CENTO ANNI DALLA FONDAZIONE DELLA FGCI- UNA LEZIONE DI ORGANIZZAZIONE E DI LOTTA

Articolo a cura di Marco Rocco De Luca, membro dei GD Cesena e studente di Psicologia presso l’Università di Bologna.

Il 29 Gennaio del 1921 la Federazione Giovanile Socialista Italiana cambia il nome in Federazione Giovanile Comunista Italiana. Dopo la scissione di Livorno, i giovani comunisti italiani iniziano un percorso politico e organizzativo volto alla creazione di un movimento generazionale alla ricerca di un’identità all’interno della grande famiglia del Partito Comunista Italiano.

La storia della FGCI è permeata, fin dalle sue origini, dalla ricerca costante di una autonomia e di una ragione di esistenza all’interno e all’esterno del Partito. Una ricerca che dovrebbe essere significativa anche per le giovanili di oggi, che vivono in un contesto sociale, politico e lavorativo, totalmente diverso dal mondo dei blocchi. Trovare un significato di esistenza, in quest’era, è già difficile per ogni singolo individuo, figurarsi per un interno movimento.

Ma fu già Longo ad iniziare questa ricerca di senso quando, nel Comitato centrale che decise di ricostruire la FGCI, disse che essa è un «potente strumento nelle mani del Partito (…) per la realizzazione degli obiettivi del Partito». La giovanile del PCI rappresentava, già agli albori, per uno dei massimi dirigenti del Partito, un organismo funzionale proprio alla costruzione e al raggiungimento degli scopi dell’agenda politica Nazionale. Lo scopo di una giovanile, all’epoca e probabilmente anche oggi, era, quindi, quello di intercettare quel corpo chiamato, in maniera approssimativa e priva di sfumature, “i giovani” traghettandone le forze vitali ed energiche verso la dialettica e la lotta politica attiva.


Ma, se da una parte, il Partito ha riconosciuto la forza e le possibilità della FGCI, è stata la stessa giovanile a dar conferme continue e, come sostenuto da Serri, ci fu un solido nesso causale tra l’elaborazione politica della FGCI prima del ’68 e la capacità del PCI di far fronte ai movimenti giovanili successivi. Il contributo dei giovani non fu solamente anagrafico e “presenzialista”, ma fu una costante elaborazione teorica che influenzò la strategia comunista.


Ma fu proprio con la fine delle ipotesi rivoluzionarie di una parte del Partito, che la FGCI rispose alla pressante necessità di organizzare le masse e le lotte dei giovani e degli studenti. Nel rapporto di Berlinguer al congresso della FGCI del 1950 troviamo le parole che rappresentano una realtà, ma anche un’aspirazione per ogni giovanile di sinistra: «la FGCI è risorta prendendo energicamente nelle sue mani la difesa delle rivendicazioni di tutte le categorie della gioventù lavoratrice e studiosa, (…) per organizzare la lotta dei giovani operai, disoccupati, contadini, studenti e ragazze».

È proprio il concetto di organizzazione che rappresenta la via maestra da attraversare in questi anni horribiles, aldilà della pandemia, con un intera generazione cresciuta in pieno post-modernismo nell’epoca forse più individualista, disaggregata e incerta della Storia, dove, almeno in Europa, si possono vantare più di 70 anni di pace, ma, contemporaneamente una sempre maggiore atomizzazione delle opinioni e delle coscienze.

Sicuramente degli errori sono stati commessi in passato, la progressiva erosione di certezze e di concetti comunitari ha aiutato lo sfaldamento delle connessioni generazionali e intergenerazionali, ma, avendo come faro l’esperienza della FGCI, noi giovani abbiamo l’obbligo morale, se non altro perché nostra unica speranza concreta, di ricominciare un cammino di coesione, di riorganizzazione e costruzione di una proposta politica strutturata, autonoma ma in dialogo con la politica adulta e degli adulti.

Almeno per evitare di dire, fra qualche anno, con le parole di Claudio Lolli:

Io mi mangiavo le mani, però,

non mi muovevo e aspettavo Godot

perché la storia ce lo insegna: Godot non arriva, e alla fine del nostro dramma, ci sarà solo scritto: “They do not move.