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GENNAIO ’21 – LA MORTE DI MACALUSO E LA NASCITA DEL PCI

Articolo a cura di Enrico Verdolini, segretario dei GD Emilia-Romagna.

Sindacalista, sette volte parlamentare, giornalista. Segretario regionale della CGIL Sicilia ad appena 23 anni, dopo aver guidato le battaglie della Camera del Lavoro di Caltanissetta. Esponente di lungo corso del Partito Comunista Italiano, dove ha militato a fianco del Presidente Giorgio Napolitano, nell’ala migliorista del Partito. Direttore de L’Unità quando il giornale usciva in edizione straordinaria, mentre tutta Italia era col fiato sospeso, dopo l’ictus che sul palco di Padova aveva ridotto in fin di vita il segretario Enrico Berlinguer. 

Non ci si può confrontare con una personalità come quella di Emanuele Macaluso, che ha attraversato così intensamente il Novecento, senza confrontarsi con quella che è stata l’esperienza del PCI. A maggior ragione, questo vale perché Macaluso ci ha lasciato nel gennaio del 2021 e il suo funerale è stato celebrato esattamente lo stesso giorno della ricorrenza del centenario della scissione di Livorno e della nascita del Partito Comunista Italiano.

Emanuele Macaluso e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
(foto Corriere)

«Un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, Un Paese colto in un Paese ignorante». Pier Paolo Pasolini aveva espresso pubblicamente la propria fiducia nel PCI, nonostante un rapporto non sempre idilliaco, e lo aveva descritto con queste parole. Quando poi Pasolini morì, mentre le circostanze della morte suscitarono scandalo in una parte dell’Italia benpensante, il PCI si fece carico della sua eredità e, spezzando ogni tabù sulla sua omosessualità, ne curò direttamente l’organizzazione dei funerali: le esequie di Pasolini, come ricordato da Chiara Valentini, rappresentano forse uno dei pochi casi di funerali di partito allestiti in Italia.

Questo episodio, la rottura del tabù su Pasolini, può esser aiuto a chi, come me, non ha vissuto quegli anni, per capire quello che ha rappresentato per la nostra società l’esperienza del PCI. Sarebbe quasi rituale richiamare i momenti della Guerra di Spagna, della clandestinità sotto il fascismo, delle Brigate partigiane Garibaldi, dell’Assemblea Costituente, il contributo che il PCI ha dato alla nascita e allo sviluppo della Repubblica nel nostro Paese, il suo attaccamento alla democrazia. Meno rituale è, invece, riflettere su come quello stesso Partito abbia determinato la rottura di molti altri tabù, imprimendo una spinta decisiva al progresso della nostra società e accompagnandone per mano l’emancipazione, fino alle soglie del nuovo millennio.

In fondo, sono proprio questi elementi di rottura che, più di tutti, sono rappresentati dall’intera vita di Emanuele Macaluso: il venir meno della condizione di marginalità in cui si trovavano tanti lavoratori e lavoratrici italiani; la rottura di quel tabù che, per secoli, li aveva visti esclusi dalla possibilità di aver voce nella comunità politica.

Macaluso stesso ha ricordato il senso della rottura di questo tabù in uno degli articoli pubblicati nel suo blog, Em.ma. in corsivo, il 28 febbraio 2017: «Sì, sono migliorista. E lo sono perché ho dedicato la mia vita a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. (…) Se non si lotta per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori parlare di socialismo vuol dire fare sono chiacchiere».

Questa grande sforzo di acquisizione di consapevolezza e di partecipazione delle persone comuni che ha attraversato la storia del P.C.I. è stato fondamentale nella rottura dei tabù sociali e nel contribuire ad allargare le basi democratiche del nostro Paese: una Repubblica senza PCI sarebbe stata, probabilmente, una Repubblica più povera, in cui una parte importante della popolazione sarebbe rimasta a guardare, senza riuscire a essere realmente protagonista della dialettica democratica pubblica.

L’abbattimento del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica e la svolta della Bolognina hanno determinato il venir meno di un altro tabù, la conventio ad excludendum, che per decenni ha condannato all’opposizione parlamentare un partito che era arrivato, nel suo momento più alto di consenso, a rappresentare in Parlamento un italiano su tre.

 In questi giorni sono state rese pubbliche dall’Huffington Post Italia alcune pagine di «Comunisti a modo nostro»: è l’ultimo lascito di Emanuele Macaluso, un libro scritto assieme a Claudio Petruccioli, in cui pure il tema del PCI è chiaramente ricorrente. Nelle pagine finora pubblicate, Macaluso ha riflettuto sulla strada intrapresa dalla sinistra post-comunista dopo il cambio del nome del PCI, una direzione in cui l’obiettivo principale è stato proprio quello di assumere responsabilità di governo. «Era vero che la sinistra comunista era stata esclusa dal governo e quindi il problema principale di questo gruppo dirigente fosse quello… Ma è diventato un obiettivo esclusivo, trascurando quasi completamente i processi sociali e culturali che maturavano nella società. (…) Non ci sono più grandi obiettivi, né risposta agli interrogativi su dove va la società. (…)».

Quello messo in luce da Emanuele Macaluso in questo suo ultimo contributo è, probabilmente, un altro dei tabù che, chi si riconosce nella sinistra italiana, è chiamato a fronteggiare: come fare per restituire linfa a quegli spazi di partecipazione, di incontro e di elaborazione che sembrano, in qualche modo, essersi inceppati?

Non si possono chiaramente riproporre quegli stessi schemi utilizzati nel Novecento, quei modelli di partiti che hanno caratterizzato un’altra epoca e non sono, chiaramente, replicabili.

Sta a noi saper cogliere questa sfida. Senza essere anacronistici, senza farsi intrappolare da nostalgie per strumenti irripetibili, occorre far tesoro degli insegnamenti che il PCI, così come le altre culture della sinistra italiana del Novecento, quella socialista di Pietro Nenni, Lelio Basso e Sandro Pertini (qui, volutamente, mi fermo), quella mazziniana, quella cattolica progressista dei Giuseppe Dossetti e degli Aldo Moro, sono state in grado di trasmetterci.

Rompiamo anche quest’ultimo tabù: facciamoci carico della missione di restituire passione per la politica, aprendo nuovi spazi di democrazia, combattendo quelle battaglie che sappiamo già di perdere, portando avanti quelle idee che sono giuste ma minoritarie nel Paese, convincendo gli altri della loro bontà, perché questo è l’unico modo possibile per cambiare in meglio la società in cui viviamo. Altre strade, nel futuro, non sembrano essere percorribili, se vogliamo restituire alla sinistra quella forza propulsiva che ha sempre avuto.