi gesti: a commettere autolesionismo erano migranti di nazionalità tunisina, i quali non avendo diritto di asilo, rischiavano il rimpatrio o il foglio di via. Nei giorni appena prima dell’inizio di questa emergenza, il presidente tunisino aveva firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio immediato. I migranti tunisini utilizzavano quindi questi “escamotage” per farsi ospedalizzare, e da lì tentare di fuggire verso altre nazioni (la Francia soprattutto).
L’emergenza è terminata grazie a un rimpatrio diretto dopo l’ospedalizzazione e a una sorveglianza più attiva>>. 

<< I mediatori culturali non si limitavano a svolgere le loro mansioni, davano tutto ciò che potevano, e anche di più. Si impegnavano anche nei turni di sorveglianza sui ponti. […] Senza di loro sarebbe stato impossibile gestire quella nave>>.

A bordo c’era uno/a psicologo/a?

<<Non ci sono stati psicologi per molto tempo, ne sono arrivati due a metà dell’esperienza.
A tamponare questa mancanza ci hanno pensato i mediatori culturali. Queste persone non si limitavano a svolgere le loro mansioni, davano tutto ciò che potevano, e anche di più. Si impegnavano anche nei turni di sorveglianza sui ponti>>.

Intervento di mediazione.

Quale è stata la cosa che ti ha colpito di più?

<<Inizio con ciò che mi ha colpito di più in positivo: il lavoro del mediatore culturale, senza di loro sarebbe stato impossibile gestire quella nave, lo ribadisco anche per ringraziarli e per mettere in evidenza questa figura professionale, che in Italia è ancora ingiustamente non valorizzata come dovrebbe.
La situazione che invece mi ha avvilito di più è avvenuta durante un imbarco: un minore non accompagnato, con il cugino, entrambi tunisini. Il cugino più grande doveva essere rimpatriato in quanto maggiorenne, ma il suo cuginetto cercava di opporsi con tutte le sue energie. Il ragazzo grande ha cercato di spiegare le proprie ragioni alla prefettura (con l’aiuto dei mediatori), spiegando loro che se fosse tornato in Tunisia senza il cuginetto sarebbe stato ucciso dalla famiglia che gli aveva affidato il loro piccolo. Mi ha stupito però, anche la profonda umanità e professionalità del prefetto, il quale ha dedicato più di un’ora (in una situazione in cui ogni minuto pesa come un macigno) a spiegare personalmente al piccolo migrante la necessità di quella scelta, facendolo salire a bordo senza resistenze. Questo prefetto ha anche lasciato al piccolo il suo numero di telefono, facendogli sapere che per qualsiasi cosa avrebbe potuto contare su di lui>>.

Paziente in attesa di imbarco.

Che cosa hai imparato da questa esperienza? Lo rifaresti?

<<È stato pesantissimo ma lo rifarei. Perché quando ci penso mi vengono in mente i ricordi belli, non quelli brutti. Sono stato felicissimo di conoscere delle persone fantastiche e preparate, non solo sanitari ma anche i mediatori, gli operai, i capi missione, l’equipaggio. Ho conosciuto gente con cui si condivide con piacere momenti di grande difficoltà>>. 

Sono Mattia Buttiglieri, ho 24 anni, mi occupo di social media nell’azienda che ho fondato insieme ai miei due amici/soci. Oltre che alla politica, devo riconoscere una parte importante dei miei interessi nella buona musica di Faber e nel mondo del manga giapponese