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“L’ambizione è quella di essere rappresentati al meglio, non meno”

Intervista a Paco d’Onofrio, docente di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università di Bologna.

<< Sulla Costituzione, su uno dei suoi pilastri, si sta consumando una contesa politica che non avrebbe dovuto contaminare il referendum costituzionale, perché procedere alla revisione della Carta dovrebbe essere un momento anche di riflessione costruttiva, sinergica e non competitiva>>.

Salve Professore, perché voterà NO al prossimo referendum costituzionale?

<<In uno Stato a forma di governo parlamentare l’ambizione è quella di essere rappresentati meglio, non meno. Una riduzione lineare, senza aver dotato il sistema di meccanismi compensativi (legge elettorale, preventiva modifica dei regolamenti parlamentari), snatura il senso del procedimento di revisione costituzionale, azionabile per migliorare l’efficienza e non certo per le demagogiche finalità punitive con le quali viene, invece, presentato>>.

Il primo argomento a sostegno del SI è il risparmio per la spesa pubblica: ridurre il numero dei parlamentari vorrebbe dire contenere i costi dell’organo legislativo.  I sostenitori del No, al contrario, si chiedono se sia necessario andare a colpire l’organo principale della democrazia per risparmiare. Qual è il suo punto di vista su questo?

<<Iniziando con una provocazione, mi verrebbe da evidenziare che invece di ridurre un terzo il numero dei parlamentari, si sarebbe potuto ridurre allora un terzo del loro stipendio, ottenendo un analogo risultato economico, senza rischi per la democrazia rappresentativa, né per il bilancio famigliare dei parlamentari. Tecnicamente, inoltre, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, il taglio di 445 parlamentari determinerebbe un risparmio di circa 57 milioni l’anno, pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana. Tradotto in termini pratici ogni cittadino risparmierebbe la ragguardevole somma di ben 0,95 centesimi all’anno, vedendo così definitivamente risolto l’annoso problema del deficit statale. Ad averci pensato prima!>>.

Sul sito del dipartimento per le riforme istituzionali si legge che uno degli effetti di questa legge sarebbe quello di migliorare il processo decisionale del parlamento e rendere in generale il legislativo più efficiente. Le correnti di pensiero sul punto sono due: da un lato chi pensa che ci sarà più efficienza, dall’altro chi dice che ci sarà un rallentamento dei lavori parlamentari. Lei che ne pensa?

<<L’efficienza è un canone organizzativo costantemente perfettibile e, dunque, una riforma che si orienti in tal senso è da accogliere sempre con soddisfazione. Nel caso di specie, credo che la riforma, tuttavia, muova dalla confusione tra la qualità (legittimamente contestata) della classe politica parlamentare ritenuta poco efficiente, e l’essenzialità della più ampia rappresentanza democratica, anche numericamente intesa. L’efficienza è garantita dalla professionalità istituzionale dei parlamentari che eleggiamo e non dal loro numero. Partendo dal presupposto di voler smantellare la “casta”, si confida ingenuamente nell’illusione che 600 parlamentari, magicamente divenuti capaci, garantirebbero maggior efficienza funzionale di 945 pigri colleghi. Se in un reparto ospedaliero i cinque medici che lo gestiscono svolgono male il proprio lavoro, si sostituiscono i primi individuandone altri in base a criteri più selettivi, non certo pretendendo di risolvere il problema semplicemente riducendo l’organico, finendo paradossalmente per ulteriormente indebolire la risposta istituzionale. Inoltre, c’è stato uno studio, un’analisi critica, che abbia consentito di individuare quel numero? Sulla base di quale criterio si è deciso che dovessero residuare 600 parlamentari e non 650 o 500 o 300? A me questa riforma ricorda tanto quelle ricette che recano l’abbreviazione “q.b.”, cioè quanto basta, un po’ ad occhio!>>.

Se dovesse passare il SI avremmo 600 parlamentari in totale, tra deputati e senatori, e avremmo uno dei parlamenti meno numerosi d’Europa. Non crede che ci sia il rischio che diminuisca la rappresentatività dei territori, specialmente quelli meno popolosi?

<<Non è un rischio, v’è la certezza numerica e tabellare. Una riduzione del genere determinerà una maggior difficoltà di dialogo tra i parlamentari ed i territori (circoscrizioni) che li hanno espressi, cioè avranno un aumento del carico rappresentativo. Quale cittadino sarebbe contento di sapere che al proprio medico di base il Sistema Sanitario Nazionale ha attribuito un terzo in più di assistiti, con evidente riduzione del tempo che quello stesso medico potrà dedicare a ciascun singolo paziente? Regioni come l’Umbria e la Basilicata avrebbero solo 3 senatori, cioè un intero territorio regionale che in uno dei due rami del parlamento avrebbe solo tre persone ad intercettare le esigenze di quella popolazione, cercando di tradurle in atti ed iniziative concrete. Ci si lamenta così fondatamente della distanza della politica dalla realtà e si attua una riforma che legittima a livello costituzionale proprio questa crisi di dialogo democratico, creando uno straordinario alibi per politici poco inclini al confronto con i propri elettori?>>.

Ha senso giustificare il SI paragonando il nostro parlamento (a livello numerico) a quello delle altre democrazie europee, considerando che ogni stato e ogni ordinamento hanno una storia democratica diversa?

<<La storia costituzionale insegna che ogni ordinamento ha specificità culturali e sociali che lo rendono unico e dunque le analogie sono sempre destinate a presentare criticità maggiori dei vantaggi auspicati. Nel nostro ordinamento il numero dei parlamentari è aumentato perché è aumentata la popolazione civile da rappresentare, a tal punto che una riforma costituzionale nel 1963 definì l’attuale composizione organica delle due Camere, proprio in ragione del progressivo incremento demografico. Se passasse la riforma, scivoleremmo all’ultimo posto tra i 28 paesi dell’Unione Europea per percentuale di rappresentatività. Non un proprio un primato da vantare, a mio avviso>>.

Alcuni costituzionalisti hanno espresso la loro preoccupazione che questa riforma farà diventare il nostro sistema più verticistico, perché va a concentrare il potere nelle mani di pochi e specialmente dei vertici dei partiti. Altri invece sostengono che questa legge, proprio perché diminuisce il numero dei parlamentari, potrebbe responsabilizzare i partiti nella scelta dei candidati. Quale dovrà essere il corretto ruolo dei partiti se dovesse essere approvata la riduzione dei parlamentari?

<<Io non sono contro la riduzione del numero dei parlamentari in assoluto, benché ritenga che la questione non ruoti intorno al numero degli eletti, ma alla loro capacità di svolgere efficacemente il proprio ruolo istituzionale. Ritengo solo che non sia opportuno procedere senza aver prima dotato il sistema di una legge elettorale adeguata all’eventuale nuovo assetto delle Camere. In altre parole, quei partiti che non sono ad oggi in grado di trovare un’intesa sulla legge elettorale – esponendosi al rischio di una modifica costituzionale al buio – sono però gli stessi che, recuperando insperabilmente un senso istituzionale che sembrava perduto, dovrebbero garantire poi liste elettorali annoveranti nomi autorevoli ed affidabili? Mi si consenta di rinvenire un’evidente strumentalizzazione politica e mediatica nella vicenda e di nutrire, conseguentemente, un significativo scetticismo al riguardo>>.

Nell’accordo da cui è nato questo governo c’era la condizione per cui il PD avrebbe votato SI al taglio, solo se ci fosse stato prima l’accordo su una legge elettorale idonea al nuovo assetto parlamentare. La proposta di legge elettorale depositata in parlamento, il c.d. Germanicum, prevede un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Che cosa ne pensa di questa proposta?

<<È una proposta ragionevole, migliorabile ma certamente condivisibile, anche se va considerato che per il Senato c’è anche lo sbarramento ulteriore di tipo naturale, poiché l’elezione è su base regionale. Tuttavia, la questione è che se passasse la riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari, che garanzia avremmo di ottenere dal parlamento una legge elettorale frutto di un ampio e costruttivo dialogo tra le varie forze politiche? Torno a quanto già detto: la mia critica non è tanto nel merito, quanto nel metodo, perché in una prospettiva di reale riforma costituzionale (lontana dalla propaganda elettorale e dagli interessi di coalizione), si ragiona più ampiamente e con completezza, non per tentativi e successivi (e solo eventuali) interventi compensativi>>.

Come varia l’impatto che può avere il SI a seconda degli eventuali sistemi elettorali?

<<In caso di riduzione del numero dei parlamentari, l’unica scelta possibile sarà un sistema elettorale proporzionale, per recuperare parte di quella rappresentatività dei territori, amputata dall’eventuale esito favorevole del referendum>>.

In caso di vittoria del Sì, il rapporto tra esecutivo e parlamento cambierebbe?

<<Il processo di deparlamentarizzazione del sistema sarebbe ulteriormente accelerato, temo. Vedo anche un’alterazione nell’equilibrato sistema per l’elezione del Presidente della Repubblica>>.

Il 20 e il 21 settembre si voterà anche per le elezioni, sia regionali, sia amministrative. L’accorpamento delle scadenze elettorali è stato oggetto di alcuni ricorsi per conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale, ricorsi che però non sono stati accolti dalla Consulta. Come vede questo accorpamento?

<<Sussistono ragioni di legittimità su cui la Corte si è espressa, ma ne rilevano altre di opportunità – a mio avviso non meno rilevanti – poiché questo referendum costituzionale si è trasformato in una competizione elettorale, ben lontano da quel genuino spirito di democrazia diretta, considerato dai costituenti. Sulla Costituzione, su uno dei suoi pilastri, si sta consumando una contesa politica che non avrebbe dovuto contaminare il referendum costituzionale, perché procedere alla revisione della Carta dovrebbe essere un momento anche di riflessione costruttiva, sinergica e non competitiva. A mio avviso si sta ripetendo l’errore del 2016, ma evidentemente questa è la conseguenza di una politica che procede più per slogan che per contenuti>>.

La redazione di Kopernik precisa che nelle prossime settimane il giornale sarà aperto a contributi tematici di approfondimento sul tema del referendum costituzionale. Lo spazio di dibattito e riflessione è aperto ad articoli che analizzino entrambe le posizioni del referendum, nel solco di una dialettica sana, volta all’informazione e alla riflessione. Chiunque voglia contribuire al dibattito, può contattare la redazione del giornale per inviare il proprio contributo. Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare la riflessione e l’approfondimento di una questione di estrema delicatezza e complessità come la riduzione del numero dei parlamentari.