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PER ANDARE AVANTI

Articolo a cura di Lorenzo Fabbri, responsabile scuola e memoria storica dei Giovani Democratici Emilia-Romagna.

La proposta di Legge di iniziativa popolare che è partita dal comune di Stazzema non è semplicemente una proposta sulla memoria. Non è una proposta sul passato. E non è neanche un voler vendicare, con un piccolo cambiamento del codice penale, le atrocità che quel Comune, come tanti altri in Italia, ha visto svolgersi in tempi nefasti. No, bisogna rifuggire da questa lettura semplicistica e sgangherata.  

Il testo della proposta di legge è molto preciso e circostanziato e comprende una modifica al Codice Penale nella fattispecie dell’articolo 293. Al quale viene aggiunto l’articolo 293-bis, con la seguente formulazione:

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi eversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne fa comunque propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.”  

Viene inoltre aggiunto, ad un decreto legge del 26 aprile 1993 recante “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, l’aumento del doppio della pena in caso di ostentazione di simboli legati ai movimenti testé citati.

Anzitutto, è bene precisare che, in tutti i Paesi che sono usciti da regimi dittatoriali novecenteschi, più o meno recentemente, i legislatori hanno provveduto a porre in essere una serie di norme per evitare una diffusione di quelle dottrine che avevano portato alla rovina le proprie comunità. L’Italia in questo non fa eccezione, fin dall’Assemblea Costituente fu chiara la necessità di ribadire anche a livello legislativo il distacco non solo dai metodi del fascismo, ma anche dalla sua simbologia.

Senza voler avviare un dibattito di natura storico-antropologica sulla simbologia come elemento fondamentale dei totalitarismi e come veicolo dei messaggi del leader piuttosto che dei messaggi dei regimi stessi è, però, necessario toccare un aspetto importate in questo discorso. I simboli contano. Servono ad indicare ed a veicolare messaggi, opinioni e, persino, a sdoganare o meno determinati pensieri o ricordi.

La nostra Repubblica di fonda innanzitutto sul rispetto di tutti i cittadini e sulla loro uguaglianza davanti alla legge. Che uguaglianza e che rispetto ci possono essere se si consente di commerciare ed esporre in esercizi pubblici figure e simboli che hanno diviso l’Italia e gli italiani determinando la morte e la rovina per milioni di persone? Il giudizio storico sui fatti Novecenteschi è ancora oggetto di studio e, per fortuna, la Storia non deve essere ostaggio di tifoserie, bensì materiale di arricchimento culturale per il presente. Tuttavia, è innegabile che in Italia una frattura ci fu, e tutt’ora ne sentiamo le conseguenze. Come dovrebbe sentirsi un cittadino italiano ebreo, omosessuale, rom o, banalmente, di famiglia partigiana e antifascista davanti ad una vetrina con esposti gadgets mostranti le icone del Partito fascista? Quei simboli a causa dei quali quali nonni, genitori, figli, parenti e amici hanno sacrificato la loro libertà e la loro vita.

È interessante inoltre notare come le persone che in questo periodo sono i peggiori detrattori di questa proposta sono gli stessi che, in più occasioni, hanno accusato le associazioni antifasciste e i partiti di sinistra di essere ancorati solo al passato senza avere ricette per il presente. È chiaro. Per questi signori evidentemente festeggiare il 25 aprile è antistorico, ma evidentemente vendere i busti del duce invece è un nuovo brand che sfonderà negli anni ’20 del XXI secolo. Strano come Chiara Ferragni non l’abbia ancora rilanciato e che non siano stati aperti negozi ad hoc in via del Corso a Roma o in Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

Scherzi a parte, la cosa importante di tutta questa storia è racchiusa in un concetto, la ragione perché questa proposta dovrebbe essere discussa dal Parlamento della Repubblica: andare avanti. Andare avanti rispetto ad un passato divisivo e non ancora cicatrizzato che fa male alla nostra società rigurgitando i peggiori istinti dell’uomo. Andare avanti per una maggiore integrazione delle persone diverse da noi sotto qualunque aspetto. Andare avanti per comprendere come, a volte, basta un oggetto per ferire qualcuno. No, non tirandoglielo in faccia. A volte una targa o un posacenere possono ferire di più di una pistola carica.

Il destino di questa proposta è nelle nostre mani, come il destino del futuro di un Paese nato dalle ceneri di una dittatura che vuole essere sempre di più una democrazia. Se ancora non lo avete fatto e siete veri democratici, andate a firmare.

Il mondo si cambia anche così.