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CHILE DESPERTÓ, MUNDO DESPERTÒ – IL CILE SI È SVEGLIATO, IL MONDO SI È SVEGLIATO

Articolo a cura di Andrea Fortini, segretario dei Giovani Democratici Faenza.

Una grande scritta proiettata sulla torre Telefónica, che domina la piazza: “Renace”.
Dopo la vittoria del No del 1988, che ha posto fine alla dittatura di Pinochet, la notte del 25 ottobre un collettivo di artisti ha festeggiato così la vittoria del Sì al Referendum tenuto in Cile per abolire la Costituzione vigente e redigerne un’altra.

Dalla fine del regime di Pinochet infatti sono passati trent’anni e, anche se ciò che è passato dovrebbe essere passato, la Costituzione che fino ad un mese fa costruiva e gestiva la vita pubblica del Paese era la stessa redatta nel 1980 sotto quel famigerato regime autoritario.

Sì, fino a un mese fa, perché ora quella Costituzione è stata finalmente stracciata. Il risultato del Referendum Popolare di domenica 25 ottobre ha visto il 78% dei cittadini cileni favorevoli alla redazione di una nuova Carta Fondamentale.

Già da un anno erano iniziate le rivolte, precisamente il 18 ottobre, quando una protesta studentesca per un modesto aumento delle tariffe della metropolitana è deflagrata in un movimento molto più ampio, rallentato, ma non certo fermato dall’emergenza coronavirus.

Ma si proceda per gradi. È veramente soltanto una lotta contro ciò che resta di un regime morto e sepolto, come dimostrano di pensare molti rappresentanti politici del pensiero democratico anche italiano, oppure c’è anche dell’altro? Cosa può insegnare a noi un fatto che è successo oltre-Oceano?

Come ogni evento epocale non è isolato, ma frutto di un’evoluzione storica, anche questo non fa eccezione.

La notizia del colpo di stato di Pinochet sul quotidiano italiano “Avanti”.

La Costituzione del 1980, abolita con il referendum di un mese fa, viene dopo la stagione repressiva della dittatura militare. È figlia del tentativo di Pinochet di normalizzare il paese. Negli anni 70 infatti il regime mise da parte lo strumento della violenza sistematica per mettere mano all’economia. In particolare si confrontò con le teorie economiche dei Chicago Boys, un gruppo di economisti che auspicavano la liberalizzazione del sistema economico, sotto l’insegna di privatizzazioni diffuse. Tutto ciò tolse vigore agli ultimi sprazzi di opposizione grazie alla veloce crescita economica che ne conseguì.

Dall’esterno il periodo florido del Paese fu interpretato come un “miracolo cileno”, ma i problemi rimanevano intatti, anzi per le classi meno abbienti si aggravavano: la disoccupazione era a livelli molto alti e la distribuzione del reddito rimaneva fortemente squilibrata.

Il castello di carte cominciò a cedere subito all’inizio degli anni ’80 con la rivalutazione del peso, la moneta cilena, e il conseguente freno delle esportazioni. Per la prima volta rialzarono la testa gruppi di protesta, anche violenti, che contribuirono a minare la stabilità della Giunta Militare.  Alla fine del decennio ci fu un’accelerazione degli eventi: nel 1987, sull’onda delle proteste, il governo autorizzò la creazione di partiti politici in vista del Referendum del 1988, che doveva decidere se permettere a Pinochet di continuare il proprio mandato o meno.

La Nazione gli rispose con un secco No e i partiti vincitori chiesero subito una riforma della Costituzione per una “transizione consensuale verso la democrazia”.

Il 14 dicembre del 1989 ebbero luogo le prime elezioni presidenziali libere e democratiche.

Da allora sono passati trent’anni e alla guida della Nazione si sono susseguiti 5 figure politiche e due schieramenti, uno di centro-sinistra, l’altro di centro-destra. Nessuna delle due fazioni però, per necessità o scelta, avviò un nuovo processo costituente. Una peculiarità quindi della rivoluzione culminata un mese fa è stata indiscutibilmente questa: il successo delle richieste popolari è stato possibile grazie ai movimenti piuttosto che ai partiti. Le vecchie organizzazioni di massa, accusate della corruzione dilagante e delle gravi difficoltà economiche degli strati più poveri della popolazione, non sono più in grado di farsi forza delle energie che naturalmente nascono all’interno della società civile. Come quando un’onda di uno tsunami si avvicina, prima si sente un leggero vento, poi il mare si ritira e infine compare l’onda inesorabile all’orizzonte, così è stato in Cile: si cominciarono a vedere i fuochi della rivolta già all’inizio del 2000, prima sporadici, poi sempre più frequenti e infine travolgenti. Col passare dei mesi e degli anni i gruppi sparsi si sono fatti sempre più coesi e organizzati, tanto da formare assemblee organizzate, soprannominate “cabildos abiertos”. Da qui nasce la comune esigenza di un nuovo patto costituzionale e il 15 novembre del 2019 finalmente viene annunciato l’accordo parlamentare per il Referendum popolare: si sarebbe deciso se superare o meno la Costituzione vigente e si sarebbero scelte le modalità per eleggere la nuova Convencion costituente.

Proprio qui però c’è la seconda fondamentale peculiarità di questa vicenda. Questo primo annuncio di accordo non venne accolto dai cabildos con la soddisfazione che ci si aspettava. Infatti la critica principale che i manifestanti muovevano a quell’accordo era di carattere sociale. Ad esempio secondo i rivoltosi la scelta parlamentare di fissare il quorum delle decisioni della futura Convencion a 2/3 avrebbe bloccato sul nascere il dibattito sui temi più conflittuali: la lotta alle disuguaglianze e i diritti sociali. Ecco il tassello mancante che gli esponenti, anche italiani, del pensiero prettamente democratico non hanno colto: la questione sociale.
Come abbiamo visto già nel paragrafo sopra, la Costituzione del 1980 non è soltanto il simbolo dell’oppressione politica attuata da Pinochet, ma anche un vessillo vivente delle politiche liberiste che hanno impoverito gran parte del Popolo cileno. Basti sapere che, secondo dati pubblicati nel 2019 dalla CEPAL, all’1% più benestante fa capo più del 26% del PIL nazionale cileno. Basta pensare all’inadeguatezza del salario minimo, fissato a 320,5 mila pesos, l’equivalente di nemmeno 350 euro, o al fatto che tutti i servizi sono privati e non accessibili ai più (L’art. 19 della Costituzione del 1980 privatizza di fatto tutti i servizi essenziali).
Non è assolutamente un caso che le lotte abbiano unito così tanti attori sociali, dalle rappresentanze studentesche ai sindacati. È in atto una rivolta contro un sistema economico e politico gerarchico e chiuso alle classi meno abbienti.

Questi due fattori, la crescente sfiducia nei confronti dei partiti di massa tradizionali e la rivolta contro un intero paradigma economico ci devono far pensare. Non sono questioni soltanto cilene.

In tutto il mondo le vecchie organizzazioni politiche non svolgono più il ruolo che spetterebbe loro, organizzare le masse, tanto che si creano movimenti autogestiti come i Fridays For Future, il Black Lives Matter e le varie associazioni di pressione su tematiche particolari. In tutto il mondo si pone la questione di come rivedere i meccanismi di partecipazione dei cittadini e i corpi intermedi (partiti, sindacati ecc). Certamente la risposta non è replicare l’esperienza cilena, ma studiarla per la Sinistra diventa fondamentale per il ruolo che i movimenti autogestiti stanno acquisendo in quel contesto.

Non sono soltanto questioni cilene neanche il dilagante prosperare delle diseguaglianze sociali e i continui sintomi di rivolta nei confronti di questo modello economico liberisteggiante.

Per questo il 25 ottobre è epocale: non soltanto perché, come ricordano giustamente alcuni, viene superato definitivamente Picochet, ma anche perché da lì si riaccende una miccia universale per tutti: non si possono calpestare impunemente i diritti sociali senza che il Popolo si ribelli. Rappresenta un invito a tutti coloro che si professano di Sinistra ad occuparsi della cosiddetta questione sociale con il coraggio di proporre modelli economici alternativi.

Che fallisca o meno, questo è un appuntamento con la Storia, un messaggio per noi di Sinistra, il quale ci deve vedere vigili e pronti a reagire con energia, uniti, per la libertà e la giustizia sociale.