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E L’UNIONE EUROPEA CHE FA?

Le responsabilità dell’Europa nella gestione della crisi climatica.

Articolo a cura di Andrea Fortini.

“Questo evento serve a sottolineare il nostro costante impegno su queste tematiche”. Così ha esordito Edoardo Carminucci il 22 gennaio all’evento organizzato dal dipartimento Ambiente ed Economia dei GD Emilia-Romagna: “E l’UE CHE FA? Le responsabilità dell’Europa nella gestione della crisi climatica.”

L’articolo si riferisce a questo evento organizzato dai GD Emilia-Romagna dello scorso 22 gennaio.

Le finalità di questa videoconferenza, come ha spiegato con chiarezza Raffaele Bruschi, il responsabile Ambiente dei GD Emilia-Romagna, erano ”affrontare in maniera critica la gestione della crisi climatica e cercare di fare un focus su quelle che sono le tre grandi categorie nella gestione di questa emergenza: a livello globale, a livello dell’UE e a livello locale”. Della stessa linea anche Enrico Verdolini, Segretario dei GD Emilia-Romagna, il quale, dopo aver ringraziato pubblicamente tutti i ragazzi del dipartimento Ambiente per il lavoro fatto, ha lanciato una suggestione: “Se riprendo la locandina la domanda era “E l’Unione Europea che fa?”. Aggiungo una domanda che vuole essere un incentivo al dibattito: ”Che cosa fa la Regione”. Perché? Perché se penso al Patto per il Lavoro e per il Clima dell’E-R le risposte in parte si sovrappongono. Il Patto sull’emergenza climatica pone due obiettivi: de-carbonizzazione entro il 2050, raggiungimento del 100% delle energie rinnovabili in tutto il territorio regionale. Perché dico che la risposta delle due domande si sovrappone? Perché questi obiettivi vogliono essere raggiunti dalla Regione Emilia-Romagna anche attraverso un sapiente utilizzo dei fondi europei ordinari e straordinari. Quindi tutta la partita sul Recovery Fund è anche da vedere su un assetto di rapporti tra UE, Stato, ma anche tra UE e Regione.”

Anche per questi motivi la scelta degli invitati non è assolutamente casuale: Marco Affronte, divulgatore scientifico, ex delegato alle conferenze (COP) e ex europarlamentare, Alessandra Moretti, europarlamentare in Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) e Luciano Natalini, europrogettista ed esperto di politiche UE.

A fare da moderatori i due iscritti e membri del dipartimento Ambiente ed Economia, Gabriele Pinto della Federazione di Cesena e Annachiara Galli della Federazione di Parma.

Gabriele Pinto esordisce con una domanda a Marco Affronte sulle COP.

Marco Affronte, già europarlamentare, delegato conferenze sul clima COP21 ONU, divulgatore scientifico.

Secondo il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico l’obiettivo è non superare l’aumento di 1,5° delle temperature medie globali rispetto ai livelli preindustriali che in questo momento abbiamo superato di 1. Per non superarlo bisogna ridurre le emissioni di circa il 45% entro il 2030. Se questo non succedesse avremmo un trend che arriverebbe a circa 4°.

Nel frattempo le Conferenze Internazionali per il Clima (COP) hanno varato degli Accordi di Parigi che si pongono l’obiettivo di evitare l’aumento delle temperature di 2° e stare preferibilmente a 1,5°.

Dato che nelle quattro COP successive alla COP21 (Quella di Parigi) non sono ancora state messe delle sanzioni contro la violazione degli Accordi e nel 2019 sono state emesse 36,8 tonnellate di CO2 nell’ambiente segnando così il record storico annuale, cosa comporta l’aumento delle temperature e perché sono state fissate queste soglie? Dove le COP potrebbero migliorare il proprio operato?

Per quanto riguarda le conseguenze, Marco Affronte dice: “le stiamo vedendo (ed) è la conseguenza dell’aumento di 1° di temperatura. Nel 2012 nel documento della Banca Mondiale c’era scritto “non siamo sicuri che la vita per gli esseri umani possa essere compatibile con un aumento di temperatura di 4°”.

Sulle COP invece fa una premessa, ricordando che il tentativo di costruire un accordo era già stato fatto nel 2009 ed era risultato un fallimento. Un grande risultato di Parigi è che almeno è riuscito a mettere nero su bianco degli impegni. Detto ciò, il divulgatore scientifico non nasconde però i punti deboli, elencandone alcuni:

  1. Non ha sanzioni, perché molti dei paesi che fanno parte dell’ONU non ne vogliono sentir parlare e perché al momento non esiste un organo mondiale che possa sanzionare gli Stati. Da questo punto di vista in Europa siamo fortunati perché l’UE vincola tutti i suoi membri, ma non c’è questo meccanismo per altri Paesi che fanno parte della convenzione delle Nazioni Unite.
  2. Prima di Parigi ogni Stato ha dovuto scrivere il suo impegno per raggiungere gli obiettivi che si vuole dare al 2030 e al 2050. Questi impegni sono chiamati NCD e sono il pilastro dell’Accordo. Ci sono però due grossi problemi legati a ciò. Il primo è che quando tutti gli Stati hanno scritto questi impegni, questi sono stati raccolti un mese prima della Conferenza e dati agli scienziati che li hanno analizzati. La sorpresa è stata che anche se gli Stati rispetteranno gli impegni avremo un aumento della temperatura dai 2 e i 3 gradi. In secondo luogo l’Accordo stabilisce che vanno rinnovati ogni 5 anni e devono essere sempre migliorativi. L’anno scorso questi impegni andavano rinnovati e nell’ultima COP di Madrid solo 85 Stati su un totale di 196 hanno preso l’impegno di rinnovare in modo migliorativo l’NCD. Ad oggi la situazione è ancora peggiore perché gli unici paesi che hanno presentato un impegno migliorativo sono 3: Cile, Norvegia e Vietnam.

Affronte conclude dicendo che nel 2023 si dovrà fare il punto della situazione. Da quell’anno in poi si farà ogni 5 anni e purtroppo si prospetta un quadro inquietante.

Annachiara Galli continua con le domande ripercorrendo la tematica della disparità economica tra gli Stati sviluppati e quelli in via di sviluppo.
Come contrastiamo il problema che gli Stati economicamente avanzati, che quindi producono anche più emissioni, non si prendono la responsabilità di curarsi anche degli Stati più poveri e più colpiti dall’emergenza climatica?

 “Il problema climatico sarà sempre di più un problema sociale”. Così esordisce Affronte. Per sfortuna le posizioni geografiche di molti dei paesi non sviluppati si trovano in fasce della Terra in cui il cambiamento climatico colpisce molto duramente, in più le misure di adattamento necessarie, unite a quelle di mitigazione, costano un sacco di soldi e i paesi non sviluppati sono in difficoltà.

Secondo Affronte la risposta sta in parte nella domanda: sono i paesi più sviluppati che devono cercare in tutti i modi di dare una mano anche a quelli in via di sviluppo ed anche questo è previsto in diversi punti e in diverse modalità nell’Accordo di Parigi. Il divulgatore scientifico ricorda solo due strategie: una differenziazione di impegni tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo e la previsione di un meccanismo finanziario a sostegno dei paesi più fragili. Era stato predisposto a Parigi infatti che al 2020 venisse formato un fondo da 100mld per i paesi in via di sviluppo da rinnovare poi ogni anno successivo. Nella pratica, però, ad oggi non è stata nemmeno raggiunta la cifra totale stabilita per quest’anno. Comunque in futuro, come dice Affronte, “le conseguenze [del cambiamento climatico] ce le sobbarcheremo sempre di più anche noi”. Basti pensare al fenomeno migratorio causato dalla desertificazione. “Non possiamo girarci dall’altra parte.”

Passando ora dal piano globale al piano europeo, la parola è rivolta da Annachiara Galli ad Alessandra Moretti.

Alessandra Moretti, europarlamentare del Partito Democratico.

Alle ultime elezioni europee infatti si è tornati a parlare anche del ruolo dell’Unione Europea per i cambiamenti climatici. Anche la Commissione europea stessa ha espresso la volontà di portare a dei cambiamenti in positivo per l’economia e per l’ambiente e ha portato due progetti molto importanti che sono il Green New Deal e il Recovery Fund.

Quali saranno le conseguenze di questi piani all’interno di tutto il territorio europeo tenendo presente che la Polonia ad esempio è uno stato che usa ancora parecchio il carbone per produrre energia elettrica? Unendo il Green New Deal con la Carbon Tax obbligatoria questa transizione ecologica potrebbe portare a problemi economici all’interno dei diversi paesi dell’UE. In che modo quindi l’Unione Europea cerca di contrastare questa tematica unendo l’efficienza economica con quella ambientale?

“Sono molto contenta che a promuovere questo dibattito siano i Giovani Democratici, perché il Next Generation EU è dedicato proprio a voi”: Queste le prime parole di Alessandra Moretti che prosegue facendo una panoramica dei provvedimenti presi dall’UE in materia ambientale, proprio in virtù dei quali l’europarlamentare ritiene “questa la legislatura costituente dell’Unione Europea”. Innanzitutto, la Commissione ha lanciato il famoso pacchetto di riforme chiamato Green New Deal dal quale scaturisce la prima legge al mondo appositamente creata per la difesa dell’ambiente, la Climate Law. Questa legge pone l’obiettivo al 2050 di arrivare ad emissioni zero di CO2, con una fase transitoria che dovrebbe portare l’Europa ad una riduzione del 50% nel 2030. Poi, c’è l’ambizioso piano del Recovery Fund, che ha una parte consistente dedicata alla lotta al cambiamento climatico: il 37% delle risorse dovrà essere investito per la sostenibilità ambientale e di quella percentuale il 20% sarà impiegato per la digitalizzazione.
Questi risultati, ci tiene a rimarcare Alessandra Moretti, sono stati possibili grazie alla grande convinzione e pressione esercitate dai socialisti suoi colleghi nelle commissioni, dai greens, ma anche dalla presenza massiccia nelle istituzioni di donne che hanno spinto molto per portare avanti queste politiche.

Ciononostante ci sono ancora molti ostacoli lungo la strada ed uno di questi è l’ostilità dei paesi di Visegrad, ancora molto dipendenti dalle energie non rinnovabili e quindi preoccupati da politiche indirizzate verso la riconversione ecologica. L’opposizione più dura è esercitata dalla Polonia che è responsabile dell’86% delle estrazioni di carbone di tutta Europa. Anche la Repubblica Ceca è sulle stesse posizioni a causa della dipendenza che ha dall’energia nucleare: ha 2 centrali nucleari all’attivo e sta cercando un’improbabile deroga del Green New Deal per poterne costruire di nuove. L’Ungheria ha una posizione più conciliante, mentre la Slovacchia fortunatamente ha abbracciato convintamente il Green New Deal grazie al suo paniere energetico più diversificato.
In sintesi l’europarlamentare conclude dicendo che “se i gruppi europei supportano queste politiche ce la possiamo fare, ma gli ostacoli rimangono”

Per entrare ancora più nello specifico del Recovery Fund, Gabriele Pinto si inserisce con un apprezzamento per la decisione di destinare il 37% dei fondi a politiche di sostenibilità, ma esprimendo anche la propria preoccupazione per quanto riguarda la governance che dovrà gestire questi fondi.
Quanto può essere un problema la governance affidata ad ogni singolo Stato?

La parola di nuovo ad Alessandra Moretti che ricorda a tutti l’ammontare dei fondi e quindi anche la necessità di prestare attenzione. Le risorse sono 4 volte il Piano Marshall, in più una grande percentuale presenta tassi di interesse bassi e una minoranza non trascurabile è formata da risorse a fondo perduto. Per “il fatto che l’Italia riceva la parte più ingente del Recovery, ha gli occhi puntati addosso dell’Europa”.  

È assolutamente legittimo e doveroso che l’Europa vigili e proprio con questa volontà ha introdotto delle limitazioni alla libertà degli Stati di spendere i fondi: ha introdotto linee guida generali sulle spese che ogni Stato dovrà fare (dove spenderli e che obiettivi ottenere) e ha disposto che la spesa di queste risorse dovrà tutta avvenire entro e non oltre il 2026.

“Riuscirà – continua la Moretti – l’Italia a spendere tutte queste risorse” considerato che non ha mai brillato per la gestione dei fondi europei? Il fatto di avere un’instabilità politica proprio sul Recovery Fund contribuisce a rendere diffidente l’UE

“Ora [il nostro paese] deve dimostrare di avere uno sguardo lungo nel futuro” altrimenti, come ricordato da Mario Draghi, faremo un debito che non sarà debito, buono, ma cattivo e correremo il rischio di non riuscire a rialzarci mai più.

Nello specifico secondo l’europarlamentare europea la riuscita del Piano dipenderà strettamente da un principio di sussidiarietà: dal livello europeo, da una buona collaborazione tra i paesi e da un impegno forte delle autorità locali.

In fine lancia un auspicio: “Questa potrebbe essere la legislatura che affida all’Europa più competenze, per esempio in materia sanitaria”.

Ecco così arrivati alla fine di questo ciclo: dopo essere partiti dalla dimensione globale e aver affrontato la dimensione europea, concludiamo tornando nel locale e interpellando Luciano Natalini.

Luciano Natalini, esperto di politiche dell’UE, europrogettista.

Ecco che sempre Gabriele Pinto, facendo riferimento al Paesc, il Piano che vincola i comuni firmatari ad una riduzione del 40% delle emissioni entro il 2030, chiede all’europrogettista quale struttura di governance a livello locale potrebbe dare i risultati migliori per rendere i progetti del Piano una realtà.

La domanda affonda le sue radici nel lavoro che il dipartimento Ambiente ed Economia sta portando avanti con ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e altre realtà proprio sul Paesc.

Nel rispondere Natalini parte da un presupposto fondamentale:”la crisi pandemica, la crisi climatica e la crisi economico-sociale sono tre facce della stessa medaglia. Questa medaglia si chiama modello di sviluppo non più sostenibile

La strategia per risolvere congiuntamente questi problemi deve quindi trovare una convergenza di impegno tra tutti i piani istituzionali (globale, ma anche territoriale), ma anche tra tutti i settori dell’amministrazione e del governo (turismo, urbanistica, mobilità ecc ecc). Qualsiasi tipo di struttura di governance deve stare dentro questa logica: le cabine di regia e le strutture intersettoriali possono essere un esempio molto efficace. Tutti i settori devono essere portati a lavorare insieme dentro una visione di lungo periodo.

Venendo in particolare al Paesc, quest’ultimo può essere visto come il più importante strumento di pianificazione strategica attuato dal basso, dai comuni stessi. Infatti non è presente soltanto in Europa, ma è un’iniziativa promossa a livello globale: in tutto il mondo sono 10034 le città che hanno aderito.

Nella nostra Regione solo 15 comuni su 328 non hanno aderito.

“Ma siamo soddisfatti del lavoro svolto?”

Nel 2020 i comuni aderenti si sono impegnati principalmente per conseguire gli obiettivo del “pacchetto 202020” (20% in meno di emissioni di CO2, 20% in più di energie rinnovabili, 20% in più di efficienza energetica) e ci possiamo dire soddisfatti: tutti tre gli obiettivi si stanno raggiungendo, a parte l’efficienza energetica.

Nonostante ciò ci sono due criticità nel nostro territorio che ancora sono da risolvere: la bassa qualità dell’aria e la percentuale insufficiente di energie rinnovabili.

Proprio sul tema della qualità dell’aria la Corte di giustizia europea nel 2020 ha punito l’Italia per lo sforamento dei limiti massimi fissati dalle direttive europee sulle emissioni e ha indicato l’Emilia Romagna come una delle cause che l’hanno portata a questa sanzione.

Sul fronte delle energie rinnovabili, se l’Italia registra una percentuale di 38%, la nostra Regione invece si ferma al 16%. Per questo il Patto per il Lavoro e il Clima ha fissato l’obiettivo per il 2035 di arrivare al 100% di energie da fonti rinnovabili, ma anche su questo Natalini registra un’ambiguità: è pronto a scommettere che questo traguardo si riferisca solo all’energia elettrica e non a tutti i settori, come i trasporti o altri.

L’europrogettista ci tiene a rimarcare questo punto perché se l’obiettivo del 100% riguardasse tutti i settori saremmo costretti a moltiplicare gli sforzi: secondo gli esperti al ritmo attuale il nostro Paese raggiungerebbe la neutralità climatica solo nel 2085. “Significa uno sforzo profondo per quanto riguarda le nostre zone” conclude Natalini.

Concludendo, Annachiara Galli coglie l’occasione della presenza di un esperto per chiedere un chiarimento sul progetto europeo delle “100 città”.

È un progetto che sta all’interno del piano europeo “Horizon Europe 2021-2027” e consiste nel selezionare 100 città pilota per la lotta alle emissioni. È molto sfidante perché ogni città unita al progetto si pone l’obiettivo di raggiungere la neutralità energetica nel 2030, cioè 20 anni prima del resto d’Europa.

Una parte interessante di questo progetto è lo strumento di contratto utilizzato, il Climate City Contract. Dev’essere firmato dalla Commissione europea, dal sindaco e da stakeholders ed inoltre prevede l’obbligo di un coinvolgimento diretto dei cittadini: l’1 dei finanziamenti è vincolato a questo scopo.

Il costo complessivo varia da città a città ed indicativamente è di 10000 euro pro capite. I fondi vengono ricavati dal Next Generation EU, dalla Banca Europea per gli Investimenti e dagli ordinari Fondi Strutturali.

Ma di costi non soltanto si tratta: ENEA ha stimato che ogni milione di euro destinato si creerebbero 11 posti di lavoro. Data l’ingente somma di denaro, vuol dire la creazione di tantissimi nuovi posti di lavoro.

In conclusione se volessimo riassumere questo incontro, userei proprio una frase di Natalini: “La transizione ecologica spinta comporta dei costi, ma porta anche a dei risultati virtuosi e positivi