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THE OTHER SIDE OF THE ATLANTIC – IL MOMENTO DELLA SVOLTA

Articolo a cura di Tommaso Bonaiti.

Sono state settimane decisive per il futuro degli Stati Uniti d’America e forse del mondo: sull’onda dell’entusiasmo democratico che già aveva consegnato questo Stato a Joe Biden alle Presidenziali, e forse anche grazie alla sfiducia instillata dallo stesso Trump tra gli elettori repubblicani riguardo alla validità ed efficacia del processo elettorale, il 5 gennaio gli attesissimi ballottaggi per i due seggi senatoriali della Georgia (normalmente i due Senatori di ogni Stato vengono rinnovati in anni diversi, ma in questo caso si teneva un’elezione supplettiva dovuta a una dimissione per motivi di salute) hanno visto la vittoria dei candidati democratici, cioè Jon Ossoff, in precedenza produttore di documentari investigativi su casi di corruzione e discendente di Ebrei russi emigrati per sfuggire a dei pogrom, e il pastore afro-americano Raphael Warnock, da molti considerato il successore morale di Martin Luther King, essendo il pastore di quella stessa Ebenezer Baptist Church di Atlanta che era stata la parrocchia del leader del movimento per i diritti civili negli anni ’50 e ’60

Questa doppia vittoria consegna al Partito Democratico una risicatissima maggioranza al Senato, dove si è venuta a creare una situazione di pareggio, con 50 seggi su 100 controllati da ciascuno dei due principali partiti americani, che potrà però essere sbloccata durante le procedure di voto dal ruolo di tie-breaker riservato alla Vice-Presidenza, a cui la Costituzione assegna automaticamente il ruolo di Presidente Pro-Tempore del Senato con diritto di voto in caso di parità. È probabile dunque che vedremo molto spesso Kamala Harris intervenire in aula per sciogliere delle situazioni di parità, ma in questa nuova situazione veramente sul filo del rasoio saranno anche decisivi i senatori centristi di entrambi gli schieramenti, in particolare il democratico Joe Munchin III della West Virginia, storicamente di sinistra sui temi economici ma estremamente conservatore sul piano dei diritti civili, e nel Partito Repubblicano Mitt Romney dello Utah, Lisa Murkowski dell’Alaska e Susan Collins del Maine, tuttə e tre nemichə politichə di Trump o perlomeno in rapporti abbastanza problematici con l’ex Presidente.

Non sarà dunque semplice per i Democratici portare avanti la propria agenda politica, ma questa vittoria sicuramente rappresenta un importante passo avanti, insieme al mantenimento della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e alla conquista della Casa Bianca. E d’altra parte il grande punto di forza di Joe Biden dovrebbe essere proprio la capacità di dialogare anche con i Repubblicani, sia per le sue posizioni politiche comunque relativamente centriste e moderate, sia per le sue personali doti di empatia e capacità di mediazione.

Il giorno successivo, il 6 gennaio, mentre arrivava l’ufficialità dei risultati georgiani, si sono verificati invece gli eventi che probabilmente abbiamo visto tutti, e che hanno dato la scossa definitiva all’impasse istituzionale che si era creato in seguito alle elezioni. Mentre il Congresso, Camera e Senato, era riunito a Capitol Hill per certificare i risultati elettorali di novembre e la vittoria di Biden, una variopinta e a tratti carnevalesca, ma pur sempre armata, folla di Trumpisti, Qanonisti (i sostenitori di una bizzarra teoria del complotto riguardante i più svariati crimini e manipolazioni attribuite ai dirigenti del Partito Democratico, alle star di Hollywood e ai dirigenti della macchina amministrativa americana che di recente ha preso piede su Internet), nostalgici della Confederazione, suprematisti bianchi e neo-fascisti si sono riuniti a Washington D.C. (aizzati anche da Trump tramite un discorso e i soliti post su Twitter, a quanto pare il mezzo comunicativo prediletto dall’ex Presidente per creare un senso di comunicazione diretta con la sua base elettorale), hanno preso d’assalto la sede del potere legislativo, lasciata forse volutamente sguarnita di difesa e protezione dal potere esecutivo.

Capito Hill durante l’insurrezione (foto di Reuters).

Vale la pena soffermarsi su quest’ultimo punto: durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, i centri del potere federale sono stati sempre protetti da Trump con uno schieramento di forze massiccio e militare, mentre in questo caso a Capitol Hill si trovavano solo la Capitol Police, cioè la forza di sicurezza di Capitol Hill, e la polizia del District of Columbia, non certo la forza armata più combattiva presente negli Stati Uniti (una breve ricerca su YouTube vi permetterà di trovare le immagini dell’ultimo Gay Pride di Washington, con i partecipanti che twerkano sulle auto della polizia e gli agenti che se la ridono), e in ogni caso totalmente inadeguata a contrastare un’azione eversiva di questa portata. È inoltre interessante notare che Trump si è ostinatamente rifiutato di fare intervenire ulteriori forze di sicurezza anche quando i manifestanti sono penetrati all’interno del palazzo, arrivando a occupare anche molti uffici congressuali e le stesse anticamere delle due aule, con alcuni di loro che si sono dati al saccheggio e alla ricerca di souvenir, ma con altri che fucili d’assalto alla mano e fascette di plastica alla cintura (utilizzabili potenzialmente per legare degli ostaggi) si sono trovati in un vero e proprio stand-off armato con le forze di sicurezza alle porte dell’aula della Camera.

Affinché la situazione si risolvesse e i lavori del Congresso potessero riprendere, il Vice-Presidente Mike Pence, presente in quel momento a Capitol Hill per certificare i risultati elettorali e su cui Trump aveva fatto non poche pressioni nei giorni precedenti affinché ostacolasse il processo, ha dovuto prendere una decisione assolutamente senza precedenti, anche se è passata piuttosto in sordina: scavalcando il suo Presidente ha chiesto l’intervento delle Guardie Nazionali dei due Stati confinanti con il District of Columbia, cioè Maryland e Virginia, ma un intervento di forze armate su territorio federale quale è Washington sarebbe stata in teoria prerogativa di Trump in quanto Commander-in-Chief di tutte le forze armate americane. A Mike Pence va dunque tributato tutto il merito di aver preso una decisione coraggiosa e tecnicamente incostituzionale, anche se è pur vero che il Presidente si era reso irreperibile, il che avrebbe potuto giustificare un intervento vice-presidenziale; in ogni caso, Pence ha decisamente dimostrato più carattere di quanto ne ebbe Vittorio Emmanuele III quando Mussolini fece marciare i suoi su Roma.

Una domanda sorge comunque spontanea di fronte a questi eventi: qual era l’obiettivo di Trump? Alcuni hanno parlato di un tentato colpo di Stato, ma possiamo supporre che veramente il Presidente volesse bloccare i lavori del ramo legislativo e in particolare la certificazione della vittoria di Biden con la forza? Tutto ciò è estremamente improbabile, intanto perché il Congresso può, in caso di pericolo, decidere di riunirsi a porte chiuse e in un luogo segreto, e in secondo luogo perché una mossa del genere avrebbe necessitato di un forte sostegno delle forze armate, che però Trump sapeva benissimo di non avere, visto che i principali comandanti militari americani dichiaravano da settimane che non si sarebbero fatti coinvolgere nel processo elettorale, e infatti le forze armate hanno prontamente risposto alla chiamata di Pence, cosa che avrebbero potuto anche non fare, dichiarando di prendere ordini solo dal Presidente.

Credo personalmente che in realtà Donald Trump puntasse semplicemente a intorbidire ulteriormente le acque, a costringere il Congresso a certificare la vittoria democratica di novembre a porte chiuse o, al massimo, a distruggere o far sparire i voti cartacei espressi dai Grandi Elettori dei vari Stati per scegliere il nuovo Presidente (cosa che tra l’altro è stata evitata per un pelo), in modo da esasperare i sospetti su possibili irregolarità di queste elezioni.

In ogni caso, il Presidente si è reso responsabile di una violazione senza precedenti delle regole costituzionali americane e della democrazia in generale, nonché indirettamente della morte di un agente di polizia e di quattro suoi sostenitori (di cui uno in mezzo alla calca si sarebbe accidentalmente sparato un colpo di taser nei genitali, e a cui non possiamo dunque esimerci dall’assegnare, a imperitura memoria, il premio Darwin per le morti più stupide), oltre che del ferimento di svariate altre persone. Più sul lungo termine, con i suoi incitamenti a non dare fiducia alla democrazia e all’uso invece della violenza, perché è questo che fa secondo lui un vero patriota, Trump ha definitivamente risvegliato, ma non è stata certo la prima volta che si è mosso in tal senso, alcune tendenze anti-democratiche mai sopite nella società statunitense. Tendenze che potremmo definire, per così dire, “proto-fasciste”, poiché pur non disponendo di una vera e propria struttura ideologica autoritaria, mettono al centro della propria azione politica l’uso della violenza di piazza e spesso anche di vere e proprie azioni intimidatorie e squadriste, e di cui la lunga storia del Ku Klux Klan rappresenta l’esempio più ovvio. Non dobbiamo farci ingannare dal tizio vestito da scoiattolo che guida la carica nelle vesti di sciamano del movimento qanonista, o da quell’altro che tutto sorridente si porta a casa il podio della Speaker della Camera Nancy Pelosi, o da quell’altro ancora che si fa i selfie nell’ufficio della stessa Speaker, perché il pericolo per la democrazia è stato reale e continuerà a esserlo in futuro. Non dimentichiamo infatti che pure Alberto Moravia scrisse di quanto sul momento gli sembrò buffo, goliardico e carnevalesco l’ingresso delle Camice Nere a Roma nel 1923.

Questo stato di tensione politica richiederà tempo e pazienza per essere lenita, ancora di più nel mezzo della pandemia globale che stiamo vivendo e che ha messo a nudo tutte le debolezze dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti, ma forse è una fortuna che tutto ciò si sia verificato adesso e con un’azione tutto sommato inefficace e scomposta del fronte nazional-populista. Penso infatti che populisti, nazionalisti e sovranisti di tutto il mondo, Europa compresa, guardassero con estrema attenzione a come Trump si sarebbe mosso: un qualche successo dei suoi tentativi eversivi avrebbe potuto screditare la forza della democrazia anche altrove ed essere preso a esempio da altre forze politiche ideologicamente affini, mentre il suo fallimento dovrebbe invece fungere da deterrente per chiunque sognasse di provare qualcosa di simile.

Nei giorni successivi all’attacco a Capitol Hill il sistema di potere trumpiano è infatti in buona parte crollato: non è stato di nuovo processato, per motivi puramente legati alle tempistiche dell’azione del Congresso (ma la Camera dei Rappresentanti ha comunque avviato la procedura di impeachment), e non è stato rimosso dal suo governo tramite l’applicazione del 25esimo emendamento della Costituzione perché i suoi membri hanno ritenuto inutile un simile atto di forza. Tuttavia, nelle ultime due settimane l’intera macchina governativa federale si è comportata come se il Presidente fosse di fatto destituito, facendo riferimento a Mike Pence, mentre gli insight di chi frequenta i giri giusti di Washington ci dicono che Trump si è barricato alla Casa Bianca circondato dai suoi fedelissimi, che sono perlopiù degli “yes-men” e “yes-women” che non hanno fatto altro che alimentare la sua paranoia e il suo scostamento dalla realtà, alimentando sui social persino la fake news secondo cui l’assalto al Campidoglio sarebbe stata un’azione di tipo “false flag” organizzata dai progressisti, dai democratici e in generale dalle classi dirigenti ostili a Trump per screditarlo, in modo simile a quando nel 1933 i Nazisti incendiarono il Reichstag a Berlino e diedero la colpa ai Comunisti. Per fortuna questa ennesima falsità non ha attecchito presso l’opinione pubblica, presso cui i sondaggi hanno registrato un crollo verticale della popolarità dell’ormai ex Presidente, il quale non ha saputo fare di meglio che scapparsene nella sua residenza in Florida per non partecipare, il 20 gennaio, alla cerimonia di inaugurazione del suo successore, portandosi via, in un ultimo, comico quanto disperato gesto di sgarbo, la valigetta con i codici che controllano l’assenza le nucleare americano (non preoccupatevi, quei codici sono ora disattivati e Biden ne ha di nuovi).

Joe Biden e Kamal Harris, accompagnati dal l’inno americano cantato per l’occasione da una Lady Gaga che sfoggiava un completo che sembrava uscito da The Hunger Games, hanno potuto quindi entrare in carica senza ulteriori fastidi, anche se in una Washington blindata per il timore di nuove violenze e semivuota per via della pandemia: il nuovo Presidente nel suo discorso inaugurale ha parlato della necessità di riunificare la nazione, una cosa che si dice sempre una volta che si sono vinte le elezioni, ma che in questo caso è sembrata molto più veritiera e molto meno retorica, e si è poi messo subito al lavoro firmando già nel suo primo giorno in carica ben 17 ordini esecutivi che cancellano alcune delle decisioni più dannose di Trump, che prevedono tra le altre cose il rientro negli Accordi di Parigi e nell’OMS, la fine del “travel ban” che Trump aveva imposto contro alcuni paesi a maggioranza musulmana nei primi giorni della sua Presidenza e ai finanziamenti federali per la costruzione del muro di confine con il Messico.

Ora i Democratici hanno una possibilità storica per definire la direzione in cui si muoveranno gli Stati Uniti, l’Occidente e il mondo nel prossimo futuro, e spetta solo a loro approfittarne: controllano la Presidenza e, per quanto con maggioranze ridotte, entrambi i rami del Congresso, e inoltre a breve si porrà il problema di ridisegnare i distretti elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una pratica di cui nell’ultimo decennio i Repubblicani hanno ampiamente approfittato per ottenere vantaggi elettorali. E ancora, sarà cruciale approfittare delle difficoltà dei loro avversari, poiché ora che l’establishment repubblicano è stato costretto ad abbandonare Trump al suo destino, già circolano indiscrezioni, riportate dal Wall Street Journal, della possibilità che Trump fondi un suo partito, che potrebbe prendere il nome di “Patriot Party”, cosa che spaccherebbe la Destra americana e, dato il loro sistema elettorale strutturalmente maggioritario, potrebbe compromettere in modo molto grave le possibilità dei Repubblicani di tornare al potere. Trump infatti sembra intenzionato a mantenere la sua fetta di influenza sulla politica americana e ha già dimostrato in passato, con le politiche ma anche con i suoi passati cambi di casacca tra Democratici e Repubblicani (un tempo era stato uno dei principali finanziatori dei Clinton) che non gliene importa proprio nulla della visione politica repubblicana classica e dello stesso Partito Repubblicano.

Voglio chiudere dedicando due menzioni d’onore: la prima a Kamala Harris, prima donna a salire alla carica di Vice-Presidente degli Stati Uniti, e forse in futuro anche a quella di Presidente, che si è vestita in modo molto simile alla Presidente Lisa Simpson immaginata dall’omonima serie, una scelta che dubito sia stata casuale e che perpetua l’ormai nota leggenda metropolitana secondo cui i Simpson prevedrebbero il futuro.


La seconda a Bernie Sanders, che se ne è rimasto un po’ in disparte durante la cerimonia di inaugurazione, con addosso i guantoni della nonna e lo stesso cappotto che indossa nell’immagine che è diventata una famosa base per meme spesso accompagnata dal text “I’m once again asking for…”, perché, come riportato dalla pagina Facebook Viral Memes for Quarantined Kids, “avere più di un cappotto invernale è decadenza borghese”.

Il suo atteggiamento corrucciato sembra dire: “Anche a questo giro la rivoluzione la facciamo la prossima volta”, e ci fa capire che probabilmente avrebbe sempre voluto esserci lui a giurare su quel palco, nonostante il lealissimo supporto che ha dato a Biden. Tuttavia avrà presto l’occasione di lasciare l’ impronta delle sue idee su questa Amministrazione: con la nuova maggioranza democratica al Senato infatti lo aspetta molto probabilmente la cruciale Presidenza della Commissione Bilancio, che significa che l’autorizzazione di ogni spesa del governo federale dovrà passare attraverso la sua approvazione. 

21 GENNAIO 1921-2021

Le lezioni della Storia della Sinistra

Articolo a cura di Filippo Simeone.

“L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari “
– Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 11 marzo 1921, anno I, n. 70
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La Sinistra Italiana è da sempre accompagnata da una certa satira legata alle sue diverse scissioni e sulle correnti. Forse la più iconica è quella di Guzzanti-Bertinotti sulla scomposizione molecolare per creare milioni di partitini che cambiano di continuo nome e forma per attaccare poi il nemico.
E come in ogni stereotipo, un fondo di verità c’è.

Oggi sono 100 anni dalla scissione di Livorno, la scissione dei due teatri, la scissione della fedeltà a Lenin e dei 21 punti, dove dalle frange più a Sinistra della corrente massimalista del PSI nacque il PCd’I. Si arrivava da un periodo in cui le lotte dei lavoratori si facevano con rivolte e scioperi violenti – pur se non coordinati – che ordinariamente venivano repressi dal Regno d’Italia, alcune volte con la collaborazione dei primi nuclei di camicie nere. La via massimalista era considerata troppo blanda e per i comunisti di quei tempi si doveva scegliere una componente effettivamente rivoluzionaria, proprio come in Russia nel 1917.
Era un’altra epoca, un altro mondo, dove l’ideologia era più forte della ragione.


Per noi la politica è una missione di vita per la creazione di un mondo migliore, è l’ostinazione di immaginare una società e un’economia differente da quella che viviamo. Forse lo è in modo utopico, e in certi momenti la foga sopprime il senno, ma questo non significa che la ragione sia necessariamente la soluzione migliore in certe circostanze. Le rivoluzioni nascono proprio perché c’è qualcuno che ha pensato l’impossibile.


A Livorno ci si spaccò, e pure duramente. Quella fu la scelta più drammatica, soprattutto perché il contesto politico di allora era esplosivo, ma la ricchezza culturale e intellettuale che generò fu incredibile, tant’è che credo ne stiamo vivendo di rendita ancora oggi.

Il resto è storia, potremmo ricordare tutta una serie di peculiarità e di fatti storici come la divisione della sinistra in due partiti che hanno intrapreso percorsi differenti, le loro sconfitte elettorali, la fedeltà dei liberali italiani al fascismo, la marcia su Roma, la dittatura, le leggi razziali, le persecuzioni, la clandestinità dei dissidenti politici, le lettere dal carcere di Gramsci, la guerra devastante, l’evasione in motoscafo di Pertini, Turati, Ferruccio Parri e Carlo Rosselli in Corsica, la Resistenza partigiana, la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale, le brigate partigiani che vedono unite diverse forze politiche e non solo, la Liberazione e molto altro.

Ritengo che fare speculazioni su dove ognuno di noi sarebbe stato in quei momenti sia inutile e anche infantile, perché banalmente il fervore di quegli anni non l’abbiamo mai vissuto direttamente, ma solo letto. Tutto va contestualizzato. Sicuramente l’influenza della Rivoluzione d’Ottobre e l’intervento diretto di Lenin con alcune lettere su “l’Avanti!” influenzò l’area degli ordinovisti, che si riunivano intorno al direttore Gramsci e a Togliatti, Di Vittorio, Dozza, Secchia, Terracini e molti altri. Nomi che hanno un gran fascino ancora oggi, figuriamoci allora.

Palmiro Togliatti, Segretario generale del PCI dal 1926 al 1934 prima, e dal 1938 al 1964 poi.

L’Italia è così: un unicum in tutto il mondo, soprattutto in politica. Basti pensare ai rapporti di forza tra PSI e PCI dopo la guerra. Di solito negli altri paesi occidentali questi rapporti erano pienamente invertiti e quindi per molti la Sinistra è solo la tradizione comunista, mentre dovremmo tenere tutti bene in mente che il PSI nacque nel 1892, ma i compagni italiani esistevano già da prima. Il primo a rappresentarci in una istituzione pubblica fu Andrea Costa nel 1882.
È un errore pensare di avere compagni figli di un dio minore, ed è sbagliato credersi eredi di un unico passato, peggio se si crede che quest’ultimo abbia avuto solo luci.

Ma veniamo a noi, nel 2021. Dopo 100 anni di Storia possiamo affermare che Gramsci aveva ragione: non abbiamo imparato la lezione.
Dalla Bolognina in poi non c’è stato un momento al di fuori del quale dei leader fragili abbiano portato alle elezioni partiti fragili. Attenzione: non carenti di grinta o di supporto tra la gente, ma di idee senza caratura tale da definirle ideologie, e questo lo abbiamo pagato con una continua subalternità al neoliberismo; tant’è che abbiamo proposto un capitalismo dal volto umano, illudendoci che esistesse, mentre dovevamo invece proporre un’alternativa.
Il più grande Partito della Sinistra italiana di oggi è stato frutto di una fusione in completa controtendenza, ma pur sempre fusione di pura nomenclatura che ha dimostrato i limiti di tale decisione. Nel Partito Democratico le scissioni si sono susseguite fin da subito. Le ultime sono state quelle più sentite dalla base, perché due ex segretari sono usciti (con motivazioni diverse e in momenti differenti). Per il nostro popolo è stata una ferita ancora da rimarginare.

Questo, a mio avviso, ci deve insegnare due lezioni che abbiamo dimenticato per troppo tempo perché troppo affannati a sorreggere la responsabilità della guida del Paese. Molte volte il metodo fa sviluppare il contenuto ed egemonizza la società.
La prima lezione è che Sinistra non può essere semplicemente quella forza di mediazione che rassicura e tranquillizza, perché questo porta a non voler innescare cambiamenti nella società e nell’economia laddove invece servono. Per troppo tempo ci siamo lasciati offuscare dall’ossessione del Governo, e ora ci siamo ammalati di governismo, ma noi non siamo per il mantenimento dello status quo. Noi nasciamo per volerlo ribaltare, perché ciò che vediamo non è conforme alla nostra idea di giustizia ed equità. Questo comporta fare delle scelte di campo, incarnando il vero significato di Partito, cioè scegliere una parte, essere partigiani, essere portatori di idee e istanze che magari non rappresenteranno tutti, ma che contribuiranno a costruire un modello di società. Rivolgersi a una platea variegata senza distinguo ha innescato un distacco verso le categorie da cui nasciamo: i lavoratori, i più deboli e tutti coloro che sono nati in una condizione di subalternità verso la natura o la società e che non hanno la possibilità di pagare per affermarsi ed emergere. Per citare Nenni: “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”. Tracciamo quindi una linea precisa tra chi siamo e chi vogliamo rappresentare. Molti dirigenti del passato erano contadini, analfabeti ed operai che hanno trovato nella politica un motivo di riscatto sociale, di autodeterminazione e di istruzione; ma altri venivano da famiglie ricche, addirittura di estrazione aristocratica e, nonostante ciò, hanno fatto “una scelta di vita” nel rappresentare gli ultimi, come Giorgio Amendola che ha scritto l’omonimo libro, colonna portante dei riformisti comunisti italiani.

Enrico Berlinguer, Segretario generale del PCI dal 1972 al 1984.

La seconda lezione ci insegna che le nostre idee non sono programmabili in una campagna social, in un anno, in una elezione o addirittura in una legislatura. Non siamo più abituati ai “pensieri lunghi” di berlingueriana memoria, a ragionare per generazioni o addirittura in secoli. Questo deriva forse dalla frenesia nel momento, dai media moderni e dagli eventi che precipitano nel giro di due giorni e da crisi inimmaginabili che si sedimentano nel giro di una settimana. Forse, e sicuramente è così, ma personalmente ritengo che l’individualismo si sia impossessato della Politica: ne deriva che le idee e i pensieri non sono più frutto di un ragionamento, ma appannaggio dei leader del momento, a loro volta ansiosi nel controllare il sondaggio serale e muoversi di conseguenza. Questo ci ha portato a vivere di situazionismo, rincorrere la notizia del giorno e, più che i politici, molti rappresentanti sembrano degli opinionisti, che addirittura parlano “in nome di …”, che di solito è un capo corrente. I leader scompaiono nel giro di qualche anno mentre i partiti, in quanto contenitori, vanno in base a cicli politici. Ma le idee non possono svanire. Serve evolverle, serve contestualizzarle, ma prima di tutto serve studiarle, senza mai peccare di anacronismo.

Nilde Iotti, deputata della Repubblica dal 1948 al 1999 e Presidente della Camera dal 1979 al 1992.


<< La Politica con la P maiuscola si distingue proprio per questo: sa individuare il momento in cui è necessario fermarsi, guardarsi intorno e pensare>>.

La nostra classe dirigente molte volte non è formata, ma semplicemente frutto di un reclutamento sul territorio o nella società civile che però pecca di cultura politica, la quale non è mero tecnicismo o un banale vezzo. Questa lacuna difficilmente viene colmata, perché non vi sono momenti di riflessione o scuole di formazione. Insomma, l’assenza delle “Frattocchie” si nota.
Per questa politica frenetica fermarsi a riflettere è un difetto, ma la Politica con la P maiuscola, invece, si distingue proprio per questo: sa individuare il momento in cui è necessario fermarsi, guardarsi intorno e pensare. La Politica non è per centometristi, ma per maratoneti, perché veniamo da lontano per andare ancora più lontano.

Detto questo, anche se ci sarebbe molto altro da dire – ma esistono libri vecchi e nuovi che parlano sicuramente meglio di me di queste vicende storiche e del nostro futuro – pongo solo un’altra riflessione: qual è la nostra ambizione?
Domanda semplice con risvolti pesanti e profondi, ma da cui deriva tutto. Se la risposta è “una società migliore, annullare le differenze sociali e di genere, la legalità e la solidarietà”, non serve altro che una struttura unica e seria per portare a compimento tutto ciò. Le idee ci sono, esistono e abitano nella testa di ogni persona a cui arde il petto se vede una ingiustizia. Manca una casa comune nel quale costruire questo progetto, dargli organizzazione e farla vivere tra la carne viva della società. Se la meta è così importante, allora ognuno di noi singolarmente è meno importante della meta, ma solo insieme possiamo arrivarci. Molti là fuori aspettano questo, ma anche molti tra noi.

Turati il 21 gennaio 1921 ammoniva gli scissionisti perché prima o poi sarebbero dovuti tornare sui propri passi, almeno ideologici: “ripercorrerete completamente la nostra via, e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe”.


È ora di dare un cambio di passo vero. Gli anni ’20 del secolo scorso sono stati pieni di errori: non commettiamoli nuovamente.

PS: In queste ore in cui sto redigendo il testo di questo articolo è arrivata la triste notizia della scomparsa del compagno Emanuele Macaluso. Un Faro per molti di noi, la cui scintilla dovrà essere conservata e alimentata nei prossimi anni per costruire il futuro che vorremmo. Vi lascio con le sue ultime parole, tratte dal suo profilo Facebook “EM.MA in corsivo” che esprimono perfettamente la conclusione del nostro operare: “Essere di sinistra ha avuto un senso perché ha migliorato la vita a milioni e milioni di persone. Ne è valsa la pena”.

Già, facciamo in modo che ne valga la pena, non per noi, ma per gli altri.

Filippo Simeone è responsabile welfare e politiche abitative dei GD Emilia-Romagna

RHAPSODY

La dura quarantena dei migranti: racconto di un medico che ha prestato servizio a bordo della nave Rhapsody al largo di Lampedusa.

Articolo a cura di Mattia Buttiglieri.

La pandemia globale da Covid-19 non ha fermato i viaggi della speranza dall’Africa al vecchio continente. Per tutelare la salute dei migranti e quella del paese, lo Stato ha predisposto delle “Navi quarantena”, dove appunto assistere i migranti che sbarcano agli estremi della penisola.
Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare uno dei medici che ha prestato servizio su una di queste navi, la GNV Rhapsody. Per motivi personali e per tutelare la privacy di chi prestava servizio a bordo, nonché degli ospiti, il nostro medico rimarrà anonimo.

Conoscevi la nave già prima di salirvi a bordo?

<<Ero in cerca di un impiego, mi sono quindi imbattuto in un annuncio su LinkedIn. Ho inviato la mia candidatura e sono stato ricontattato immediatamente>>.

Che scopo ha questa “nave quarantena”?

<<Mettere in quarantena i migranti che arrivano. Quasi tutti i nuovi arrivati con i barconi vengono caricati. La nave diviene poi anche un luogo in cui assistere i migranti su più sfere, da quella clinica a quella psicologica. Le modalità di carico sono diverse: il 95% degli imbarchi arrivano dall’hotspot di Lampedusa e il tampone viene fatto a bordo (si ritiene valido anche un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti)>>. 

Tamponi dei pazienti a bordo della nave.

Per quanto tempo ci sei stato? Saresti potuto restare più a lungo?

<<Sono stato a bordo per 21 giorni. Mi è stato chiesto di prolungare la permanenza a bordo, ma ho declinato. Questa decisione è stata dettata dalla pesantezza del lavoro e dal fatto che avevo anche un’altra opportunità professionale che mi aspettava al rientro>>.

Prima di prestare servizio, conoscevi le condizioni che c’erano a bordo?

<<Mi sono buttato quasi alla cieca, condizionato dalla mia passione per la medicina e la mia vena dedita al volontariato. L’unica cosa di cui ero a conoscenza era la complessità dell’incarico a livello generale (turni estenuanti, responsabilità elevate su più fronti), tuttavia non immaginavo fino a questo punto.  Era comunque un’esperienza che non potevo farmi sfuggire>>. 

Era un impiego ben retribuito?

<<Per un neolaureato sì, direi che il compenso è ben commisurato alla complessità degli incarichi e alle responsabilità che si hanno. Sono soldi sudati>>.

Intervento di sanificazione.

Di che cosa ti occupavi personalmente?

<<Tutto ciò che a livello clinico potevo affrontare, secondo le mie competenze. Ma il compito più difficile era sicuramente legato all’organizzazione della quarantena. Lo staff medico, oltre a dover rispondere a tutte le forme patologiche che si possono verificare, ha il difficile compito di dover organizzare la quarantena per gli ospiti: non è stato facile approcciarsi con la burocrazia, ogni giorno e doversi confrontare con un carico di responsabilità che tocca anche il penale (sbagliare quarantena in eccesso può tradursi in sequestro di persona, sbagliare in difetto può invece incidere negativamente sulla situazione epidemiologica del paese). L’impegno investito nella parte clinica è paragonabile a quello investito nella parte burocratica e gestionale>>.

Mediatore culturale e capomissione mentre la nave era al porto di Palermo.

Che gerarchia “di comando” vigeva all’interno della nave?

<<Il capo missione Croce Rossa è il capo organizzativo, c’è poi un direttore sanitario, cui spetta la gestione della parte clinica. Tuttavia, queste figure devono lavorare in sinergia per il buon funzionamento del sistema “nave”.  Per esempio, se un sanitario rileva una epidemia di scabbia, deve attuare dei protocolli che non sono solo di tipo medico, ma riguardano anche tutta una complessa logistica necessaria alla funzionalità del trattamento. Si richiede quindi un costante coordinamento tra sanitari e logistici. Esiste anche la sorveglianza attiva.
Al di sopra di tutti, sopra al direttore sanitario, sopra al direttore logistico, sopra al coordinatore della Croce Rossa, c’è ovviamente il Comandante della nave. Il comandante è il riferimento massimo, su tutti i fronti. Tutto passa da lui, anche le cose più banali. Ad esempio, se un paziente necessita di cure ospedaliere, il medico o l’operatore sanitario non ha l’autorità per telefonare al 118 in autonomia. Deve prima passare per la cabina del Comandante. Al di sopra di lui c’è solo il Ministero dell’Interno.
C’è stato sempre un dialogo continuo tra equipaggio e logistici della Croce Rossa, l’intesa era molto forte, anche nell’andare al di là delle proprie mansioni previste da contratto>>.

<<A pieno carico si hanno tra gli 800 e il 1000 ospiti. E a fronte di questo volume potevamo contare solo su tre medici e due infermieri>>.

Quanti ospiti avevate a bordo?

<<A pieno carico si hanno tra gli 800 e i 1000 ospiti (numero che può variare in base agli sbarchi/imbarchi). A fronte di questo volume potevamo contare solo su tre medici e due infermieri. Credo che questa difficoltà nel reperire medici e personale sanitario sia dovuta alla durezza del lavoro; il personale medico scarseggia, inoltre fa comodo dare continuità al personale che ha già un’esperienza sul campo; tuttavia sono stato colpito positivamente dalla presenza a bordo di volontari della Mezza Luna Rossa Tunisina. Ragazzi competenti e di buona volontà, senza i quali probabilmente, avremmo dovuto fare fronte a molte più difficoltà.  Dopo una settimana di servizio mi hanno chiesto di diventare il coordinatore sanitario>>.

Procedura di imbarco di migranti provenienti dalla Somalia, in attesa della visita di triage e delle chiavi della camera.

Quali nazionalità erano rappresentate a bordo?

<<Uno spaccato molto vario. Le percentuali variavano in base agli imbarchi: all’inizio Tunisini, poi Maliani, Egiziani, Nigeriani, Eritrei e Somali. Tanti dal Bangladesh, alcuni Curdi e Siriani.

Durante la mia permanenza non si sono verificate diatribe per questioni etniche o culturali, solo litigi per futili motivi. Per poter garantire tranquillità a bordo di una nave che ospita così tante culture diverse, il lavoro del mediatore culturale è essenziale. Questa figura che non conoscevo, ma ho imparato ad apprezzare, è stata fondamentale. Persone di immenso valore che svolgevano un lavoro delicato e allo stesso tempo estenuante>>. 

A bordo vi erano anche donne? Se sì, avevano spazi riservati? (ambulatori, degenza, servizi igienici)

<<C’erano donne, sia sole che con nucleo famigliare a seguito.
Avevamo degli spazi della nave riservati alle donne non facenti parte di un nucleo famigliare, mentre gli ambulatori (se così si possono definire)  erano comuni ( ne avevamo uno per ponte). Per ciò che riguarda i servizi igienici, ogni cabina aveva il suo bagno>>.

Dipendente della Croce Rossa a lavoro con due pazienti.

Vi erano anche minori?

<<Si, anche non accompagnati (per problemi legali non sono stati più imbarcati dopo). I minori dei nuclei familiari avevano dai due mesi ai 18 anni. Erano presenti anche donne incinte, alcune con problemi di salute dovute alla traversata del deserto, o alla detenzione nei campi in Libia. Abbiamo dovuto far evacuare una piccola di sei mesi, perché non riuscivamo a nutrirla. In queste situazioni si prova qualcosa simile a un senso di impotenza, ma anche di rabbia>>.

I DPI venivano forniti in maniera adeguata ? (sia per il personale sanitario che per i pazienti)

<<Si, anche per i pazienti (mascherine e gel). Cambiavamo le mascherine ogni giorno. Durante al mia permanenza abbiamo avuto grosse difficoltà nel sopperire a un enorme fabbisogno di vestiario, soprattutto se a bordo vi erano pazienti affetti da scabbia. Gli strumenti medici erano adeguati allo scopo. In alcune situazioni si sono verificate evidenze di ospedalizzazione più o meno urgente, in questi casi non si può fare altro che assistere come si può il paziente>>.

Operazione di evacuazione di un paziente in condizioni critiche affetto da polmonite. l’operazione è durata oltre 3 ore ed è stata eseguita con l’aiuto di una motovedetta della capitaneria di porto e una scialuppa.

In rete si legge di casi in cui gli inquilini della nave effettuano atti di autolesionismo. Confermi?

<<Si, posso confermare che si sono verificati casi di questo tipo.
Questi atti di autolesionismo venivano commessi per poter fuggire dalla nave: ingestione di lampadine rotte, di lamette, di sapone, situazioni in cui veniva richiesta l’immediata ospedalizzazione (e dunque la possibilità di fuggire all’estero).  Ho parlato con una esperta avvocata di diritto dell’immigrazione, la quale mi ha spiegato i motivi alla base di questi gesti: a commettere autolesionismo erano migranti di nazionalità tunisina, i quali non avendo diritto di asilo, rischiavano il rimpatrio o il foglio di via. Nei giorni appena prima dell’inizio di questa emergenza, il presidente tunisino aveva firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio immediato. I migranti tunisini utilizzavano quindi questi “escamotage” per farsi ospedalizzare, e da lì tentare di fuggire verso altre nazioni (la Francia soprattutto).
L’emergenza è terminata grazie a un rimpatrio diretto dopo l’ospedalizzazione e a una sorveglianza più attiva>>. 

<< I mediatori culturali non si limitavano a svolgere le loro mansioni, davano tutto ciò che potevano, e anche di più. Si impegnavano anche nei turni di sorveglianza sui ponti. […] Senza di loro sarebbe stato impossibile gestire quella nave>>.

A bordo c’era uno/a psicologo/a?

<<Non ci sono stati psicologi per molto tempo, ne sono arrivati due a metà dell’esperienza.
A tamponare questa mancanza ci hanno pensato i mediatori culturali. Queste persone non si limitavano a svolgere le loro mansioni, davano tutto ciò che potevano, e anche di più. Si impegnavano anche nei turni di sorveglianza sui ponti>>.

Intervento di mediazione.

Quale è stata la cosa che ti ha colpito di più?

<<Inizio con ciò che mi ha colpito di più in positivo: il lavoro del mediatore culturale, senza di loro sarebbe stato impossibile gestire quella nave, lo ribadisco anche per ringraziarli e per mettere in evidenza questa figura professionale, che in Italia è ancora ingiustamente non valorizzata come dovrebbe.
La situazione che invece mi ha avvilito di più è avvenuta durante un imbarco: un minore non accompagnato, con il cugino, entrambi tunisini. Il cugino più grande doveva essere rimpatriato in quanto maggiorenne, ma il suo cuginetto cercava di opporsi con tutte le sue energie. Il ragazzo grande ha cercato di spiegare le proprie ragioni alla prefettura (con l’aiuto dei mediatori), spiegando loro che se fosse tornato in Tunisia senza il cuginetto sarebbe stato ucciso dalla famiglia che gli aveva affidato il loro piccolo. Mi ha stupito però, anche la profonda umanità e professionalità del prefetto, il quale ha dedicato più di un’ora (in una situazione in cui ogni minuto pesa come un macigno) a spiegare personalmente al piccolo migrante la necessità di quella scelta, facendolo salire a bordo senza resistenze. Questo prefetto ha anche lasciato al piccolo il suo numero di telefono, facendogli sapere che per qualsiasi cosa avrebbe potuto contare su di lui>>.

Paziente in attesa di imbarco.

Che cosa hai imparato da questa esperienza? Lo rifaresti?

<<È stato pesantissimo ma lo rifarei. Perché quando ci penso mi vengono in mente i ricordi belli, non quelli brutti. Sono stato felicissimo di conoscere delle persone fantastiche e preparate, non solo sanitari ma anche i mediatori, gli operai, i capi missione, l’equipaggio. Ho conosciuto gente con cui si condivide con piacere momenti di grande difficoltà>>. 

Sono Mattia Buttiglieri, ho 24 anni, mi occupo di social media nell’azienda che ho fondato insieme ai miei due amici/soci. Oltre che alla politica, devo riconoscere una parte importante dei miei interessi nella buona musica di Faber e nel mondo del manga giapponese

“IMPARATE A NON FARE PIU’ GUERRE”

Intervista a Fausto Nicolini, il figlio del partigiano “Diavolo”.

Alex Begliardi ha intervistato per Kopernik Fausto Nicolini, il figlio del partigiano Germano Nicolini, meglio conosciuto con il nome di battaglia “Diavolo”, che l’ottobre scorso purtroppo è venuto a mancare. La redazione di Kopernik ci tiene a precisare che è onorata di poter ospitare un racconto così dettagliato di una delle figure più importanti della Resistenza italiana. Buona lettura!

Signor Nicolini, quand’è che in suo padre emerse il sentimento antifascista?

<<Mio padre non proveniva da una famiglia comune di impronta cattolica. Erano contadini proprietari, benestanti, dieci fratelli. Il padre inoltre commerciava in terreni, fabbricati, vino e latte. Nessuno si interessava di politica. Lui era il più giovane, quello destinato dalla famiglia a studiare. Interrotti all’ultimo anni gli studi al Liceo classico per una malattia decise di diplomarsi ragioniere da privatista all’ Istituto Tecnico-Commerciale Cavalli-Conti di Milano per poi iscriversi alla Università Bocconi. A quell’epoca era iscritto al GUF, come tutti gli studenti universitari, ma cominciò a maturare alcune idee antifasciste frequentando le lezioni private di alcuni professori che non avevano ottemperato all’obbligo della tessera e del giuramento fascista voluto da Gentile. Si trattava per lo più di appartenenti agli ideali liberal-democratici e repubblicani. Poi fece il corso ufficiali presso il terzo Reggimento carristi di Bologna. Dal padre aveva però ereditato un sentimento “anti-tedeschista”, perché Vincenzo aveva fatto la Prima guerra mondiale, era un Cavaliere di Vittorio Veneto>>.

Nel 1943 venne fatto prigioniero dai tedeschi, come riuscì a scappare? E a tornare in Emilia? Come entrò nella Resistenza?

<<L’8 settembre 1943 la sua unità di carristi era di stanza a Roma, distaccata dopo il 25 luglio in difesa della capitale presso Tivoli. Il 10 settembre una colonna corazzata tedesca di carri Tigre si mosse contro di loro chiedendo di parlamentare. C’era una notevole sproporzione di forze in campo (4 carri leggeri italiani con solo mitragliatrice contro 20 panzer Tigre da 50 tonnellate con cannone da 88 mm e due mitragliatrici). Il Comandante italiano, un maggiore, accettò la resa consegnando le armi di fronte alla promessa degli ufficiali tedeschi di essere lasciati liberi di tornare a casa. In realtà vennero incolonnati e sotto vigilanza armata scortati verso la stazione Tiburtina. La destinazione erano i lager tedeschi. Mio padre intuì che i tedeschi avevano altre intenzioni ed approfittando di un tratto favorevole di strada riuscì a darsi alla fuga. Una famiglia di contadini gli fornì i calzoni e la camicia del figlio e dopo venti giorni di peripezie a piedi rientrò in Emilia a casa. Ma stette solo un giorno con la madre (il padre era già morto) perché c’erano già i bandi che intimavano agli sbandati dell’esercito di presentarsi al distretto militare locale, per cui prese contatto con esponenti antifascisti della zona ed entrò nella Resistenza[1]>>.

In quanto tempo divenne comandante e a che età?

<<Siamo nel 1943, aveva 24 anni. Proprio perché ufficiale dell’esercito venne nominato comandante di un distaccamento volante (il Soave), una sorta di gruppo scelto di 20-25 partigiani esperti che si spostavano rapidamente qualora vi fossero scontri a fuoco tra partigiani e nazi-fascisti. Alla fine, divenne comandante del 3° battaglione SAP della Brigata Manfredi con i nomi di battaglia di Demos, quindi Giorgio ed infine Diavolo>>.

Quali sono i principali avvenimenti dei suoi anni da partigiano?

<<Mio padre ha fatto tutto il periodo da partigiano in pianura, in zona controllata dal nemico, che è diverso che essere in montagna dove sei tu che controlli il territorio e disponi di rifugi naturali. Di giorno i partigiani si nascondevano nelle case dei contadini, famiglie che rischiavano sulla propria pelle gli appoggi e le coperture che davano ai partigiani. Ha partecipato a numerosi scontri a fuoco, due battaglie in campo aperto (Fabbrico e Fosdondo) e ha riportato due ferite. Penso che una descrizione sintetica la si possa ricavare dalle motivazioni per cui è stato insignito della medaglia d’argento al valor militare.[2] Le imprese furono tante e tra la popolazione, che ignorava l’identità vera del “Diavolo”, si formò una sorta di sentimento misto di ammirazione e mistero. Una poetessa correggese, nobile aristocratica, gli dedicherà una poesia. Il Re di Maggio, Umberto di Savoia, in visita a Correggio chiese di conoscerlo e gli offrì di entrare nella sua guardia personale>>.

Quale di questi lo ha segnato di più?

<<Certamente la morte di un giovanissimo partigiano, Angiolino Morselli, “Pippo”, medaglia d’argento al valor militare, che nella battaglia di Fosdondo si sacrificò per consentire a mio padre, ferito con una spalla lussata e impossibilitato a sparare con il mitra, di sganciarsi e mettersi in salvo, bloccando da solo l’avanzata dei nazi-fascisti. Finite le munizioni e le bombe, venne freddato mentre gridava ai nemici “vigliacchi repubblichini.”[3]  Un vero “eroe” a cui mio padre sapeva di dovere la vita e che portò sempre nel cuore, citandolo pubblicamente in diverse occasioni, compreso il discorso che tenne a Carpi il 25 aprile del 2017 alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella>>.

<<Queste famiglie che ospitavano i partigiani furono imprescindibili per la resistenza di pianura, senza di esse, che rischiavano la vita per nasconderli o aiutarli, non ci sarebbe stato scampo>>.

Ci può raccontare un suo aneddoto poco conosciuto di quegli anni?

<<Gli episodi sono tanti da poterci scrivere un libro. Direi che il “mito” del Diavolo si sia costruito anche per le sue fughe rocambolesche. La prima è quella dai tedeschi a Roma, la seconda è quella nota nella quale due donne alla finestra, vedendolo scappare zigzagando tra gli alberi, inseguito dai tedeschi che gli sparavano affermarono: “L’è propria un Dievel” e da qui l’assunzione del nuovo nome di battaglia. Ce n’è una terza meno conosciuta, ma altrettanto straordinaria. Nella clandestinità, quando ancora non era stato identificato, mio padre si recava a trovare la madre, che era malata, nella casa di Mandrio. Per precauzione però si fermava prima in una casa di vicini per osservare che non vi fossero situazioni sospette. In una di queste occasioni i tedeschi e i fascisti gli avevano teso una imboscata. Evidentemente erano riusciti, attraverso una delazione, a individuare chi era in realtà il Diavolo. Fortunatamente una ragazza che portava del latte al casello avvertì della presenza dei nazi-fascisti a casa di Nicolini e mio padre quindi decise di darsi alla fuga, non potendo mettere a repentaglio la famiglia che lo ospitava in caso di rastrellamento o controlli. C’era molta neve e decise di spogliarsi tenendo le mutande e la camicia bianca. Quindi strisciò nella neve per oltre trecento metri e una volta rialzato si diede alla fuga. I tedeschi lo individuarono ma era già distante, fuori dalla portata di tiro dei mitra. Rischiò un assideramento ma raggiunta una casa di contadini partigiani venne immerso in una mastella di acqua bollente. Queste famiglie che ospitavano i partigiani furono imprescindibili per la resistenza di pianura, senza di esse, che rischiavano la vita per nasconderli o aiutarli, non ci sarebbe stato scampo. Mio padre ha sempre detto che senza l’appoggio della popolazione la Resistenza in pianura sarebbe durata pochi giorni. Fu sempre in una casa di contadini resistenti che un giovane medico ridusse con metodi artigianali, su un tavolaccio di legno e facendogli impugnare un secchio pieno d’acqua, la lussazione alla spalla che mio padre si era procurato in combattimento.

A parte il desiderio di libertà e pace, che cosa lo spinse a rischiare la vita per combattere il nazifascismo?

<<Mio padre all’epoca non aveva una coscienza politica formata. Dopo la liberazione era considerato uno spirito libero e indipendente. Studente universitario, per alcuni considerato un liberale di sinistra, era stato avvicinato anche dalla Democrazia Cristiana per le sue origini cattoliche. Fu la convivenza con i partigiani che erano contadini, braccianti ed operai ad avvicinarlo alle idee socialiste e quindi ad accettare poi la candidatura nel Partito Comunista. La resistenza l’ha fatta perché, come militare era coerente con gli ideali di difesa della Patria e per l’anti-tedeschismo che suo padre gli aveva infuso da bambino>>.

Mi fa l’esempio di due idee che voleva vedere realizzate nel mondo che sognava nel dopoguerra che lo contrapponevano all’autoritarismo vigente?

<<Quello che sognava mio padre, i suoi ideali che vedeva ben rappresentati nella Costituzione italiana, le sue speranze sono ben descritte nel libro intervista con lo storico Massimo Storchi[4], nonché nel video-intervista prodotto dal Comune di Rio Saliceto con l’ANPI [5], e in ultimo nel capitolo a lui dedicato del recente libro di Gad Lerner.[6] Se devo però riassumere in due idee il suo pensiero direi “Giustizia e Libertà” ben rappresentate nella vignetta che un giovane , Andrea Roncaglia, gli ha dedicato alla sua morte>>.

<<Mio padre diceva: “In giro ci sono molte armi e molta fame. Proviamo a rispondere alla seconda per evitare l’uso delle prime”>>.

In un’intervista affermò che i temi guerreschi della resistenza erano quelli di cui non voleva quasi parlare, magari altre persone al suo posto si sarebbero vantate delle loro imprese, invece il Comandante era di altro parere, come mai? Tra i motivi forse perché per lui la resistenza armata è stato un mezzo, considerato un male necessario, e non un fine desiderabile ?

<<Mio padre italiano ed europeista, era un pacifista, che si è sempre sentito molto vicino agli ultimi, ai più deboli, ai fragili ed agli emarginati. Ha spiegato come questa educazione gli fosse derivata dalla madre, cattolica praticante e umile di origini, che a Natale a tavola ospitava a pranzo un povero o una famiglia di indigenti. Aveva saldi principi etici di giustizia e tolleranza verso le idee degli altri. Ha sempre affermato che “La politica non è odio.” Anche verso i suoi persecutori non ha mai espresso sentimenti di odio o rancore; rabbia sì, ma per l’ingiustizia che aveva subito e di cui non si è mai capacitato. Era restio al protagonismo ed all’autocelebrazione. La guerra per lui è stata l’estrema ratio in un momento dove bisognava schierarsi e non rimanere indifferenti. Per questo ricordava sempre il monito di Giacomo Ulivi, studente di 19 anni fucilato dai fascisti nel novembre 1944. [7] Per questo non ha mai voluto enfatizzare la componente bellica della Resistenza richiamando spesso al termine resistente e non partigiani, e includendo tra i resistenti i caduti di Cefalonia, i militari italiani internati nei lager perché si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, la popolazione civile che si era schierata a supporto, gli intellettuali incarcerati o mandati al confino che poi furono la spina dorsale della Costituente. E questo non solo pubblicamente. Quando ero bambino e incuriosito gli chiedevo delle sue gesta eroiche mi riprendeva dicendo: “La guerra è sempre una brutta cosa, per tutti; per i vinti e per i vincitori. Imparate a non fare più guerre”>>.

Dov’era il 25 aprile del 1945? Come aveva trascorso quei giorni?

<<Il suo distaccamento entrò in Correggio il 22 aprile. La sera prima si era raccomandato con i suoi partigiani che non avrebbe tollerato vendette, ritorsioni e nessuna violenza[8]. Per questo venne poi nominato dal governatore americano della bassa Adam Janette, capitano dell’esercito americano, comandante della piazza di Correggio. Fu una scelta giusta visto che mio padre in più episodi si oppose a giustizie sommarie e linciaggi>>.

Ha sempre detto: “Non possiamo comportarci come loro (i fascisti), siamo diversi, abbiamo combattuto per questo.”

In diverse occasioni dimostrò di essere un antifascista vero, mettendo in pratica azioni e idee contrapposte all’essenza del fascismo, opponendosi a discriminazioni e violenze sommarie, me ne può raccontare brevemente una poco nota?

<<Ha sempre detto: “Non possiamo comportarci come loro (i fascisti), siamo diversi, abbiamo combattuto per questo.” Un episodio è descritto nel libro di Pansa (che però non lo cita) [9] in cui pistola alla mano allontana un comandante partigiano che voleva prelevare dal carcere di Correggio alcuni fascisti senza alcun mandato del CLN e che gli dirà: “Sei rimasto un fascista, ci sarà un colpo anche per te”. Quei fascisti salvati andarono a testimoniare al processo di Perugia a favore di mio padre, attestandone la dirittura morale. Ci fu anche l’episodio del 23 aprile dove, montando una mitraglietta su una Topolino scoperta, fermò una folla inferocita che voleva assaltare il carcere di Correggio per vendicare la strage di Canolo[10]. Ci sono altri episodi, meno noti, che riportano bene l’etica garantista di mio padre. Una è la testimonianza di un giovane della X MAS catturato dai partigiani del suo distaccamento cui mio padre evitò la fucilazione[11]. Oppure quello delle uova offerte anche ai giovanissimi soldati tedeschi catturati, tra lo stupore delle contadine che le avevano portate ai partigiani.[12] È poi storicamente riconosciuto che mio padre fu uno dei pionieri della riconciliazione fin dall’inizio. Non solo per umanità ed etica ma anche per senso pragmatico: l’episodio della mensa del reduce aperta anche ad ex fascisti (che non si erano macchiati di crimini) subito dopo la liberazione contro il parere di molti del Partito Comunista e Socialista aveva anche una impronta pragmatica: “Diceva: in giro ci sono molte armi e molta fame. Proviamo a rispondere alla seconda per evitare l’uso delle prime”.  Tenendo ben distinti i concetti di chi nella guerra civile aveva avuto ragione e chi torto. Un altro aneddoto che non è mai stato pubblicato ma che mio padre mi ha raccontato è questo. Quando era comandante della piazza era stato incarcerato il podestà di Correggio, che però oltre a non essersi macchiato di crimini, negli ultimi tempi aveva collaborato di nascosto coi partigiani. Era un soggetto esposto a vendette in un clima esasperato di rancore: per fare comprendere a tutti che non andava toccato mio padre una sera lo prese sottobraccio e lo accompagnò a piedi a casa, per dimostrare alla popolazione che era sotto la sua protezione. Per questo è stata una sofferenza enorme portare per decenni il marchio infamante dell’omicida e lo stigma di uomo crudele che gli era stato sapientemente attribuito dai suoi persecutori approfittando del soprannome di battaglia. Proprio lui che era stato il più garantista, che si era sempre dimostrato fedele ai principi della convenzione di Ginevra e si era speso anche a rischio della propria incolumità per impedire giustizie sommarie>>.

Com’è stata la sua esperienza da sindaco?

<<Del suo mandato so poco, d’altronde si parla di pochi mesi essendo stato eletto il 28 dicembre 1946 ed arrestato il 14 marzo 1947. All’epoca era il segretario dell’ANPI. Uno storico locale ha rievocato le modalità di quella elezione. Mio padre era stato eletto consigliere comunale. Il sindaco in carica Arrigo Guerrieri si dimise per motivi personali. Il Partito Comunista, la Federazione di Reggio, aveva un proprio candidato, anche lui ex comandante partigiano. Un candidato per il Partito certamente più affidabile di Nicolini che alcuni descrivono come un liberal-socialista con troppa indipendenza, troppa personalità e senza un passato da militante. Ma il prestigio del Diavolo tra i correggesi è grande e viene apprezzato anche dall’opposizione. La riprova è che il 28 dicembre 1946 viene eletto con 20 voti favorevoli su 25 votanti ricevendo anche consensi da consiglieri della Democrazia Cristiana. Questo è un particolare importante perché dimostra quanto fosse aberrante la montatura costruita sulla figura-stigma del Diavolo che poi venne portata avanti dai suoi persecutori. Don Pessina era stato ucciso il 18 giugno 1946. Nicolini viene eletto sei  mesi dopo sindaco anche coi voti dei democristiani. Quindi non era vero che si trattasse di un efferato e crudele criminale. I correggesi questo lo sapevano bene e nessuno credeva nella colpevolezza di Nicolini. Tutti a Reggio conoscevano la dirittura morale del comandante Diavolo. I suoi persecutori lo sapevano bene: di qui la strategica operazione di spostare il processo da Reggio a Perugia, attraverso indebite pressioni su Ministri, dove si poteva meglio gestire la propaganda colpevolista e intimidire i testimoni della difesa. Nonostante ciò, alcuni non si fecero condizionare: come il ragionier Paterlini, all’epoca segretario della DC, il capitano americano Adam Janette, i fascisti salvati dal Diavolo subito dopo la liberazione, tutti testimoni della difesa. Ma la macchina della propaganda era già partita: il capitano Vesce ricevette dal vescovo Socche la commenda pontificia di Cavaliere di S. Silvestro il 21 febbraio 1951 prima della sentenza di appello; il vescovo Socche ricevette da Peron in Argentina un’alta onorificenza per la sua lotta ai comunisti; Peron nella campagna elettorale utilizzò manifesti con lo “spauracchio” del Diavolo “sindaco comunista” che ammazzava i preti. Il cerchio era chiuso, tutti avevano avuto i loro benefici dalla condanna di un innocente>>.

E infine una domanda personale a lei Fausto, cosa ne pensa della canzone dei Modena City ‘Al Dievel’? Cosa prova quando la ascolta?

<<Saremo sempre grati ai MCR perché questa canzone, che io giudico molto bella (ma sono di parte) ha fatto da volano tra i giovani per diffondere e far conoscere “la vicenda del comandante Diavolo.” Durante la prima fase del COVID, durante il lockdown, il 25 aprile 2020 i MCR hanno cantato dalle finestre e dal balcone del Municipio di Reggio. Una delle canzoni dopo Bella Ciao è stata “Al Dievel – la marcia del Diavolo.” Ora che mio padre non c’è più posso solo commuovermi e continuare a ringraziarli ogni volta che vorranno ricordarlo nei loro concerti>>.

Alex Begliardi, nato a Reggio Emilia nel 1996, da sempre appassionato di storia e politica, dopo il liceo scientifico, e la laurea in Economia diventa politicamente attivo e parte per andare a vivere in Australia per un breve periodo, dove condivide l’esperienza con persone provenienti da tutte le parti del mondo. Scrive sporadicamente per ‘Il Portico’ rivista locale e lavora in Banca come cassiere, oltre all’attivismo politico come giovane democratico.

Fausto Nicolini è il secondogenito di Germano, nato nel 1958 dopo l’uscita dal carcere. La primogenita Riccarda è nata nel marzo 1947, tre giorni dopo l’arresto del padre. Già Consigliere e Assessore regionale prima ai Servizi Sociali e poi alla Sanità, in seguito Dirigente nella Cooperazione è deceduta nel 2007. Fausto, medico pediatra, è in pensione dal luglio 2020. In passato ha ricoperto diversi incarichi nella Azienda Sanitaria di Reggio (Direttore di Pediatria, di Distretto e di Presidio Ospedaliero). Negli ultimi 10 anni è stato Direttore Generale nonché docente in convenzione nell’Università di Modena e Reggio. Coniugato con Paola ha due figli, Stefano e Francesca.


[1] Questo episodio è ben descritto nel libro Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani, & C. 2005) nel quale un capitolo è dedicato a mio padre (pag. 180-201)

[2] Ufficiale dell’Esercito, dopo l’8 settembre 1943, fuggiva dalla cattura ed entrava in formazione partigiana, a difesa della Patria invasa. Durante il lungo periodo di appartenenza alle formazioni e nelle numerose azioni di combattimento dimostrava brillanti doti di organizzatore e di comandante, sprezzante di ogni pericolo. La sua opera è stata giudicata cospicua, perché svolta in difficili condizioni, in zona di pianura costantemente controllata dal nemico. Considerato uno dei migliori combattenti della resistenza reggiana.

[3] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani, & C. 2005) – pag.194

[4] Germano Nicolini con Massimo Storchi – Noi sognavamo un mondo diverso. Imprimatur Editore, 2012

[5] “Non camminiamo da soli”,  Intervista a Germano Nicolini il comandante Diavolo – Comune di Rio saliceto, 2015

[6] Gad Lerner e Laura Gnocchi – Noi partigiani. Memoriale della Resistenza italiana. Ed. Feltrinelli, 2020

[7] “No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto ciò è successo perché non ne avete più voluto sapere.” (G. Ulivi)

[8] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani,  & C. 2005) – pag.188

[9] G. Pansa – Il sangue dei vinti. Ed. Sperling & Kupfer, 2003, pag.320

[10] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani,  & C. 2005) – pag.188

[11] “Io, ragazzo di salò devo la vita al Diavolo”- Pierluigi Ghiggini, Giornale di Reggio, 2 settembre 2010

[12] I miei 100 anni di vita drammatica – Massimo Sesena, Gazzetta di Reggio, 26 novembre 2019

DEAL! È STATO RAGGIUNTO L’ACCORDO TRA UE E UK

Articolo a cura di Margherita Tacchetti.

Dopo quattro anni e mezzo dal voto sulla Brexit e dopo nove mesi di negoziati, un accordo sul commercio è stato finalmente raggiunto. Se per UK e UE il “deal” è un successo, considerando in particolar modo il breve tempo con cui un accordo di queste proporzioni è stato raggiunto, la narrazione del risultato raggiunto è diversa tra le due parti.

Al numero 10 di Downing Street l’accordo viene visto come un successo e come “un regalo da mettere sotto l’albero”, come ha affermato il Primo ministro britannico Boris Johnson nel suo messaggio di Natale ai cittadini.

A Bruxelles invece Ursula von der Leyen dice: “Solitamente alla fine di un negoziato sono felice, ma oggi mi sento soddisfatta e francamente sollevata. Agli amici europei dico che è giunto il momento di lasciarci la Brexit alle spalle, il futuro è l’Europa”.

Più duro invece è il capo dei negoziati per l’UE Michel Barnier che inizia il suo discorso dicendo: “E’ un giorno di sollievo, tinto, però, da un po’ di tristezza. Il Regno Unito ha deciso di lasciare l’UE e di rinunciare a tutti i diritti e i vantaggi che spettano agli stati membri. Il nostro accordo non replica questi diritti e questi vantaggi. Ci saranno dei cambiamenti a cominciare dal primo gennaio per molte persone e per molte imprese. Queste sono le conseguenze della Brexit”.

Prima di entrare nello specifico è bene fare alcune premesse. Anzitutto, va detto che questo accordo – costituito da un documento di oltre 1500 pagine – deve ancora essere pubblicato, ma è possibile affermare sin da ora che mette fine all’incertezza determinata dalle lungaggini delle trattative. Secondariamente, questo concordato riguarda i futuri rapporti commerciali tra Regno Unito e Unione Europea, e va ad aggiungersi all’intesa sull’uscita vera e propria del 2019.  Ed in fine, va ricordato che dal primo gennaio il Regno Unito lascia ufficialmente e indipendentemente dal deal il mercato unico e l’unione doganale dell’UE. Ciò vuol dire che ci saranno delle restrizioni negli spostamenti di persone e nello scambio di merci e che il Regno Unito potrà liberamente siglare accordi commerciali con paesi terzi.

Che cosa prevede l’accordo?

I tre temi più dibattuti tra UK e UE riguardano: la concorrenza, la governance e la pesca. Quella della pesca è una questione molto cara agli inglesi non tanto in termini economici, quanto in termini di sovranità sulle acque. Difatti, nell’accordo è stato stabilito che ai paesi europei verranno attribuite quote di pesca del 25% nei mari britannici per cinque anni, a seguito dei quali sarà necessario stipulare ulteriori accordi con cui verrà gradualmente ridotta questa percentuale. In concreto dal primo gennaio i pescherecci degli stati membri potranno pescare solo un pesce su tre nelle acque britanniche, e il Regno Unito uscirà ufficialmente dalla politica della pesca comune dell’UE. Sembra assurdo, ma il motivo per cui si è arrivati ad un accordo solo poco primo dallo scadere del termine oltre il quale ci sarebbe stata una hard Brexit era proprio il nodo sulla pesca.

Per quanto concerne poi il primo punto, il cosiddetto level playing field, il timore di Bruxelles è che Londra, uscendo dagli accordi con l’UE, possa fare concorrenza sleale alle imprese degli stati membri allentando alcune imposizioni previste dall’UE ad esempio in ambito ambientale, ed eludendo la normativa in tema di aiuti di stato. Ragioni per cui nell’intesa è stato stabilito che il Regno Unito potrà derogare alle normative dell’Unione Europea, senza però creare un danno alla libera e leale concorrenza.

Di qui si va al secondo punto, quello della governance, e quindi delle modalità con cui l’accordo sarà gestito e controllato. Le parti hanno deciso infatti che eventuali controversie circa un comportamento sleale dell’una o dell’altra in merito al rispetto e all’applicazione degli accordi saranno deferite ad un arbitrato. Quest’ultimo dovrà svolgersi entro 30 giorni dall’adozione delle misure per ristabilire la giusta concorrenza. La presiedente della Commissione europea ha poi specificato che “le regole e gli standard sulla concorrenza e sul mercato sono giuste e rimangono tali”. E che “abbiamo strumenti utili ed efficaci per reagire nel caso in cui la concorrenza dovesse essere distorta”.

Un tema molto importante inoltre riguarda le tariffe doganali. Difatti, il Regno Unito, che si trovava in una posizione contrattuale più debole, uscendo dall’UE e dal mercato unico rischiava di dover ritornare alla situazione pre-comunitaria in cui non c’era il libero scambio di merci ed erano previsti dei dazi. Nell’accordo invece è stata espressamente fissata l’assenza di tariffe doganali e di contingentamenti sui beni.

Quali i prossimi step?

Il documento di accordo raggiunto tra UK e UE nel giorno della Vigilia di Natale dovrà essere approvato sia dal Consiglio dell’Unione Europea prima della fine dell’anno, sia dal Parlamento britannico nella seduta del 30 dicembre, ed infine – perché l’accordo possa entrare effettivamente in vigore – dal Parlamento europeo in gennaio.

Quale il futuro dell’UE?

Nel suo discorso di giovedì la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto “Ovviamente questo vecchio dibattito riguarda la sovranità. Ma a questo punto dovremmo chiederci che cosa significa sovranità nel XXI secolo? Per me significa studiare, viaggiare a fare affari senza differenze in 27 paesi diversi”. E ha poi sottolineato più volte che “per gli europei è giunto il momento di gettarsi la Brexit alle spalle e di andare avanti” perché “l’Unione Europea continua ad avanzare”. Mentre oltremanica Boris Johnson festeggiava in termini sovranisti, von der Leyen ha detto senza mezzi termini che “noi siamo un gigante in un mondo di giganti”, e che “in un mondo di super potenze l’unica possibilità è quella di essere uniti”.

LA GUERRA FREDDA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

La guerra fredda tra due delle più importanti superpotenze mondiali, Cina e USA , si combatte sul nuovo fronte delle AI, ovvero le Artificial Intelligences.

Articolo a cura di Giacomo Tomassone, responsabile comunicazione dei GD provincia di Modena.

All’alba del nuovo millennio gli Stati Uniti si sono ritrovati ad essere prima superpotenza del globo, avendo raggiunto il primato mondiale in ambito economico e militare, a seguito del suicidio geopolitico dell’impero Sovietico, avvenuto in seguito all’impossibilità di continuare la costosissima corsa agli armamenti missilistici nella quale l’America era riuscita ad ingaggiarlo e successivamente ad intrappolarlo. Questa solitudine sulla vetta del mondo ha portato gli USA a percepirsi e a farsi percepire come ineluttabili protettori (o dominatori, per i cinici) della libertà e della pace mondiale.

Questa supremazia sembrava fosse impossibile anche solo da sfidare. Difatti, con l’avvento di Internet e successivamente delle aziende della Silicon Valley – le quali attraverso il cordone ombelicale che le lega al Pentagono passano continuamente i dati raccolti tramite i propri social network e cellulari agli apparati militari americani – l’influenza del soft-power statunitense si è espansa capillarmente in tutto il globo come mai era successo, diventando la prima potenza della storia a carpire immensi quantitativi di informazioni dal tessuto sociale delle popolazioni dei propri stati rivali. Ma ben presto la situazione globale cambiò e sorse un nuovo sfidante a livello mondiale, capace di raggiungere una potenza economica tale da poter investire pesantemente nel nuovo settore della rete, creandosi delle proprie alternative nazionali valide in grado di rivaleggiare con quelle californiane: la Cina.

L’Impero celeste capì fin da subito quale industria sarebbe stata alla base delle necessità di un paese che avrebbe voluto aspirare al primato di potenza mondiale nel XXI secolo, e con pesanti manovre di interventismo statale si mise all’opera per rinchiudere in una vera e propria “bolla” digitale la propria popolazione, evitando il più possibile l’emorragia di dati verso Washington. A questo chiaro scopo strategico si deve la nascita dei colossi digitali cinesi quali Baidu, Alibaba, Teincent e Xiaomi, “rispettivamente” i Google, Amazon, Facebook e Apple di Oltre-oceano Pacifico. Con queste premesse iniziava la guerra commerciale fra la Cina e l’America. Guerra che è rimasta sul binario prettamente economico per molto tempo, fin quando si è posto il problema fondamentale: come analizzare in modo efficiente questa immensa quantità di dati raccolti? E soprattutto: come utilizzarla come arma?

Ecco che qui arriva la nuova frontiera delle Intelligenze Artificiali: entità incarnate in algoritmi complessi con meccanismi interni in continua ricostruzione, che gli permettono di adattarsi ed evolversi (in modo totalmente celato dalla vista dei creatori stessi) in ogni situazione che analizzano, allenandosi in giganteschi database dove le IA possono “liberamente pascolare” per guadagnare nuovi dati da immettere nel proprio codice come esempi per adeguarlo a migliori prestazioni.

Queste incredibili innovazioni che promettono di proiettare il mondo in una futura rivoluzione industriale sono la risposta che i governi di Pechino e Washington aspettavano da tempo, poiché queste IA sono capaci di analizzare e catalogare dati per poi “imparare” da essi come un normale essere umano con in aggiunta la potenza di calcolo e la memoria di un super-computer. Ed è proprio qui che le due superpotenze mondiali hanno iniziato a intravederne le applicazioni: in un mondo in cui l’informazione non è più solo ricchezza, ma vero e proprio controllo, gli apparati militari delle amministrazioni dei due governi ne vedono un enorme potenziale per capire come poter perfezionare esercito, burocrazia interna, ma soprattutto le tecnologie alla base delle prossime cyberguerre.

Così negli ultimi anni in Cina si è dato il via a innumerevoli investimenti mirati nel settore per acquisire sempre più know-how tecnologico per ridurre il gap che li distanzia dall’America. Se negli USA il presidente annuncia nell’Ordine Esecutivo 13859 l’impegno del governo a finanziare nuovi progetti e infrastrutture in campo IA a livello nazionale, Xi Jinping annuncia nel 2017 un Comitato per la Fusione di aziende militari e civili allo scopo di sviluppare nuove tecnologie in campo bellico per conto dell’Esercito di Liberazione Popolare e far diventare la macchina militare cinese in una “potenza modernizzata” entro il 2035.

Questa corsa agli armamenti in pieno stile guerra fredda promette un immenso scontro nella prima metà del XXI secolo che investirà tutto il globo, con paesi che si troveranno obbligati a scegliere sotto quale ombrello schierarsi per farsi proteggere dall’aggressione delle IA delle due superpotenze mondiali che si staglieranno sul panorama internazionale. Se il deterrente atomico sembrava oramai scomparso dall’equazione delle trame geopolitiche, l’avvento delle Intelligenze Artificiali prospetta un possibile ritorno alle dinamiche di Hard Power credute oramai abbandonate nel secolo precedente.

FRA QUANTE ALLUVIONI CAMBIEREMO QUALCOSA?

Articolo a cura di Emanuele Saullo, responsabile ambiente dei GD Modena.

Centinaia di milioni di euro. Questa sarebbe una prima stima, probabilmente molto ottimista, dei danni causati dall’esondazione del fiume Panaro avvenuta il weekend scorso. Per intenderci, questi riguarderebbero produzioni e mezzi agricoli e non tutta la devastazione provocata nel resto della campagna e nei centri abitati sommersi dall’acqua.

A questi si aggiunge anche l’esondazione del Secchia e la conseguente alluvione che ha investito il comune di Campogalliano (MO). Per non parlare poi di tutti i disagi e della disperazione di chi ha perso tutto e ha temuto per la propria vita. Ciò è molto triste e fa arrabbiare, perché non è la prima volta che succede in provincia di Modena o nel resto del paese. Si dice di tenere botta e che al situazione migliorerà, ma la tremenda realtà è che andrà sempre PEGGIO.

Lo affermano gli scienziati: il cambiamento climatico porta il manifestarsi di eventi eccezionali mai registrati prima d’ora, ed in futuro se ne manifesteranno ancora e con più forza. Eventi che provocano danni in termini economici e umani. Secondo Avvenire ammonterebbero a 19.947 le morti e a 32,92 miliardi le perdite economiche, queste solo nell’ultimo ventennio, solo in Italia e solo provocate da episodi meteorologici (quindi non da altri fattori ambientali come la qualità dell’aria ad esempio). È ben noto a tutti che il nostro territorio si riprenderà, perché noi emiliani siamo gente forte che si rimbocca le maniche: lo stiamo mostrando durante questa pandemia, lo abbiamo dimostrato con il terremoto e lo dimostreremo anche in questa e in altre difficoltà. Tuttavia, è fondamentale, se non obbligatorio, imparare a prevenire questi eventi, risolvendo i problemi di dissesto idrogeologico e impegnandosi seriamente nella lotta ai cambiamenti climatici.

Sono note da pochi giorni le cifre previste del recovery plan destinate ai cambiamenti climatici, circa 102 miliardi che si spera vengano spesi nel modo migliore. Ci si pone questo auspicio perché, sempre secondo gli scienziati, siamo molto indietro sulla riduzione di emissioni, e ciò porterà all’arrivo in punti di non ritorno ove allora non sarà più possibile rimediare. Parliamo di scioglimenti di ghiacciai, di estinzioni di massa, di erosioni di territori (solo per citarne alcuni). È importante soffermarsi sulle cifre perché ancora gli scienziati spesso le hanno criticate poiché insufficienti. Un esempio è stato il “Green New Deal” promosso dall’UE: 1000 miliardi stanziati in 10 anni, che però non sarebbero sufficienti, ma ne servirebbero almeno il doppio.

Se la politica è dunque in ritardo o non è abbastanza previdente, la palla passa in mano ai singoli individui. Noi cittadini possiamo chiedere una maggiore dedizione, che comunque non sarà abbastanza. È necessario cambiare le nostre abitudini in modo radicale: utilizzare il meno possibile la macchina, mangiare meno carne, imparare a riciclare e, a maggior ragione durante le feste natalizie, consumare meno. Ogni prodotto che usiamo ha fatto un tragitto immenso per arrivare sulle nostre tavole e nelle nostre case, ed ha contribuito a un elevata produzione di emissioni.

Questi cambiamenti sono scomodi e talvolta costosi, non si può negarlo, ma dobbiamo attivarci al più presto per attuarli o si continueranno a pagare i ritardi e l’indifferenza a prezzi sempre più alti.

Fra quanti incendi lo capiremo? Fra quante pandemie? Fra quante siccità? Fra quante frane? Fra quante alluvioni?

SCUOLE SUPERIORI E COVID: GLI ERRORI DEL PASSATO LI STIAMO RIPAGANDO OGGI.

Articolo a cura di Lorenzo Fabbri, responsabile scuola dei GD Emilia-Romagna

Chi l’avrebbe mai immaginato? Nel 2020 il tema della scuola è tornato galla, anche se per rivederlo sul proscenio del dibattito pubblico c’è voluta una pandemia. Ora, sarebbe troppo semplice catalogare il problema della scuola come dovuto all’emergenza sanitaria e solo e soltanto a quest’ultima. La realtà è molto più complessa.

La verità è che negli anni si è seminato poco, anzi, nulla, e adesso la politica si barcamena tra locali non idonei, trasporti vecchi, presidi e docenti disorientati e famiglie e studenti arrabbiati. Negli anni infatti si è assistito ad uno smantellamento del tessuto territoriale scolastico che ha reso i presidi locali (ex provveditorati) sempre più incapaci di rispondere alle esigenze riguardanti l’edilizia scolastica e la risoluzione delle piccole e grandi problematiche. A questo si aggiungono decine e decine di riforme che, accavallate l’una sull’altra, hanno dato vita a una realtà scolastica italiana confusa, con grandi disuguaglianze tra regioni e province differenti e con limiti strutturali in alcune realtà veramente preoccupanti.

Con questo triste quadretto ci siamo presentati di fronte all’emergenza del Covid-19, la quale sta ponendo difficoltà enormi nello svolgimento della didattica. Volendo essere pratici le esigenze, in questa emergenza, sono tre: garantire la salute degli studenti, delle studentesse e del personale scolastico; diminuire al minimo la possibilità che essi diventino vettori di contagio nelle famiglie (particolarmente in quelle realtà dove vivono sotto lo stesso tetto diverse generazioni, esponendo al rischio di contagio persone anziane); e al contempo preservare una didattica, per quanto possibile, ordinaria e integrale.

La verità è che, questo momento molto difficile potrebbe trasformarsi, volendo, in un’opportunità: una grande opportunità. Partendo dalla necessità di strutturare una didattica online al 75/100% sarà infatti necessario aumentare le competenze informatiche sia degli studenti sia dei docenti e cominciare a concepire internet come un’effettiva risorsa alla didattica, da mantenere ed eventualmente utilizzare in futuro per una scuola sempre più al passo con le tecnologie contemporanee. In secondo luogo sarà fondamentale al più presto sanare tutte quelle barriere di natura economica che si frappongono – in questo caso alla DAD, ma più in generale all’accesso alle risorse indispensabili per la scuola – per le fasce della popolazione meno abbienti. Un paese che vuole avere un ascensore sociale tangibile non può permettersi di lasciare ragazzi senza materiale didattico.

Un capitolo gigantesco dovrebbe riguardare l’edilizia scolastica: troppo poco si è fatto. Gli spazi devono essere idonei per andare incontro alle esigenze didattiche ma soprattutto devono essere sicuri. Un paese che si reputa occidentale non può esimersi dall’avere scuole le cui strutture siano impeccabili e affidabili. Per far questo sarà necessario ristabilire il tessuto territoriale, basato su una condivisione integrale con le categorie interessate. Il problema delle “classi pollaio” non dovrà essere dimenticato e bollato come superficiale. Queste ultime, infatti, rendono spesso e volentieri l’apprendimento più difficoltoso per gli studenti (specialmente nei primi anni della scuola secondaria) e impediscono ai docenti un lavoro più meticoloso e specifico nei confronti del singolo studente.  

Il tema della didattica a distanza sta dividendo pesantemente l’opinione pubblica. I temi e le critiche a riguardo sono diverse e le obiezioni delle famiglie sono sicuramente fondate. Oltre ad una evidente problematica dei rapporti sociali, vi è infatti una difficoltà oggettiva per il tempo lungo da trascorrere al computer. Inoltre permane un problema di accesso alle risorse online per ancora troppi studenti delle scuole superiori. A tutto questo va aggiunta una problematica che l’ultimo DPCM ha prodotto: ovvero quella dei laboratori. I laboratori, infatti, sono rimaste le uniche attività da potersi svolgere in presenza, producendo, in particolare per alcuni istituti che li hanno come curriculari. A questo proposito si potrebbe attuare una turnazione specifica per queste attività, concentrandole per esempio in una singola giornata per ogni classe. Così si eviterebbero eccessi di persone nelle scuole e al contempo carichi eccessivi sui mezzi pubblici.

Ecco appunto, i mezzi pubblici. Altro tema sparito per anni dai dibattiti televisivi e dalle prime pagine dei giornali. La pandemia ci ha fatto capire quanto vecchio e obsoleto fosse, tanto il parco dei mezzi pubblici in Italia, quanto l’organizzazione dello stesso. Erano anni che gli studenti di alcune città, anche in Emilia Romagna, segnalavano problemi giganteschi in particolare nel raccordo delle varie città con i comuni e le frazioni limitrofe, ma ovviamente tutto era di volta in volta passato in cavalleria. Se comprare nuovi mezzi in questo momento non è fattibile (ci vogliono infatti più di tre anni dall’acquisto alla messa in funzione), sarebbe auspicabile perlomeno coinvolgere il trasporto privato una volta che verrà ripristinata una qualche forma di presenza nelle scuole superiori.  

Sperando che la didattica possa ritornare in presenza nel più breve tempo possibile sarà fondamentale sfruttare il tempo che, purtroppo, ci vede costretti a distanza, per pianificare una scuola che, alla ripartenza, sia più interattiva, inclusiva ed organizzata. L’Italia ce la può fare, l’Italia ce la deve fare.  

L’INSOSTENIBILE “PESANTEZZA” DELL’ESSERE…DONNA!

Articolo a cura di Miriam Masone, membro della segreteria provinciale Giovani Democratici Bologna.

Oggi un governo può permettersi un atteggiamento meno drastico nei confronti della violenza domestica e sessuale rispetto a quello contro il terrorismo perché, nonostante l’impatto di movimenti come #MeToo, gli stupri non minano la sua legittimità”.


Lo storico e saggista Harari, in “21 lezioni sul XXI secolo”, lancia una fortissima provocazione agli Stati occidentali. Il paradosso di quanto un terrorista in un solo istante incuta molta più paura ed insicurezza pubblica degli stupri, che in silenzi assordanti serpeggiano nelle case, negli uffici, nelle scuole e nelle (quasi) stanze di tutto il mondo.
Le aule di tribunale, troppo frequentemente, si traducono in giudizi, prove agghiaccianti e superflue: dagli indumenti femminili, alla procace o meno sensualità, sempre alla ricerca di un movente vecchio stampo in cui, invece, la virilità maschile è pregna di giustificazioni e palliativi.
Le leggi tutelano ma, quasi sempre, dopo uno straziante interrogatorio, dopo l’umiliazione ulteriore di domande nauseabonde ed indiscrete. Questo comporta una forza psichica molto forte: la stessa che, spesso, è già stata sottratta nell’atto violento che la donna supinamente è stata costretta a subire.

La società è ancora vittima di un retaggio culturale patriarcale molto radicato nella nostra tradizione. Una donna vittima di violenze, infatti, non riceve sempre compassione (partecipare al suo patire), ma spesso è vittima pure dello sdegno collettivo avventato nel giudicare e puntare il dito, soprattutto, quando una donna ha, come unica scelta, l’abbandono del tetto coniugale.
Sì, molte donne non solo sono costrette a subire lividi, ferite e segni sul loro resiliente corpo, ma private anche della loro casa ed indotte ad allontanarsi – se ci sono- anche dai propri figli, nel tentativo di salvare la propria vita.

Quando quell’ossessione di possesso si tramuta in un corpo martoriato ed abusato e non c’è più, subentra, nella maggior parte dei casi, lo stalking. Il pedinarla in messaggi che celano delle scuse volgari ed ipocrite fino a tramutarsi in aggressivi appellativi. Il pedinarla nella vita giornaliera, conoscerne le scelte, i movimenti, la libertà professionale, individuale, penetrando nella riservatezza di una donna alla conquista della propria indipendenza che pian, piano prova a ricostruire quella dignità che un pseudo-uomo ha provato a sottrarle.
Nei teatri peggiori la tragedia si conclude con la morte oppure il tentato omicidio della persona, e quell’abominevole giustificazione che soliamo sentire e subire sovente “perché l’amava troppo”.

Chi ama, ama soprattutto la libertà dell’altro, in cui ha riposto la propria fiducia ed affetto, e quindi quel sentimento tanto nobile non può declinarsi assolutamente in schiaffi, pugni, stupro.
Le donne hanno la loro integrità fisica e morale al pari degli uomini, e non sono un oggetto che accondiscende i piaceri primordiali, perché hanno libertà di scegliere i momenti in cui concedersi all’altro, chiunque egli sia. Non è soggetta ad alcuna vendita o contratto che le imponga di asservire i bisogni di un uomo. Neppure il matrimonio.

I movimenti femministi sono tanti e l’emancipazione straordinaria che abbiamo ottenuto negli anni è sintomatica di una rivalsa del mondo femminile. Questo è evidente che non basti, come non è sufficiente dedicare il 25 novembre alla “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” per conteggiare in sole 24h quante di noi subiscano crude umiliazioni, se non diventa un impegno quotidiano e costante per la costruzione dell’auspicata pariteticità.
In Italia – come riporta RaiNews – ogni tre giorni muore una donna vittima di violenze ed è un dato aberrante, che non dobbiamo in alcun modo ignorare. È un urlo di allarme molto forte.
Noi non vogliamo ostinatamente urlare amore, ma rispetto, comprensione e collaborazione. Alle urla di una donna osteggiata della propria dignità non dovremmo voltarci mai dall’altra parte. Dobbiamo emarginare gli aggressori, indicargli un percorso terapeutico o centri per uomini maltrattanti, affinchè possano curare la propria frustrazione ed incapacità di amare, rispettare l’altro sesso.

Le donne non sono il “sesso debole” e dovrebbero comprenderlo uomini e donne. Non abbiamo nulla di debole, ma abbiamo sia splendide menti che caratterizzano il nostro intelletto e ci consentono di assumere grandi consapevolezze, e sia la grande forza attrattiva e seducente del nostro corpo. Queste sono le nostre vere forze, la saggezza e la bellezza, e lo dimostreremo ancor di più quando smetteremo di colpevolizzarci dinanzi ad un sopruso, ma ci indigneremo e denunceremo solidariamente tutte le violenze subite e che, purtroppo, continueremo a subire.
Non sottovalutiamo nemmeno l’aggressione verbale: lo sferzare aggettivi crudi, viscidi, denigratori, perché sono troppo frequenti quando si parla su una donna che ci è poco simpatica o con la quale si è avuto uno screzio.

I dati Istat del 2020 indicano un incremento di chiamate al 1522 – numero anti-violenza e stalking promosso dal Consiglio dei Ministri e dal Dipartimento pari opportunità – del 73% rispetto all’anno precedente, secondo un’analisi che attribuirebbe a tale fenomeno non un aumento delle violenze, ma maggiori campagne di sensibilizzazioni che avrebbero indotto le donne a sentirsi meno sole e chiedere aiuto.
Questo significa che solo insieme, donne ed uomini, possiamo attraverso una rete solidale sradicare la cultura dello stupro e della violenza di genere.

CHILE DESPERTÓ, MUNDO DESPERTÒ – IL CILE SI È SVEGLIATO, IL MONDO SI È SVEGLIATO

Articolo a cura di Andrea Fortini, segretario dei Giovani Democratici Faenza.

Una grande scritta proiettata sulla torre Telefónica, che domina la piazza: “Renace”.
Dopo la vittoria del No del 1988, che ha posto fine alla dittatura di Pinochet, la notte del 25 ottobre un collettivo di artisti ha festeggiato così la vittoria del Sì al Referendum tenuto in Cile per abolire la Costituzione vigente e redigerne un’altra.

Dalla fine del regime di Pinochet infatti sono passati trent’anni e, anche se ciò che è passato dovrebbe essere passato, la Costituzione che fino ad un mese fa costruiva e gestiva la vita pubblica del Paese era la stessa redatta nel 1980 sotto quel famigerato regime autoritario.

Sì, fino a un mese fa, perché ora quella Costituzione è stata finalmente stracciata. Il risultato del Referendum Popolare di domenica 25 ottobre ha visto il 78% dei cittadini cileni favorevoli alla redazione di una nuova Carta Fondamentale.

Già da un anno erano iniziate le rivolte, precisamente il 18 ottobre, quando una protesta studentesca per un modesto aumento delle tariffe della metropolitana è deflagrata in un movimento molto più ampio, rallentato, ma non certo fermato dall’emergenza coronavirus.

Ma si proceda per gradi. È veramente soltanto una lotta contro ciò che resta di un regime morto e sepolto, come dimostrano di pensare molti rappresentanti politici del pensiero democratico anche italiano, oppure c’è anche dell’altro? Cosa può insegnare a noi un fatto che è successo oltre-Oceano?

Come ogni evento epocale non è isolato, ma frutto di un’evoluzione storica, anche questo non fa eccezione.

La notizia del colpo di stato di Pinochet sul quotidiano italiano “Avanti”.

La Costituzione del 1980, abolita con il referendum di un mese fa, viene dopo la stagione repressiva della dittatura militare. È figlia del tentativo di Pinochet di normalizzare il paese. Negli anni 70 infatti il regime mise da parte lo strumento della violenza sistematica per mettere mano all’economia. In particolare si confrontò con le teorie economiche dei Chicago Boys, un gruppo di economisti che auspicavano la liberalizzazione del sistema economico, sotto l’insegna di privatizzazioni diffuse. Tutto ciò tolse vigore agli ultimi sprazzi di opposizione grazie alla veloce crescita economica che ne conseguì.

Dall’esterno il periodo florido del Paese fu interpretato come un “miracolo cileno”, ma i problemi rimanevano intatti, anzi per le classi meno abbienti si aggravavano: la disoccupazione era a livelli molto alti e la distribuzione del reddito rimaneva fortemente squilibrata.

Il castello di carte cominciò a cedere subito all’inizio degli anni ’80 con la rivalutazione del peso, la moneta cilena, e il conseguente freno delle esportazioni. Per la prima volta rialzarono la testa gruppi di protesta, anche violenti, che contribuirono a minare la stabilità della Giunta Militare.  Alla fine del decennio ci fu un’accelerazione degli eventi: nel 1987, sull’onda delle proteste, il governo autorizzò la creazione di partiti politici in vista del Referendum del 1988, che doveva decidere se permettere a Pinochet di continuare il proprio mandato o meno.

La Nazione gli rispose con un secco No e i partiti vincitori chiesero subito una riforma della Costituzione per una “transizione consensuale verso la democrazia”.

Il 14 dicembre del 1989 ebbero luogo le prime elezioni presidenziali libere e democratiche.

Da allora sono passati trent’anni e alla guida della Nazione si sono susseguiti 5 figure politiche e due schieramenti, uno di centro-sinistra, l’altro di centro-destra. Nessuna delle due fazioni però, per necessità o scelta, avviò un nuovo processo costituente. Una peculiarità quindi della rivoluzione culminata un mese fa è stata indiscutibilmente questa: il successo delle richieste popolari è stato possibile grazie ai movimenti piuttosto che ai partiti. Le vecchie organizzazioni di massa, accusate della corruzione dilagante e delle gravi difficoltà economiche degli strati più poveri della popolazione, non sono più in grado di farsi forza delle energie che naturalmente nascono all’interno della società civile. Come quando un’onda di uno tsunami si avvicina, prima si sente un leggero vento, poi il mare si ritira e infine compare l’onda inesorabile all’orizzonte, così è stato in Cile: si cominciarono a vedere i fuochi della rivolta già all’inizio del 2000, prima sporadici, poi sempre più frequenti e infine travolgenti. Col passare dei mesi e degli anni i gruppi sparsi si sono fatti sempre più coesi e organizzati, tanto da formare assemblee organizzate, soprannominate “cabildos abiertos”. Da qui nasce la comune esigenza di un nuovo patto costituzionale e il 15 novembre del 2019 finalmente viene annunciato l’accordo parlamentare per il Referendum popolare: si sarebbe deciso se superare o meno la Costituzione vigente e si sarebbero scelte le modalità per eleggere la nuova Convencion costituente.

Proprio qui però c’è la seconda fondamentale peculiarità di questa vicenda. Questo primo annuncio di accordo non venne accolto dai cabildos con la soddisfazione che ci si aspettava. Infatti la critica principale che i manifestanti muovevano a quell’accordo era di carattere sociale. Ad esempio secondo i rivoltosi la scelta parlamentare di fissare il quorum delle decisioni della futura Convencion a 2/3 avrebbe bloccato sul nascere il dibattito sui temi più conflittuali: la lotta alle disuguaglianze e i diritti sociali. Ecco il tassello mancante che gli esponenti, anche italiani, del pensiero prettamente democratico non hanno colto: la questione sociale.
Come abbiamo visto già nel paragrafo sopra, la Costituzione del 1980 non è soltanto il simbolo dell’oppressione politica attuata da Pinochet, ma anche un vessillo vivente delle politiche liberiste che hanno impoverito gran parte del Popolo cileno. Basti sapere che, secondo dati pubblicati nel 2019 dalla CEPAL, all’1% più benestante fa capo più del 26% del PIL nazionale cileno. Basta pensare all’inadeguatezza del salario minimo, fissato a 320,5 mila pesos, l’equivalente di nemmeno 350 euro, o al fatto che tutti i servizi sono privati e non accessibili ai più (L’art. 19 della Costituzione del 1980 privatizza di fatto tutti i servizi essenziali).
Non è assolutamente un caso che le lotte abbiano unito così tanti attori sociali, dalle rappresentanze studentesche ai sindacati. È in atto una rivolta contro un sistema economico e politico gerarchico e chiuso alle classi meno abbienti.

Questi due fattori, la crescente sfiducia nei confronti dei partiti di massa tradizionali e la rivolta contro un intero paradigma economico ci devono far pensare. Non sono questioni soltanto cilene.

In tutto il mondo le vecchie organizzazioni politiche non svolgono più il ruolo che spetterebbe loro, organizzare le masse, tanto che si creano movimenti autogestiti come i Fridays For Future, il Black Lives Matter e le varie associazioni di pressione su tematiche particolari. In tutto il mondo si pone la questione di come rivedere i meccanismi di partecipazione dei cittadini e i corpi intermedi (partiti, sindacati ecc). Certamente la risposta non è replicare l’esperienza cilena, ma studiarla per la Sinistra diventa fondamentale per il ruolo che i movimenti autogestiti stanno acquisendo in quel contesto.

Non sono soltanto questioni cilene neanche il dilagante prosperare delle diseguaglianze sociali e i continui sintomi di rivolta nei confronti di questo modello economico liberisteggiante.

Per questo il 25 ottobre è epocale: non soltanto perché, come ricordano giustamente alcuni, viene superato definitivamente Picochet, ma anche perché da lì si riaccende una miccia universale per tutti: non si possono calpestare impunemente i diritti sociali senza che il Popolo si ribelli. Rappresenta un invito a tutti coloro che si professano di Sinistra ad occuparsi della cosiddetta questione sociale con il coraggio di proporre modelli economici alternativi.

Che fallisca o meno, questo è un appuntamento con la Storia, un messaggio per noi di Sinistra, il quale ci deve vedere vigili e pronti a reagire con energia, uniti, per la libertà e la giustizia sociale.