LA PRESCRIZIONE E LA RIFORMA BONAFEDE

Articolo a cura di Grazia Callipari, membro della segreteria provinciale dei GD Bologna con delega alla giustizia.

Non appena il capitolo giustizia entra nell’agenda dei lavori parlamentari iniziano ad esserci problemi, e quando l’oggetto della discussione è la prescrizione, trovare compromessi diviene ancora più difficile. È necessario, dunque, affrontare la questione della prescrizione dopo i cambiamenti intervenuti in materia ad opera della Riforma Bonafede.

Che cos’è la prescrizione?

La prescrizione è una causa di estinzione del reato. Un reato si prescrive quando è decorso un termine calcolato secondo quanto stabilito dalla legge. Tale termine corrisponde alla pena edittale massima stabilita per il reato (per ogni reato è prevista una cornice edittale con un minimo e un massimo di pena a cui il giudice deve rifarsi per stabilire la pena in concreto da irrogare quando condanna un soggetto), in ogni caso non può essere inferiore a 6 anni per i delitti e a 4 anni per le contravvenzioni. Per reati particolarmente gravi, la prescrizione così calcolata viene raddoppiata, mentre sono imprescrittibili i reati per cui è prevista la pena dell’ergastolo. Facciamo degli esempi:

  • Il furto in abitazione ha pena edittale massima di 7 anni quindi il reato si prescriverà in 7 anni.
  • Le lesioni personali hanno pena edittale massima di 3 anni quindi il reato si prescriverà in 6 anni.

Il termine normalmente inizia decorrere dal momento in cui è stato commesso il fatto di reato e continua fino a quando non è pronunciata una sentenza definitiva.

Cosa comporta la maturazione della prescrizione prima di una sentenza definitiva?

Quando la prescrizione matura, prima di una sentenza definitiva, non si può più procedere nei confronti di chi si presume abbia commesso il fatto. Se ciò avviene durante le indagini, il pubblico ministero dovrà disporre l’archiviazione, mentre se ciò avviene durante la fase processuale, il giudice dovrà pronunciare sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato.

La sospensione e l’interruzione della prescrizione

La legge prevede delle situazioni in cui il decorso della prescrizione rimane sospeso. Il periodo di sospensione rappresenta una sorta di parentesi, durante la quale il termine prescrizionale già parzialmente maturato rimane come congelato, per poi riprendere a scorrere quando viene meno la causa di sospensione; i periodi di prescrizione maturati antecedentemente e successivamente alla causa sospensiva si sommano. Un esempio di causa di sospensione sono le rogatorie all’estero (necessarie quando si deve compiere un atto processuale all’estero, come l’assunzione di una prova).

Le cause di interruzione invece determinano un arresto del decorso della prescrizione e un suo azzeramento, non venendo più considerato il tempo già maturato precedentemente all’atto interruttivo. Questo meccanismo trova un limite, in nessun caso l’interruzione può aumentare di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere. Ad esempio, un reato con prescrizione di 12 anni, si prescriverà comunque, in presenza di atti interruttivi non oltre il quindicesimo anno dalla sua commissione (12:4=3 e 12+3=15). Costituiscono causa di interruzione alcune attività che rappresentano snodi significativi del procedimento penale come i provvedimenti di natura cautelare, gli interrogatori, etc.

Qual è la ratio dell’istituto?

Nelle elaborazioni dottrinali, la funzione dell’istituto oscilla tra due prospettive: la prima è una prospettiva statualistica, per cui l’eccessivo scorrere del tempo affievolisce la memoria sociale del delitto e l’interesse della collettività alla repressione del reato, così si spiegherebbe ad esempio l’interruzione della prescrizione, che determina un allungamento di questa in presenza di atti che dimostrino l’interesse statale a perseguire quel determinato reato; la prospettiva individualistica richiama invece la finalità rieducativa della pena per cui decorso un grande lasso di tempo, il soggetto potrebbe essere una persona che non ha più bisogno di essere rieducata e la pena non sarebbe quindi più necessaria.

L’idea che il passaggio del tempo sia un fattore estintivo della pretesa punitiva può incentivare poi il recupero della legalità. Se il soggetto sa di aver commesso un reato, ma trascorso del tempo potrà recuperare in qualche modo la sua verginità giuridica, sarà spinto verso il recupero della legalità; se invece il soggetto sa che potrà sempre e comunque essere sottoposto a un procedimento per quel fatto, la sua scelta più utilitaristicamente potrebbe essere quella di restare sui binari della illegalità.

L’istituto ha anche una rilevanza processuale, in particolare per il diritto di difesa che risulterebbe fortemente pregiudicato laddove il processo non si svolgesse a breve distanza temporale dal fatto, ad esempio sarebbero frequenti testimoni che non ricordano, che risultano irreperibili o addirittura morti.  Le medesime considerazioni valgono altresì rispetto all’ accusa su cui grava l’onere della prova della colpevolezza dell’imputato.

L’alta probabilità che si configurino situazioni rientranti nella categoria dell’impossibilità di natura oggettiva ad acquisire la prova in contraddittorio permetterebbe tra l’altro il recupero di dichiarazioni rese in fasi precedenti, assunte in modo unilaterale, mettendo così a rischio lo stesso modello accusatorio.

A causa dell’irragionevole durata dei procedimenti penali in Italia, l’istituto rappresenta poi l’ultimo riparo alla interminabile protrazione dei tempi processuali. La sottoposizione a processo da intendersi di per sé come pena naturalis, peraltro particolarmente gravosa, perché pena sine iudicio, oggi comporta delle vere e proprie limitazioni come quelle previste dalla legge Severino a cui si aggiunge in alcuni casi la sottoposizione ad un processo mediatico parallelo.

La riforma Bonafede

La riforma prevede la sospensione della prescrizione con la sentenza di primo grado fino a sentenza irrevocabile, indipendentemente dal contenuto della sentenza di primo grado, sia essa di condanna o di proscioglimento. Dal punto di vista pratico comporta che per tutti i fatti commessi dopo il 1° gennaio 2020, la prescrizione del reato non potrà più verificarsi nei giudizi di Appello e di Cassazione.

Una prima criticità della riforma è dal punto di vista metodologico. La riforma viene emanata, sostituendola, a poco più di un anno dalla riforma Orlando, e dunque prima che se ne potessero osservare gli effetti pratici. Quest’ultima aveva già esteso i termini di prescrizione attraverso due ulteriori ipotesi di sospensione rispettivamente di un anno e mezzo per l’appello e per la Cassazione.

La riforma si pone in attrito con i valori a fondamento della prescrizione sopra richiamati, in primis con il diritto di difesa rectius “il diritto di difendersi provando”. Il blocco della prescrizione con la sentenza del primo grado risulta poi incompatibile con la presunzione di non colpevolezza dato che l’imputato non è più presunto innocente, ma è presunto colpevole, perché su di lui si fa ricadere il decorso del tempo, a fortiori quando questo è stato prosciolto. Prima il passaggio del tempo veniva computato a carico dello stato che perdeva la potestà punitiva, ora verrà posto a carico del soggetto in un contesto in cui i procedimenti sono caratterizzati da una durata sproporzionata. Critica ricorrente è appunto la mancata riforma del processo penale necessaria a risolvere tale irragionevole durata, riforma che avrebbe dovuto precedere quella sulla prescrizione o almeno causarne un’efficacia differita, per evitare all’imputato un potenziale processo infinito.

A giustificazione dell’intervento legislativo si è invocato il modello tedesco, sennonché il modello tedesco non è assimilabile al sistema italiano in cui si persegue e si punisce tantissimo, in cui gli istituti introdotti con finalità deflattive come la “particolare tenuità del fatto” ovvero la “messa alla prova” sono molto deboli, con una cornice massima di pena tale da non consentire un’operatività ad ampio spettro. Diversamente dal sistema tedesco che ha meno reati, più istituti deflattivi e una gamma sanzionatoria molto meno gravosa di quella italiana, in cui domina la pena pecuniaria.

La riforma è stata emanata come “antidoto” all’ineffettività della repressione penale (per eliminare o ridurre quindi i numerosi proscioglimenti per intervenuta prescrizione). Se si da credito alle statistiche però parrebbe non poter raggiungere tale scopo, dato che quasi l’80% delle prescrizioni matura in fase predibattimentale.

Possibili evoluzioni

Rispetto alla riforma Bonafede, per quanto detto, vi sono forti dubbi di incostituzionalità. Sarebbero auspicabili dunque delle modifiche. Si potrebbe riportare in auge la riforma Orlando che già effettuava un bilanciamento tra i valori in gioco attraverso un aumento dei termini prescrizionali in presenza di impugnazioni.

Altrimenti, in riferimento al regime ex Cirielli (regime precedente alla riforma Orlando), per i reati il cui accertamento risulta particolarmente complesso, sarebbe possibile prevedere termini maggiori rispetto a quelli derivanti dalla corrispondenza al massimo della pena edittale, con il rischio però, che questa “complessità” valutata in astratto ex lege, magari poi non corrisponda ad una “complessità” in concreto.

Molto interessante la “prescrizione processuale” proposta da Giovanni Canzio all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013, che aveva in qualche modo prefigurato la norma Bonafede, per cui dopo  la sentenza di primo grado laddove non sia già decorso il tempo necessario si determina una sterilizzazione degli effetti estintivi della “prescrizione sostanziale”, ma allo stesso tempo, per non lasciare l’imputato sprovvisto di tutele, vi sono termini di durata massima per le fasi e i gradi di impugnazione fino alla pronuncia irrevocabile, similmente a quanto accade con i termini di durata massima delle misure cautelari. Il compasso temporale richiamerebbe i limiti di durata ragionevole del processo fissati ai fini dell’equa riparazione: due anni per l’appello, uno per la Cassazione e ancora uno per l’eventuale giudizio di rinvio. Termini comunque calibrati in considerazione di indici di particolare “complessità” della fattispecie (numero degli imputati, numero delle imputazioni, riapertura dell’istruzione probatoria etc…).

Infine, occorre sottolineare che ogni modifica all’istituto della prescrizione non possa non essere accompagnata da una riforma del processo penale necessaria a garantirne la ragionevole durata.