Con il taglio vince la “casta”

La redazione di Kopernik precisa che nelle prossime settimane il giornale sarà aperto a contributi tematici di approfondimento sul tema del referendum costituzionale. Lo spazio di dibattito e riflessione è aperto a articoli che analizzino entrambe le posizioni del referendum, nel solco di una dialettica sana, volta all’informazione e alla riflessione. Chiunque voglia contribuire al dibattito, può contattare la redazione del giornale per inviare il proprio contributo. Verranno inoltre pubblicate nei prossimi giorni una serie di interviste che hanno coinvolto docenti di diritto costituzionale, fornendo entrambi i punti vista sul tema, sia favorevole che contrario alla riforma, adottando una chiave di lettura giuridica.
Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare la riflessione e l’approfondimento di una questione di estrema delicatezza e complessità come la riduzione del numero dei parlamentari.

Il 20 e il 21 settembre i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per votare per il quarto referendum costituzionale della storia repubblicana. La consultazione riguarda la legge n. 240 del 2019 che prevede la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. La legge costituzionale consta di quattro articoli e prevede la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Trattandosi di referendum confermativo per la validità non è necessario il raggiungimento del quorum, pertanto l’esito sarà valido a prescindere dal numero di persone che andrà a votare.

Per l’approvazione di una legge costituzionale sono necessarie due deliberazioni successive a distanza di non meno tre mesi, e nella seconda è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera, come previsto dall’articolo 138 della carta costituzionale. Perché una legge costituzionale possa essere direttamente promulgata è invece necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le Camere. Nel caso di specie la legge è stata approvata solo alla Camera con la suddetta maggioranza qualificata, ed ecco perché 71 senatori hanno potuto chiedere che la legge venisse sottoposta a referendum popolare, sempre in ossequio all’articolo 138 della Costituzione. Il 23 gennaio 2020 è poi arrivata l’ordinanza che dichiara la conformità della richiesta di referendum alle norme costituzionali da parte dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione.

  Quello del 20 e 21 settembre è un referendum alquanto singolare, specialmente per quanto concerne la posizione dei singoli partiti politici. Difatti, nessuna forza politica – eccetto il Movimento 5 Stelle e +Europa – sta facendo propaganda o ha manifestato espressamente la propria posizione. Questo un po’ perché opporsi al taglio è impopolare e un po’ perché al loro interno i partiti sono divisi sul tema. Inoltre, più o meno ogni schieramento ha cambiato idea sulla legge costituzionale in virtù dei vari cambiamenti che ci sono stati nel corso dell’attuale legislatura, per cui non vogliono esporsi troppo. Va detto infatti che questo referendum non riguarda solo la diminuzione dei nostri rappresentanti, ma è anche una sorta di voto di fiducia al governo, o almeno è su questo piano che gli eredi di Casaleggio hanno posto la questione al Partito Democratico, motivo per cui quest’ultimo – salvo qualche singola voce per il NO – non si è ancora schierato.

  Il taglio dei parlamentari o, per meglio dire, il taglio della politica è una misura bandiera che da sempre affascina il populismo e l’antipolitica. E così oggi, come negli anni ‘40 il Fronte dell’Uomo Qualunque, il M5S si fa portavoce di questa istanza: tagliare la politica, la “casta”, i privilegi per risolvere i problemi dei cittadini. Certo, per l’elettore il quesito è accattivante, soprattutto dopo anni di sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, e dopo anni di propaganda antipolitica in cui la responsabilità di parte dei problemi di questo paese è stata additata proprio ai costi della politica e ai politici. Ma per la democrazia? Quali possono essere le conseguenze di un’eventuale vittoria del SI sul piano democratico?

  Anzitutto il tanto millantato risparmio per i cittadini e per lo stato è una grande menzogna. Difatti, come si evince dal sito del Dipartimento per le Riforme Istituzionali la riforma comporterebbe un risparmio di 500 milioni di euro a legislatura, quindi in totale ogni cittadino risparmierebbe meno di due euro l’anno. Dopodiché le conseguenze peggiori ci sarebbero sul piano della rappresentatività e della democrazia. Sebbene questa riforma venga presentata come un modo per migliorare l’organo legislativo, per renderlo più veloce e per rendere più competenti e presenti i suoi componenti, nessuno di questi obiettivi verrà raggiunto semplicemente riducendo un numero, sulla base peraltro di un criterio poco chiaro. In verità un rischio reale e concreto è che il sistema da democratico diventi più oligarchico. Ma andiamo con ordine.

  In primo luogo riducendo il numero dei rappresentanti del popolo si riduce, appunto la rappresentanza. Tagliando il numero dei parlamentari, infatti, non diminuisce la popolazione e non si modifica il territorio, pertanto i nuovi collegi saranno geograficamente più estesi. E in questo modo ci sarà un deputato ogni 151 mila abitanti e un senatore ogni 302 mila, ampliando ulteriormente il divario tra rappresentante e rappresentato. Inoltre, sarà più difficile non solo rappresentare il totale dei cittadini, ma anche rappresentare i diversi orientamenti politici della cittadinanza. Riducendo i parlamentari senza modificare, prima o contestualmente, la legge elettorale c’è il pericolo che diminuiscano le garanzie delle minoranze parlamentari.

Questo problema si lega ad un’altra questione delicata che sorge con la riforma, ovvero la ripartizione dei componenti di un gruppo parlamentare nelle varie commissioni. Problema che si pone in particolar modo per i gruppi meno numerosi. Infatti, se il numero di commissioni dovesse rimanere invariato (14) non tutti i gruppi sarebbero rappresentati nelle varie Commissioni. La situazione non preoccupa tanto al Senato, in cui il Regolamento prevede che uno stesso senatore possa essere assegnato a tre commissioni, quanto alla Camera. Qui difatti i deputati possono essere assegnati solo ad una commissione, verificandosi quindi il rischio che le minoranze non possano partecipare a tutti i lavori nelle commissioni.

  Un altro pericolo poi, come ha sottolineato Sabino Cassese, è quello dell’aumento eccessivo del potere dei partiti, tale per cui il nostro sistema potrebbe diventare più oligarchico. Come spiega il giudice emerito infatti, essendoci un minor numero di parlamentari i segretari dei partiti giocheranno un ruolo maggiore e avranno più potere per sistemare questo numero ristretto. Il sistema quindi diventerebbe più oligarchico perché ci sarebbero più decisioni prese dall’alto e meno potere del popolo.

  Questa riforma è stata definita da più voci come un attacco alla democrazia rappresentativa, e non stupisce che provenga da un partito, il Movimento 5 Stelle, che da sempre vuole la democrazia diretta (e se possibile digitale). Ma la democrazia è rappresentativa e necessita di un luogo, il Parlamento appunto, in cui devono sedere i rappresentanti del popolo scelti proprio da quest’ultimo. Specialmente in un momento storico come quello attuale in cui il ruolo del parlamento dovrebbe essere semmai rafforzato. Pensare di risolvere problemi come l’assenteismo e l’incompetenza di molti parlamentari solo riducendone il numero è fuorviante. Invero, ridurre deputati e senatori non significa scegliere i parlamentari in base al livello di competenza, ma significa solo ridurre la rappresentatività.

  La Costituzione della Repubblica è nata con il contributo e l’accordo di tutte le forze politiche dell’epoca, ed è una sorta di compromesso. È certamente un documento politico, ma non partitico. Ecco perché ogni modifica alla carta costituzionale dovrebbe essere il più possibile laica, e non può essere voluta solo da un partito o da una momentanea maggioranza, o essere posta tra le condizioni di un contratto di governo. La stabilità o meno di un governo non può essere una minaccia per un referendum il cui eventuale esito positivo potrebbe modificare per lungo tempo il volto democratico di questo paese. Giorgio Amendola – partigiano ed esponente del PCI – disse, riferendosi agli anni in cui è nata la costituzione, che allora i partiti furono la vera garanzia delle istituzioni. Oggi purtroppo non è più così. Oggi la politica annaspa, è immobile e poiché da questa impasse potrebbero derivare seri rischi per la nostra democrazia, spetta ai cittadini farsi garanti delle istituzioni, specialmente di quella che li rappresenta.