Crea sito

“IMPARATE A NON FARE PIU’ GUERRE”

Intervista a Fausto Nicolini, il figlio del partigiano “Diavolo”.

Alex Begliardi ha intervistato per Kopernik Fausto Nicolini, il figlio del partigiano Germano Nicolini, meglio conosciuto con il nome di battaglia “Diavolo”, che l’ottobre scorso purtroppo è venuto a mancare. La redazione di Kopernik ci tiene a precisare che è onorata di poter ospitare un racconto così dettagliato di una delle figure più importanti della Resistenza italiana. Buona lettura!

Signor Nicolini, quand’è che in suo padre emerse il sentimento antifascista?

<<Mio padre non proveniva da una famiglia comune di impronta cattolica. Erano contadini proprietari, benestanti, dieci fratelli. Il padre inoltre commerciava in terreni, fabbricati, vino e latte. Nessuno si interessava di politica. Lui era il più giovane, quello destinato dalla famiglia a studiare. Interrotti all’ultimo anni gli studi al Liceo classico per una malattia decise di diplomarsi ragioniere da privatista all’ Istituto Tecnico-Commerciale Cavalli-Conti di Milano per poi iscriversi alla Università Bocconi. A quell’epoca era iscritto al GUF, come tutti gli studenti universitari, ma cominciò a maturare alcune idee antifasciste frequentando le lezioni private di alcuni professori che non avevano ottemperato all’obbligo della tessera e del giuramento fascista voluto da Gentile. Si trattava per lo più di appartenenti agli ideali liberal-democratici e repubblicani. Poi fece il corso ufficiali presso il terzo Reggimento carristi di Bologna. Dal padre aveva però ereditato un sentimento “anti-tedeschista”, perché Vincenzo aveva fatto la Prima guerra mondiale, era un Cavaliere di Vittorio Veneto>>.

Nel 1943 venne fatto prigioniero dai tedeschi, come riuscì a scappare? E a tornare in Emilia? Come entrò nella Resistenza?

<<L’8 settembre 1943 la sua unità di carristi era di stanza a Roma, distaccata dopo il 25 luglio in difesa della capitale presso Tivoli. Il 10 settembre una colonna corazzata tedesca di carri Tigre si mosse contro di loro chiedendo di parlamentare. C’era una notevole sproporzione di forze in campo (4 carri leggeri italiani con solo mitragliatrice contro 20 panzer Tigre da 50 tonnellate con cannone da 88 mm e due mitragliatrici). Il Comandante italiano, un maggiore, accettò la resa consegnando le armi di fronte alla promessa degli ufficiali tedeschi di essere lasciati liberi di tornare a casa. In realtà vennero incolonnati e sotto vigilanza armata scortati verso la stazione Tiburtina. La destinazione erano i lager tedeschi. Mio padre intuì che i tedeschi avevano altre intenzioni ed approfittando di un tratto favorevole di strada riuscì a darsi alla fuga. Una famiglia di contadini gli fornì i calzoni e la camicia del figlio e dopo venti giorni di peripezie a piedi rientrò in Emilia a casa. Ma stette solo un giorno con la madre (il padre era già morto) perché c’erano già i bandi che intimavano agli sbandati dell’esercito di presentarsi al distretto militare locale, per cui prese contatto con esponenti antifascisti della zona ed entrò nella Resistenza[1]>>.

In quanto tempo divenne comandante e a che età?

<<Siamo nel 1943, aveva 24 anni. Proprio perché ufficiale dell’esercito venne nominato comandante di un distaccamento volante (il Soave), una sorta di gruppo scelto di 20-25 partigiani esperti che si spostavano rapidamente qualora vi fossero scontri a fuoco tra partigiani e nazi-fascisti. Alla fine, divenne comandante del 3° battaglione SAP della Brigata Manfredi con i nomi di battaglia di Demos, quindi Giorgio ed infine Diavolo>>.

Quali sono i principali avvenimenti dei suoi anni da partigiano?

<<Mio padre ha fatto tutto il periodo da partigiano in pianura, in zona controllata dal nemico, che è diverso che essere in montagna dove sei tu che controlli il territorio e disponi di rifugi naturali. Di giorno i partigiani si nascondevano nelle case dei contadini, famiglie che rischiavano sulla propria pelle gli appoggi e le coperture che davano ai partigiani. Ha partecipato a numerosi scontri a fuoco, due battaglie in campo aperto (Fabbrico e Fosdondo) e ha riportato due ferite. Penso che una descrizione sintetica la si possa ricavare dalle motivazioni per cui è stato insignito della medaglia d’argento al valor militare.[2] Le imprese furono tante e tra la popolazione, che ignorava l’identità vera del “Diavolo”, si formò una sorta di sentimento misto di ammirazione e mistero. Una poetessa correggese, nobile aristocratica, gli dedicherà una poesia. Il Re di Maggio, Umberto di Savoia, in visita a Correggio chiese di conoscerlo e gli offrì di entrare nella sua guardia personale>>.

Quale di questi lo ha segnato di più?

<<Certamente la morte di un giovanissimo partigiano, Angiolino Morselli, “Pippo”, medaglia d’argento al valor militare, che nella battaglia di Fosdondo si sacrificò per consentire a mio padre, ferito con una spalla lussata e impossibilitato a sparare con il mitra, di sganciarsi e mettersi in salvo, bloccando da solo l’avanzata dei nazi-fascisti. Finite le munizioni e le bombe, venne freddato mentre gridava ai nemici “vigliacchi repubblichini.”[3]  Un vero “eroe” a cui mio padre sapeva di dovere la vita e che portò sempre nel cuore, citandolo pubblicamente in diverse occasioni, compreso il discorso che tenne a Carpi il 25 aprile del 2017 alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella>>.

<<Queste famiglie che ospitavano i partigiani furono imprescindibili per la resistenza di pianura, senza di esse, che rischiavano la vita per nasconderli o aiutarli, non ci sarebbe stato scampo>>.

Ci può raccontare un suo aneddoto poco conosciuto di quegli anni?

<<Gli episodi sono tanti da poterci scrivere un libro. Direi che il “mito” del Diavolo si sia costruito anche per le sue fughe rocambolesche. La prima è quella dai tedeschi a Roma, la seconda è quella nota nella quale due donne alla finestra, vedendolo scappare zigzagando tra gli alberi, inseguito dai tedeschi che gli sparavano affermarono: “L’è propria un Dievel” e da qui l’assunzione del nuovo nome di battaglia. Ce n’è una terza meno conosciuta, ma altrettanto straordinaria. Nella clandestinità, quando ancora non era stato identificato, mio padre si recava a trovare la madre, che era malata, nella casa di Mandrio. Per precauzione però si fermava prima in una casa di vicini per osservare che non vi fossero situazioni sospette. In una di queste occasioni i tedeschi e i fascisti gli avevano teso una imboscata. Evidentemente erano riusciti, attraverso una delazione, a individuare chi era in realtà il Diavolo. Fortunatamente una ragazza che portava del latte al casello avvertì della presenza dei nazi-fascisti a casa di Nicolini e mio padre quindi decise di darsi alla fuga, non potendo mettere a repentaglio la famiglia che lo ospitava in caso di rastrellamento o controlli. C’era molta neve e decise di spogliarsi tenendo le mutande e la camicia bianca. Quindi strisciò nella neve per oltre trecento metri e una volta rialzato si diede alla fuga. I tedeschi lo individuarono ma era già distante, fuori dalla portata di tiro dei mitra. Rischiò un assideramento ma raggiunta una casa di contadini partigiani venne immerso in una mastella di acqua bollente. Queste famiglie che ospitavano i partigiani furono imprescindibili per la resistenza di pianura, senza di esse, che rischiavano la vita per nasconderli o aiutarli, non ci sarebbe stato scampo. Mio padre ha sempre detto che senza l’appoggio della popolazione la Resistenza in pianura sarebbe durata pochi giorni. Fu sempre in una casa di contadini resistenti che un giovane medico ridusse con metodi artigianali, su un tavolaccio di legno e facendogli impugnare un secchio pieno d’acqua, la lussazione alla spalla che mio padre si era procurato in combattimento.

A parte il desiderio di libertà e pace, che cosa lo spinse a rischiare la vita per combattere il nazifascismo?

<<Mio padre all’epoca non aveva una coscienza politica formata. Dopo la liberazione era considerato uno spirito libero e indipendente. Studente universitario, per alcuni considerato un liberale di sinistra, era stato avvicinato anche dalla Democrazia Cristiana per le sue origini cattoliche. Fu la convivenza con i partigiani che erano contadini, braccianti ed operai ad avvicinarlo alle idee socialiste e quindi ad accettare poi la candidatura nel Partito Comunista. La resistenza l’ha fatta perché, come militare era coerente con gli ideali di difesa della Patria e per l’anti-tedeschismo che suo padre gli aveva infuso da bambino>>.

Mi fa l’esempio di due idee che voleva vedere realizzate nel mondo che sognava nel dopoguerra che lo contrapponevano all’autoritarismo vigente?

<<Quello che sognava mio padre, i suoi ideali che vedeva ben rappresentati nella Costituzione italiana, le sue speranze sono ben descritte nel libro intervista con lo storico Massimo Storchi[4], nonché nel video-intervista prodotto dal Comune di Rio Saliceto con l’ANPI [5], e in ultimo nel capitolo a lui dedicato del recente libro di Gad Lerner.[6] Se devo però riassumere in due idee il suo pensiero direi “Giustizia e Libertà” ben rappresentate nella vignetta che un giovane , Andrea Roncaglia, gli ha dedicato alla sua morte>>.

<<Mio padre diceva: “In giro ci sono molte armi e molta fame. Proviamo a rispondere alla seconda per evitare l’uso delle prime”>>.

In un’intervista affermò che i temi guerreschi della resistenza erano quelli di cui non voleva quasi parlare, magari altre persone al suo posto si sarebbero vantate delle loro imprese, invece il Comandante era di altro parere, come mai? Tra i motivi forse perché per lui la resistenza armata è stato un mezzo, considerato un male necessario, e non un fine desiderabile ?

<<Mio padre italiano ed europeista, era un pacifista, che si è sempre sentito molto vicino agli ultimi, ai più deboli, ai fragili ed agli emarginati. Ha spiegato come questa educazione gli fosse derivata dalla madre, cattolica praticante e umile di origini, che a Natale a tavola ospitava a pranzo un povero o una famiglia di indigenti. Aveva saldi principi etici di giustizia e tolleranza verso le idee degli altri. Ha sempre affermato che “La politica non è odio.” Anche verso i suoi persecutori non ha mai espresso sentimenti di odio o rancore; rabbia sì, ma per l’ingiustizia che aveva subito e di cui non si è mai capacitato. Era restio al protagonismo ed all’autocelebrazione. La guerra per lui è stata l’estrema ratio in un momento dove bisognava schierarsi e non rimanere indifferenti. Per questo ricordava sempre il monito di Giacomo Ulivi, studente di 19 anni fucilato dai fascisti nel novembre 1944. [7] Per questo non ha mai voluto enfatizzare la componente bellica della Resistenza richiamando spesso al termine resistente e non partigiani, e includendo tra i resistenti i caduti di Cefalonia, i militari italiani internati nei lager perché si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, la popolazione civile che si era schierata a supporto, gli intellettuali incarcerati o mandati al confino che poi furono la spina dorsale della Costituente. E questo non solo pubblicamente. Quando ero bambino e incuriosito gli chiedevo delle sue gesta eroiche mi riprendeva dicendo: “La guerra è sempre una brutta cosa, per tutti; per i vinti e per i vincitori. Imparate a non fare più guerre”>>.

Dov’era il 25 aprile del 1945? Come aveva trascorso quei giorni?

<<Il suo distaccamento entrò in Correggio il 22 aprile. La sera prima si era raccomandato con i suoi partigiani che non avrebbe tollerato vendette, ritorsioni e nessuna violenza[8]. Per questo venne poi nominato dal governatore americano della bassa Adam Janette, capitano dell’esercito americano, comandante della piazza di Correggio. Fu una scelta giusta visto che mio padre in più episodi si oppose a giustizie sommarie e linciaggi>>.

Ha sempre detto: “Non possiamo comportarci come loro (i fascisti), siamo diversi, abbiamo combattuto per questo.”

In diverse occasioni dimostrò di essere un antifascista vero, mettendo in pratica azioni e idee contrapposte all’essenza del fascismo, opponendosi a discriminazioni e violenze sommarie, me ne può raccontare brevemente una poco nota?

<<Ha sempre detto: “Non possiamo comportarci come loro (i fascisti), siamo diversi, abbiamo combattuto per questo.” Un episodio è descritto nel libro di Pansa (che però non lo cita) [9] in cui pistola alla mano allontana un comandante partigiano che voleva prelevare dal carcere di Correggio alcuni fascisti senza alcun mandato del CLN e che gli dirà: “Sei rimasto un fascista, ci sarà un colpo anche per te”. Quei fascisti salvati andarono a testimoniare al processo di Perugia a favore di mio padre, attestandone la dirittura morale. Ci fu anche l’episodio del 23 aprile dove, montando una mitraglietta su una Topolino scoperta, fermò una folla inferocita che voleva assaltare il carcere di Correggio per vendicare la strage di Canolo[10]. Ci sono altri episodi, meno noti, che riportano bene l’etica garantista di mio padre. Una è la testimonianza di un giovane della X MAS catturato dai partigiani del suo distaccamento cui mio padre evitò la fucilazione[11]. Oppure quello delle uova offerte anche ai giovanissimi soldati tedeschi catturati, tra lo stupore delle contadine che le avevano portate ai partigiani.[12] È poi storicamente riconosciuto che mio padre fu uno dei pionieri della riconciliazione fin dall’inizio. Non solo per umanità ed etica ma anche per senso pragmatico: l’episodio della mensa del reduce aperta anche ad ex fascisti (che non si erano macchiati di crimini) subito dopo la liberazione contro il parere di molti del Partito Comunista e Socialista aveva anche una impronta pragmatica: “Diceva: in giro ci sono molte armi e molta fame. Proviamo a rispondere alla seconda per evitare l’uso delle prime”.  Tenendo ben distinti i concetti di chi nella guerra civile aveva avuto ragione e chi torto. Un altro aneddoto che non è mai stato pubblicato ma che mio padre mi ha raccontato è questo. Quando era comandante della piazza era stato incarcerato il podestà di Correggio, che però oltre a non essersi macchiato di crimini, negli ultimi tempi aveva collaborato di nascosto coi partigiani. Era un soggetto esposto a vendette in un clima esasperato di rancore: per fare comprendere a tutti che non andava toccato mio padre una sera lo prese sottobraccio e lo accompagnò a piedi a casa, per dimostrare alla popolazione che era sotto la sua protezione. Per questo è stata una sofferenza enorme portare per decenni il marchio infamante dell’omicida e lo stigma di uomo crudele che gli era stato sapientemente attribuito dai suoi persecutori approfittando del soprannome di battaglia. Proprio lui che era stato il più garantista, che si era sempre dimostrato fedele ai principi della convenzione di Ginevra e si era speso anche a rischio della propria incolumità per impedire giustizie sommarie>>.

Com’è stata la sua esperienza da sindaco?

<<Del suo mandato so poco, d’altronde si parla di pochi mesi essendo stato eletto il 28 dicembre 1946 ed arrestato il 14 marzo 1947. All’epoca era il segretario dell’ANPI. Uno storico locale ha rievocato le modalità di quella elezione. Mio padre era stato eletto consigliere comunale. Il sindaco in carica Arrigo Guerrieri si dimise per motivi personali. Il Partito Comunista, la Federazione di Reggio, aveva un proprio candidato, anche lui ex comandante partigiano. Un candidato per il Partito certamente più affidabile di Nicolini che alcuni descrivono come un liberal-socialista con troppa indipendenza, troppa personalità e senza un passato da militante. Ma il prestigio del Diavolo tra i correggesi è grande e viene apprezzato anche dall’opposizione. La riprova è che il 28 dicembre 1946 viene eletto con 20 voti favorevoli su 25 votanti ricevendo anche consensi da consiglieri della Democrazia Cristiana. Questo è un particolare importante perché dimostra quanto fosse aberrante la montatura costruita sulla figura-stigma del Diavolo che poi venne portata avanti dai suoi persecutori. Don Pessina era stato ucciso il 18 giugno 1946. Nicolini viene eletto sei  mesi dopo sindaco anche coi voti dei democristiani. Quindi non era vero che si trattasse di un efferato e crudele criminale. I correggesi questo lo sapevano bene e nessuno credeva nella colpevolezza di Nicolini. Tutti a Reggio conoscevano la dirittura morale del comandante Diavolo. I suoi persecutori lo sapevano bene: di qui la strategica operazione di spostare il processo da Reggio a Perugia, attraverso indebite pressioni su Ministri, dove si poteva meglio gestire la propaganda colpevolista e intimidire i testimoni della difesa. Nonostante ciò, alcuni non si fecero condizionare: come il ragionier Paterlini, all’epoca segretario della DC, il capitano americano Adam Janette, i fascisti salvati dal Diavolo subito dopo la liberazione, tutti testimoni della difesa. Ma la macchina della propaganda era già partita: il capitano Vesce ricevette dal vescovo Socche la commenda pontificia di Cavaliere di S. Silvestro il 21 febbraio 1951 prima della sentenza di appello; il vescovo Socche ricevette da Peron in Argentina un’alta onorificenza per la sua lotta ai comunisti; Peron nella campagna elettorale utilizzò manifesti con lo “spauracchio” del Diavolo “sindaco comunista” che ammazzava i preti. Il cerchio era chiuso, tutti avevano avuto i loro benefici dalla condanna di un innocente>>.

E infine una domanda personale a lei Fausto, cosa ne pensa della canzone dei Modena City ‘Al Dievel’? Cosa prova quando la ascolta?

<<Saremo sempre grati ai MCR perché questa canzone, che io giudico molto bella (ma sono di parte) ha fatto da volano tra i giovani per diffondere e far conoscere “la vicenda del comandante Diavolo.” Durante la prima fase del COVID, durante il lockdown, il 25 aprile 2020 i MCR hanno cantato dalle finestre e dal balcone del Municipio di Reggio. Una delle canzoni dopo Bella Ciao è stata “Al Dievel – la marcia del Diavolo.” Ora che mio padre non c’è più posso solo commuovermi e continuare a ringraziarli ogni volta che vorranno ricordarlo nei loro concerti>>.

Alex Begliardi, nato a Reggio Emilia nel 1996, da sempre appassionato di storia e politica, dopo il liceo scientifico, e la laurea in Economia diventa politicamente attivo e parte per andare a vivere in Australia per un breve periodo, dove condivide l’esperienza con persone provenienti da tutte le parti del mondo. Scrive sporadicamente per ‘Il Portico’ rivista locale e lavora in Banca come cassiere, oltre all’attivismo politico come giovane democratico.

Fausto Nicolini è il secondogenito di Germano, nato nel 1958 dopo l’uscita dal carcere. La primogenita Riccarda è nata nel marzo 1947, tre giorni dopo l’arresto del padre. Già Consigliere e Assessore regionale prima ai Servizi Sociali e poi alla Sanità, in seguito Dirigente nella Cooperazione è deceduta nel 2007. Fausto, medico pediatra, è in pensione dal luglio 2020. In passato ha ricoperto diversi incarichi nella Azienda Sanitaria di Reggio (Direttore di Pediatria, di Distretto e di Presidio Ospedaliero). Negli ultimi 10 anni è stato Direttore Generale nonché docente in convenzione nell’Università di Modena e Reggio. Coniugato con Paola ha due figli, Stefano e Francesca.


[1] Questo episodio è ben descritto nel libro Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani, & C. 2005) nel quale un capitolo è dedicato a mio padre (pag. 180-201)

[2] Ufficiale dell’Esercito, dopo l’8 settembre 1943, fuggiva dalla cattura ed entrava in formazione partigiana, a difesa della Patria invasa. Durante il lungo periodo di appartenenza alle formazioni e nelle numerose azioni di combattimento dimostrava brillanti doti di organizzatore e di comandante, sprezzante di ogni pericolo. La sua opera è stata giudicata cospicua, perché svolta in difficili condizioni, in zona di pianura costantemente controllata dal nemico. Considerato uno dei migliori combattenti della resistenza reggiana.

[3] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani, & C. 2005) – pag.194

[4] Germano Nicolini con Massimo Storchi – Noi sognavamo un mondo diverso. Imprimatur Editore, 2012

[5] “Non camminiamo da soli”,  Intervista a Germano Nicolini il comandante Diavolo – Comune di Rio saliceto, 2015

[6] Gad Lerner e Laura Gnocchi – Noi partigiani. Memoriale della Resistenza italiana. Ed. Feltrinelli, 2020

[7] “No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto ciò è successo perché non ne avete più voluto sapere.” (G. Ulivi)

[8] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani,  & C. 2005) – pag.188

[9] G. Pansa – Il sangue dei vinti. Ed. Sperling & Kupfer, 2003, pag.320

[10] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani,  & C. 2005) – pag.188

[11] “Io, ragazzo di salò devo la vita al Diavolo”- Pierluigi Ghiggini, Giornale di Reggio, 2 settembre 2010

[12] I miei 100 anni di vita drammatica – Massimo Sesena, Gazzetta di Reggio, 26 novembre 2019