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SHE DID IT!

Articolo a cura di Margherita Victoria Tacchetti.

Trentasei anni dopo la prima candidatura di una donna, Geraldine Ferraro, alla vicepresidenza e quattro anni dopo la sconfitta di Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca, Kamala Harris è diventata la prima donna, la prima donna non bianca, nonché la prima donna di origine asiatica, vicepresidente degli Stati Uniti: la seconda carica più potente dello stato. Ecco perchè la sua vittoria è importante per tutte e tutti.

Tutto è iniziato il 12 agosto 2020 quando il candidato del Partito Democratico alle elezioni presidenziali, Joe Biden, ha scelto Kamala Harris come sua candidata alla vicepresidenza. Una scelta definita da molti come prevedibile e rivoluzionaria allo stesso tempo. Prevedibile perché dopo la sua rinuncia alla corsa per la presidenza, Harris è stata sin da subito inserita nella rosa dei candidati per far parte del ticket di Biden, ed era anche la favorita.

Il tweet con cui Biden annuncia la nomina.

Come dicevo, questa scelta è stata considerata anche come rivoluzionaria, principalmente per via delle origini e della carriera passata di Harris. Difatti, Kamala Harris è figlia di due immigrati: sua madre era una ricercatrice sul tumore al seno di origini indiane, mentre suo padre – all’epoca in cui i suoi genitori si conobbero – era uno studente di economia. I suoi genitori erano molto vicini ai movimenti per i diritti civili e per i diritti degli afroamericani che stavano nascendo negli anni ‘60. Partecipavano alle marce e alle manifestazioni non violente e portavano con loro le figlie. Ma, nonostante il suo background di provenienza, molti all’interno dell’ala sinistra del partito democratico americano hanno definito Harris come una “poliziotta”, per via della sua precedente carriera da procuratrice. Harris, infatti, prima di diventare senatrice nel 2017 è stata la prima donna non bianca a diventare procuratrice distrettuale di San Francisco prima, e procuratrice generale della California poi. Ha ricoperto questi importantissimi ruoli in un momento in cui non solo il tasso di reati in tutti gli Stati Uniti era altissimo, ma molto spesso sorgevano disordini molto violenti in California per via delle questioni razziali. Pertanto, anche se nella sua carriera ha preso qualche scelta poco felice, non si possono tacere diverse e importanti prese di posizione e alcune significanti misure da lei adottate.

Nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ‘90 e gli anni 2000 la politica americana stava vivendo un periodo molto particolare, in quanto il partito repubblicano e il partito democratico avevano posizioni affini sulla cosiddetta “guerra alla droga” e sulla “tolleranza zero” nei confronti di chi commetteva alcuni tipi di reati. Tuttavia, Harris fu una delle prime persone a capire che la politica della tolleranza zero non solo era inutile, ma era anche dannosa e creava maggiore insicurezza, oltre a discriminazione ed emarginazione. Era inoltre contraria alla pena di morte e lo fu anche nel caso di omicidio di un poliziotto. Per giunta, non appena diventata procuratrice distrettuale adottò un programma che potesse far fronte al problema della dispersione scolastica, capendo da subito che c’era una correlazione tra l’abbandono scolastico e la commissione di reati. Pertanto, è davvero difficile continuare a pensare che lei sia una “cop” e che non sia abbastanza progressista. Specialmente perché l’America di oggi non è più l’America degli anni ’90. E mentre prima ci si poteva permettere di non esporsi troppo su certi temi, oggi non è più possibile.

Biden ed Harris devono la vittoria a molti giovani, ma soprattutto a molti afroamericani – mobilitati principalmente da Stacey Abrams – che sono andati a votare e hanno votato per loro nella speranza di un cambiamento della loro condizione. Persone che molto probabilmente non accetteranno più posizioni moderate se si dovessero presentare altri episodi di discriminazione razziali. E questo Kamala Harris lo ha dimostrato molto bene quando lei stessa correva per la Casa Bianca. Famoso è infatti il dibattito con Biden, in cui lei lo rimprovera di aver sostenuto una legge durante la presidenza Clinton che era discriminatoria nei confronti dei neri.

Biden e Harris durante uno dei dibattiti per le primarie dei democratici.

Kamala Harris non è solo la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente, ma è anche la prima donna non bianca in quella posizione. E questo fatto è molto importante se consideriamo che l’America di oggi è più divisa che mai sulle questioni razziali. I quattro anni di Trump; l’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto, l’ultimo di una lunga serie; le manifestazioni di protesta che ne sono scaturite; le altre violenze ai danni dei neri che sono continuate in questi mesi; il coronavirus che ha mostrato ancora di più il divario tra bianchi e neri nell’accesso alle cure mediche. Questi sono solo alcuni dei fattori che hanno riaperto una ferita che in realtà non è mai rimarginata, mostrando al mondo che il cosiddetto “free world” continua ad avere problemi razziali ancora oggi nel 2020. Ecco perché la figura di Kamala Harris per il ticket di presentazione alle elezioni e, dal 20 gennaio 2021, come nuova vicepresidente è importante: perché c’è un paese da riunificare non solo da un punto di vista politico, ma anche sociale, economico e razziale.

Il risultato delle elezioni della scorsa settimana, però, non è importante solo per le donne e le ragazze americane. Quella che Harris ricoprirà dal 20 gennaio prossimo è, piaccia o meno, una delle cariche più importanti al mondo, e vedere che per la prima volta nella storia a ricoprirla è una donna (una donna non bianca) è un passo avanti per tutti e tutte. Molti pensano che non sia necessario ricorrere ai simboli in lotte importanti come la parità di genere o l’antirazzismo. Ma non è così. La politica e la storia sono fatte di simboli. I simboli sono forma, e la forma molto spesso è sostanza. Se fino a ieri avevamo visto solo uomini giurare insieme ad altri uomini davanti al Campidoglio, a gennaio per la prima volta vedremo una donna che non sarà lì come second lady. Avere donne che ricoprono ruoli importanti in politica, e non solo, è un presupposto necessario per normalizzare la loro presenza nelle istituzioni e in altri ambiti. Per rendere normale qualcosa che fino a ieri era eccezionale.

Naturalmente, come volevasi dimostrare i commenti sessisti e misogini non si sono fatti attendere. A cominciare da Trump che per tutta la campagna elettorale si è rifiutato di chiamarla con il suo nome e l’ha definita un “mostro”, per finire con un professore della Statale di Milano che l’ha accusata di aver fatto carriera andando a letto con il suo capo (riferendosi alla relazione di fatto intercorsa tra Harris e Willie Brown, un importante politico americano degli anni ’90). Ad un uomo accuse di questo tipo non sono mai state rivolte, ed è molto probabile che gli attacchi sessisti e misogini siano appena cominciati.

Quello di sabato 7 novembre è un fondamentale traguardo nella vita di Kamala Harris che si somma a tutti quelli precedenti, e non è esclusa una sua possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2024. Ma la sua vittoria è anche la vittoria di tutte quelle donne che sono venute prima di lei, di quelle che ci hanno provato, ma non ce l’hanno fatta perché “i tempi non erano ancora maturi”. La vittoria di una lotta iniziata più di un secolo fa con le suffragette, da qui il vestito bianco per il discorso. Come lei stessa ha detto a Forth Worth in Texas durante la campagna elettorale “Yes, sister, sometimes we may be the only one that looks like us walking in that room. But the thing we all know is we never walk in those rooms alone — we are all in that room together”. In quella stanza ci staremo tutti insieme.

In conclusione, si può dire quel che si vuole sulla neovicepresidente eletta degli USA, la si può screditare perché donna, perché non bianca, perché non abbastanza o troppo progressista, perché non abbastanza o tropo di sinistra. Dite quello che volete, ma Kamala Harris ha già fatto la storia: è diventata la prima vicepresidente degli Stati Uniti, e non sarà l’ultima.

Il vero problema sono le due camere, non il numero dei parlamentari

Intervista a Roberto Bin, già ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara.

<<Il problema è il costo: noi paghiamo tantissimo i nostri rappresentanti. E perché? Questa è una domanda molto interessante a cui nessuno dà una risposta. E la risposta è semplice: abbiamo tolto il finanziamento pubblico ai partiti>>.

Salve professor Bin, lei come voterà al prossimo referendum e perché?

<<Voterò NO, perché è uno schifo. Questa riforma risponde ad una filosofia rivoltante, non risolve nessuno dei problemi costituzionali che ci sono in Italia, ma ne genera un bel po’. Se uno deve augurarsi qualcosa, dovrebbe augurarsi che questo referendum non passasse. Non serve letteralmente a niente. Volevano aggiungere un risparmio: è questo che fa schifo. Per un risparmio della politica avrebbero dovuto sopprimere il Senato, e avrei votato SI, come ho votato SI al precedente referendum. Perché quello è un bel problema, è uno dei motivi del cattivo funzionamento del nostro sistema costituzionale. Ma diminuire il numero dei membri delle due camere e lasciare queste ultime in piedi è un problema. Il nostro è l’unico paese del mondo ad avere due camere che esercitano esattamente lo stesso lavoro, e sono composte più o meno nello stesso modo. Dico più o meno perché quel meno crea dei problemi. Ad esempio, la maggioranza al Senato è sempre più traballante rispetto a quella della Camera. Per cui sono quasi uguali, ma con handicap. Diminuire il numero dei membri non risolve questo problema: resta l’unico paese al mondo ad avere due camere più o meno uguali. Per di più l’unico paese al mondo che non ha una forma di partecipazione del sistema delle autonomie alla legislazione. Tutti i paesi che hanno un minimo di complessità interna capiscono che non ci si può reggere avendo leggi fatte a Roma per amministrare le periferie, senza sentire il parere della periferia. Per cui buona parte delle leggi non sono applicabili, perché non sono concepite per essere applicate. E in questa situazione che cosa fanno gli sciocchi? Diminuiscono il numero. E poi c’è il messaggio che sta dietro a questa logica tipicamente pentastellata. Nessuno lo ha notato, ma con il governo Conte I il ministro per i rapporti col Parlamento, che tutti i governi hanno, era diventato “Ministro per i rapporti col Parlamento e per la democrazia diretta”. La democrazia diretta è esattamente il contrario dei rapporti col parlamento, è un ossimoro. La democrazia diretta è alternativa al Parlamento>>.

Il primo argomento a sostegno del SI è il risparmio per la spesa pubblica: ridurre il numero dei parlamentari vorrebbe dire contenere i costi dell’organo legislativo.  I sostenitori del No, al contrario, si chiedono se sia necessario andare a colpire l’organo principale della democrazia per risparmiare. Qual è il suo punto di vista su questo?

<<Parlavano di risparmio, ma in realtà solo il referendum causerà dei costi che frustreranno il risparmio che si otterrebbe in qualche anno>>.

Sul sito del dipartimento per le riforme istituzionali si legge che uno degli effetti di questa legge sarebbe quello di migliorare il processo decisionale del parlamento e rendere in generale il legislativo più efficiente. Le correnti di pensiero sul punto sono due: da un lato chi pensa che ci sarà più efficienza, dall’altro chi dice che ci sarà un rallentamento dei lavori parlamentari. Lei che ne pensa?

<<L’efficienza non è un argomento, nel senso che non è dimostrato che essendo 200 invece di 315 il Senato diventerà più efficiente. E perché questo? Perché ci sarà meno gente. Poi ci sono due idee sbagliate. La prima è che le assemblee legislative siano delle macchine che devono essere efficienti. L’efficienza è propria delle macchine. La seconda è che il problema del procedimento legislativo – e del suo folle rallentamento – sia dovuto al cattivo funzionamento della macchina. La macchina funzionerebbe benissimo, il problema è che non la fanno funzionare. E chi non la fa funzionare sono i politici. L’unica cosa che potrebbe militare a favore della riduzione del numero dei parlamentari è trovare mille persone in grado di intendere e di volere che facciano il parlamentare. Purtroppo, però non è così, e questo grazie anche al Movimento 5 Stelle che ha lanciato l’idea dell’uno vale uno. Questa è la conseguenza. È questa la principale natura dell’inefficienza. Poi, si può discutere dei regolamenti parlamentari, e del fatto che vengono sistematicamente violati. Ma queste brave persone che ci predicano “legalità, legalità, legalità”, poi la legalità non la applicano alle camere. Quindi di che parliamo? La legalità nelle cose importanti non c’è, e non c’è perché violando i regolamenti parlamentari hanno introdotto una serie di prassi che ormai vanno avanti da anni per cui su qualsiasi problema minimamente complesso e delicato politicamente il governo fa un maxi emendamento e pone la fiducia. Il problema è enorme e il governo è giustificato, perché il decreto legge non si può far decadere e il bilancio bisogna approvarlo entro la fine dell’anno.  Queste procedure sono ormai abusive e comportano delle violazioni integrali al senso dei regolamenti e della Costituzione; provocano continui conflitti di attribuzione da parte dei singoli parlamentari, che però non lo sanno fare. Morale: c’è un forte contenzioso, diventato ormai contenzioso legale, e hanno portato al completo stravolgimento del procedimento legislativo. Le camere ormai non esistono più. Ma non perché sono numerose. Il problema è che se non si applicano i regolamenti parlamentari, e ogni volta che viene presentata una proposta di legge vengono presentati cinquemila emendamenti. C’è un sostanziale boicottaggio all’interno della maggioranza, pertanto a questo punto è chiaro che si costringe il governo ad abusare delle forme. Ma in tutto questo la riforma del taglio non c’entra nulla. Quella del numero è di per sé una cosa non significativa. Non è vero che è il parlamento più numeroso del mondo. Il problema è il costo: noi paghiamo tantissimo i nostri rappresentanti. E perché? Questa è una domanda molto interessante a cui nessuno dà una risposta. E la risposta è semplice: abbiamo tolto il finanziamento pubblico ai partiti. Per cui i partiti si attaccano ai propri deputati e succhiano loro una parte del loro stipendio per mantenersi in vita. Ma questo è una conseguenza del terzo record mondiale che hanno gli italiani: essere l’unico paese in Unione Europea che non finanzia con i soldi pubblici i partiti. Gli stati devono finanziare i partiti, perché i partiti fanno la politica. È talmente enorme la lacuna culturale che sta dietro queste cose, che non può che generare schifo. Semplicemente schifo. Sulla politica bisogna investire>>.

Se dovesse passare il SI avremmo 600 parlamentari in totale, tra deputati e senatori, e avremmo uno dei parlamenti meno numerosi d’Europa. Non crede che ci sia il rischio che diminuisca la rappresentatività dei territori, specialmente quelli meno popolosi?

<<Certo che c’è questo pericolo. È un problema che non può essere trascurato. Noi non siamo né la Francia né la Germania, che sono paesi molto più compatti socialmente. La nostra penisola è divisa: tra Bolzano, Trieste e la Sicilia non c’è esattamente comunità di intenti, di cultura e di interessi. Il bello del nostro paese è anche questo. Però, questo implica anche una certa complessità della rappresentanza. In teoria. Perché in pratica il problema della rappresentanza è che abbiamo una classe che si candida e degli elettori così scassati che non selezionano, per cui abbiamo degli ebeti in Parlamento. È una tragedia questa. E questa è una mancanza dei partiti: la formazione delle candidature è propria dei partiti, ed è un problema. Il sistema elettorale è delicato da questo punto di vista e ci hanno giocato e rigiocato, non rendendosi conto che hanno perso – a mio avviso – quello che è fondamentale nella politica: le idee. Ormai i partiti non si distinguono più su questo. Esistono solo i personaggi. Non c’è una comunicazione politica forte, e di conseguenza tutto si riduce a nomi. Ormai è solo questione di nomi, e non di grandi progetti>>.

Ha senso giustificare il SÌ paragonando il nostro parlamento (a livello numerico) a quello delle altre democrazie europee, considerando che ogni stato e ogni ordinamento hanno una storia democratica diversa?

<<La risposta è ovviamente no, ma tra l’altro il paragone è fatto su entità totalmente diverse. Noi abbiamo due camere quasi uguali, mentre francesi, tedeschi, austriaci no. Ma gli esempi possono anche continuare. Dunque, se guardiamo alla cosiddetta camera bassa, quella inglese è più grande della nostra, quella tedesca anche e probabilmente aumenterà, quella francese è più o meno come la nostra, quella spagnola un po’ meno. La differenza la fa la seconda camera. In Francia nella seconda camera, ad elezione indiretta, ci sono tendenzialmente i sindaci. In uno stato accentrato va bene. In Germania la seconda camera non esiste. È  un po’ quello che sarebbe uscito nella riforma Renzi. In Germania non è mai praticamente esistita la seconda camera. Come il Consiglio Europeo. Nessuno dice mai che il Consiglio Europeo non è una camera. È un sistema uguale a quello della Germania. Di conseguenza, fare il paragone tra noi e gli altri parlamenti è una stupidaggine. Su quale base? Che poi non è vero che il nostro è il parlamento più numeroso. Vogliamo parlare della seconda camera? Noi avremo un senato di 200 senatori, mentre negli Stati Uniti ce ne sono cento, come la mettiamo? Attenti a fare i confronti, perché sono cose completamente diverse. Comparare un sistema con l’altro è tremendamente difficile perché devi conoscere tutto di quel sistema, non stiamo mica parlando di figurine>>.

Alcuni costituzionalisti hanno espresso la loro preoccupazione che questa riforma farà diventare il nostro sistema più verticistico, perché va a concentrare il potere nelle mani di pochi e specialmente dei vertici dei partiti. Altri invece sostengono che questa legge, proprio perché diminuisce il numero dei parlamentari, potrebbe responsabilizzare i partiti nella scelta dei candidati. Quale dovrà essere il corretto ruolo dei partiti se dovesse essere approvata la riduzione dei parlamentari?

<<Che il numero di parlamentari possa provocare un risanamento dei partiti è stupido pensarlo. Non ha senso. Non c’è un rapporto di nessun tipo. Il problema dei partiti è un problema enorme, serio e dirimente. Questo è il vero problema di questo paese. A cominciare dal finanziamento pubblico ai partiti, che è l’arma principale per imporre cose ai partiti. La riforma che ha fatto Letta ha tolto il finanziamento pubblico per metterci questo sistema legato all’Irpef e ad alcune condizioni di democrazia interna che neanche sono verificate. Questo è il vero problema. L’arma del finanziamento pubblico potrebbe essere giocata per imporre ai partiti una trasparenza nei procedimenti decisionali. È inutile dire “tutto ormai è in mano ai partiti”. Certo, tutto è in mano ai partiti da una settantina di anni. E allora? Che facciamo? Diciamo “uno vale uno” o cerchiamo di avere delle garanzie di come si muovono le mani dei partiti. Io sarei per la seconda. Ma questo implica molte cose, non soltanto vedere quali sono i finanziamenti. Implica, ad esempio, che gli statuti vengano rispettati. Le primarie, per fare un esempio, ci sono nello statuto del PD? È un obbligo giuridico o non lo è? Questa non è una cosa da poco. Negli USA, che non sono proprio un esempio di democrazia, ci sono le leggi elettorali statali a disciplinare le primarie. Tendenzialmente recependo gli statuti dei partiti. Lo stato di New York fa un rinvio nobile allo statuto dei partiti, stabilendo quella come regola delle primarie nella selezione dei canditati. Questo che vuol dire? Che se gli statuti vengono violati, chi vi ha interesse va dal giudice, e diventa diritto vero. Da noi invece gli statuti sono diritto farsa, e questo cambia tutto il panorama. Legalità. Portare legalità nei partiti significa ad esempio dire dove vanno le risorse. Capire dove vanno i finanziamenti è un problema serio. Il sistema dell’Irpef ha fatto sì che tutti i soldi vanno alle segreterie nazionali dei partiti, e queste non hanno alcun obbligo di riversarli nelle periferie. E la conseguenza è la chiusura delle sezioni dei partiti nelle periferie. Questo sistema spinge e incentiva i partiti a spostarsi dalle periferie urbane alle televisioni nazionali. E questo non accade a caso>>.

Nell’accordo da cui è nato questo governo c’era la condizione per cui il PD avrebbe votato SI al taglio, solo se ci fosse stato prima l’accordo su una legge elettorale idonea al nuovo assetto parlamentare. La proposta di legge elettorale depositata in parlamento, il c.d. Germanicum, prevede un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Che cosa ne pensa di questa proposta?

<<Quello che era l’accordo originario si rivede in alcune prese di posizione dei fautori del SI, i quali sostengono che questo sia il primo passo di una serie di riforme. Questo non è il primo passo. Il primo passo poteva essere capire quale fosse la legge elettorale adatta, la quale dovrà necessariamente essere rifatta. La riforma entrerà in vigore con le prossime elezioni, ma per le prossime elezioni sarà necessaria una nuova legge elettorale perché con quella attuale non ci sono i numeri. E poiché sono incapaci, come sempre cercheranno di fare una riforma che danneggia gli altri. Salvini ad esempio vorrà il proporzionale. Il che significa condannare l’Italia ad avere una nuova stagione di governi frutto di coalizioni post-elettorali. Ma questo è un dibattito che risale al 1901, ed è così perché i sistemi elettorali non sono né buoni né cattivi, ma sono macchine. Che però non hanno una previsione dei risultati così precisa. Per cui che cosa succederà alle prossime elezioni con un quadro politico instabile come quello italiano, in cui il consenso ai partiti muta continuamente, nessuno lo può sapere. Creare un sistema elettorale pensando a quello che sarà è difficile. Ma a prescindere da ciò che verrà fuori, resterà all’oscuro quello che è il sistema di scelta dei candidati. Più che il sistema elettorale bisognerebbe pensare alla disciplina dei partiti>>.

Come varia l’impatto che può avere il SI a seconda degli eventuali sistemi elettorali?

<<Francamente non lo so. Si diminuisce il numero dei seggi, si aumenta il numero di elettori per votare un candidato, è difficile capire se il proporzionale può governare meglio un processo del genere. In fondo il numero non cambia le cose. Certo è che se tu applichi un maggioritario forte in questo paese nelle prossime elezioni, il risultato sarà la sparizione di tutti i piccoli partiti, che sarebbe molto benefico. Molti tecnici dicono che il sistema ideale è quello alla francese con il maggioritario a doppio turno. Ma in realtà questo sistema in Italia non darebbe risultati fantastici, perché uno viene eletto nella lista San Petronio a Bologna che riunisce tutta la sinistra e il mondo cattolico progressista – se esiste -, ma a Ferrara vincerebbe il Castello dove dentro c’è una frangia eretica della Lega e un pezzo di Forza Italia. E come stanno in Parlamento questi due eletti? Moltiplichiamo questo per 400 e ci si rende conto che non ci sono due eletti che corrispondano esattamente allo stresso raggruppamento politico. Per cui quando saranno in Parlamento sarà ovvio che ci sarà un dissenso sulla linea del partito maggioritario. Non è un paese facile il nostro, non c’è molta coesione. Non è facile applicare il maggioritario a doppio turno in Italia dove molti sono trasformisti e dove non c’è una cultura politica. Vanno rifondati i partiti, senza i quali la democrazia non funziona>>.

In caso di vittoria del Sì, il rapporto tra esecutivo e parlamento cambierebbe?

<<Giusto per intenderci: il Senato avrebbe 200 membri, di fronte ad un governo che ne ha almeno 110. Se si menano non si sa chi vince. E questa sarebbe poi la conseguenza del fatto che nelle camere aumenta l’efficienza. L’efficienza delle camere è minata dal fatto che non c’è più un accordo politico. Le grandi leggi approvate negli ultimi anni sono state frutto di un accordo politico faticoso e difficile che ha tagliato da tutte le parti e che è durato degli anni, ma non perché i deputati fossero tanti. Se oggi si discutesse di ius sanguinis i partiti stessi al loro interno si spaccherebbero in due, ma il parlamento si spaccherebbe in diciotto. Ma non c’entra niente il numero. Inoltre, ci sarebbe qualcosa da tenere in conto inerente alla teoria della rappresentanza. In un paese diviso e pluralista hai il problema di rincorrere i gruppi di interesse territoriali, culturali, religiosi e così via, ma questo significa che si portano in parlamento voci dissonanti. Per cui strutturalmente c’è più difficoltà a trovare l’accordo. Se impedisci a più voci di entrare in parlamento e più facile trovare l’accordo, ma è mostruoso questo. Per cui non è tanto illogico dire “si toglie rappresentatività”, ma non è neanche detto che sia del tutto sbagliato togliere rappresentatività, perché ci sono sacche di interessi che non sono così pregevoli. Ma questo è un giudizio politico, non un pezzo di Costituzione. Non è che in parlamento possono essere rappresentati, ad esempio, i culturisti o i tatuati, non credo sia proprio questo il senso della democrazia. Però quando tu cominci a non rappresentare una regione, forse in quel caso qualche vizio ce l’hai>>.

Il 20 e il 21 settembre si voterà anche per le elezioni, sia regionali, sia amministrative. L’accorpamento delle scadenze elettorali è stato oggetto di alcuni ricorsi per conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale, ricorsi che però non sono stati accolti dalla Consulta. Come vede questo accorpamento?

<<Se non le avessero fatte insieme probabilmente molta meno gente sarebbe andata a votare, e probabilmente la gran parte della gente che non sarebbe andata a votare avrebbe votato SI. Ma l’infausto insuccesso della riforma di Renzi ci spiega che non sempre funziona così>>.

La redazione di Kopernik precisa che nelle prossime settimane il giornale sarà aperto a contributi tematici di approfondimento sul tema del referendum costituzionale. Lo spazio di dibattito e riflessione è aperto ad articoli che analizzino entrambe le posizioni del referendum, nel solco di una dialettica sana, volta all’informazione e alla riflessione. Chiunque voglia contribuire al dibattito, può contattare la redazione del giornale per inviare il proprio contributo. Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare la riflessione e l’approfondimento di una questione di estrema delicatezza e complessità come la riduzione del numero dei parlamentari.

“L’ambizione è quella di essere rappresentati al meglio, non meno”

Intervista a Paco d’Onofrio, docente di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università di Bologna.

<< Sulla Costituzione, su uno dei suoi pilastri, si sta consumando una contesa politica che non avrebbe dovuto contaminare il referendum costituzionale, perché procedere alla revisione della Carta dovrebbe essere un momento anche di riflessione costruttiva, sinergica e non competitiva>>.

Salve Professore, perché voterà NO al prossimo referendum costituzionale?

<<In uno Stato a forma di governo parlamentare l’ambizione è quella di essere rappresentati meglio, non meno. Una riduzione lineare, senza aver dotato il sistema di meccanismi compensativi (legge elettorale, preventiva modifica dei regolamenti parlamentari), snatura il senso del procedimento di revisione costituzionale, azionabile per migliorare l’efficienza e non certo per le demagogiche finalità punitive con le quali viene, invece, presentato>>.

Il primo argomento a sostegno del SI è il risparmio per la spesa pubblica: ridurre il numero dei parlamentari vorrebbe dire contenere i costi dell’organo legislativo.  I sostenitori del No, al contrario, si chiedono se sia necessario andare a colpire l’organo principale della democrazia per risparmiare. Qual è il suo punto di vista su questo?

<<Iniziando con una provocazione, mi verrebbe da evidenziare che invece di ridurre un terzo il numero dei parlamentari, si sarebbe potuto ridurre allora un terzo del loro stipendio, ottenendo un analogo risultato economico, senza rischi per la democrazia rappresentativa, né per il bilancio famigliare dei parlamentari. Tecnicamente, inoltre, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, il taglio di 445 parlamentari determinerebbe un risparmio di circa 57 milioni l’anno, pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana. Tradotto in termini pratici ogni cittadino risparmierebbe la ragguardevole somma di ben 0,95 centesimi all’anno, vedendo così definitivamente risolto l’annoso problema del deficit statale. Ad averci pensato prima!>>.

Sul sito del dipartimento per le riforme istituzionali si legge che uno degli effetti di questa legge sarebbe quello di migliorare il processo decisionale del parlamento e rendere in generale il legislativo più efficiente. Le correnti di pensiero sul punto sono due: da un lato chi pensa che ci sarà più efficienza, dall’altro chi dice che ci sarà un rallentamento dei lavori parlamentari. Lei che ne pensa?

<<L’efficienza è un canone organizzativo costantemente perfettibile e, dunque, una riforma che si orienti in tal senso è da accogliere sempre con soddisfazione. Nel caso di specie, credo che la riforma, tuttavia, muova dalla confusione tra la qualità (legittimamente contestata) della classe politica parlamentare ritenuta poco efficiente, e l’essenzialità della più ampia rappresentanza democratica, anche numericamente intesa. L’efficienza è garantita dalla professionalità istituzionale dei parlamentari che eleggiamo e non dal loro numero. Partendo dal presupposto di voler smantellare la “casta”, si confida ingenuamente nell’illusione che 600 parlamentari, magicamente divenuti capaci, garantirebbero maggior efficienza funzionale di 945 pigri colleghi. Se in un reparto ospedaliero i cinque medici che lo gestiscono svolgono male il proprio lavoro, si sostituiscono i primi individuandone altri in base a criteri più selettivi, non certo pretendendo di risolvere il problema semplicemente riducendo l’organico, finendo paradossalmente per ulteriormente indebolire la risposta istituzionale. Inoltre, c’è stato uno studio, un’analisi critica, che abbia consentito di individuare quel numero? Sulla base di quale criterio si è deciso che dovessero residuare 600 parlamentari e non 650 o 500 o 300? A me questa riforma ricorda tanto quelle ricette che recano l’abbreviazione “q.b.”, cioè quanto basta, un po’ ad occhio!>>.

Se dovesse passare il SI avremmo 600 parlamentari in totale, tra deputati e senatori, e avremmo uno dei parlamenti meno numerosi d’Europa. Non crede che ci sia il rischio che diminuisca la rappresentatività dei territori, specialmente quelli meno popolosi?

<<Non è un rischio, v’è la certezza numerica e tabellare. Una riduzione del genere determinerà una maggior difficoltà di dialogo tra i parlamentari ed i territori (circoscrizioni) che li hanno espressi, cioè avranno un aumento del carico rappresentativo. Quale cittadino sarebbe contento di sapere che al proprio medico di base il Sistema Sanitario Nazionale ha attribuito un terzo in più di assistiti, con evidente riduzione del tempo che quello stesso medico potrà dedicare a ciascun singolo paziente? Regioni come l’Umbria e la Basilicata avrebbero solo 3 senatori, cioè un intero territorio regionale che in uno dei due rami del parlamento avrebbe solo tre persone ad intercettare le esigenze di quella popolazione, cercando di tradurle in atti ed iniziative concrete. Ci si lamenta così fondatamente della distanza della politica dalla realtà e si attua una riforma che legittima a livello costituzionale proprio questa crisi di dialogo democratico, creando uno straordinario alibi per politici poco inclini al confronto con i propri elettori?>>.

Ha senso giustificare il SI paragonando il nostro parlamento (a livello numerico) a quello delle altre democrazie europee, considerando che ogni stato e ogni ordinamento hanno una storia democratica diversa?

<<La storia costituzionale insegna che ogni ordinamento ha specificità culturali e sociali che lo rendono unico e dunque le analogie sono sempre destinate a presentare criticità maggiori dei vantaggi auspicati. Nel nostro ordinamento il numero dei parlamentari è aumentato perché è aumentata la popolazione civile da rappresentare, a tal punto che una riforma costituzionale nel 1963 definì l’attuale composizione organica delle due Camere, proprio in ragione del progressivo incremento demografico. Se passasse la riforma, scivoleremmo all’ultimo posto tra i 28 paesi dell’Unione Europea per percentuale di rappresentatività. Non un proprio un primato da vantare, a mio avviso>>.

Alcuni costituzionalisti hanno espresso la loro preoccupazione che questa riforma farà diventare il nostro sistema più verticistico, perché va a concentrare il potere nelle mani di pochi e specialmente dei vertici dei partiti. Altri invece sostengono che questa legge, proprio perché diminuisce il numero dei parlamentari, potrebbe responsabilizzare i partiti nella scelta dei candidati. Quale dovrà essere il corretto ruolo dei partiti se dovesse essere approvata la riduzione dei parlamentari?

<<Io non sono contro la riduzione del numero dei parlamentari in assoluto, benché ritenga che la questione non ruoti intorno al numero degli eletti, ma alla loro capacità di svolgere efficacemente il proprio ruolo istituzionale. Ritengo solo che non sia opportuno procedere senza aver prima dotato il sistema di una legge elettorale adeguata all’eventuale nuovo assetto delle Camere. In altre parole, quei partiti che non sono ad oggi in grado di trovare un’intesa sulla legge elettorale – esponendosi al rischio di una modifica costituzionale al buio – sono però gli stessi che, recuperando insperabilmente un senso istituzionale che sembrava perduto, dovrebbero garantire poi liste elettorali annoveranti nomi autorevoli ed affidabili? Mi si consenta di rinvenire un’evidente strumentalizzazione politica e mediatica nella vicenda e di nutrire, conseguentemente, un significativo scetticismo al riguardo>>.

Nell’accordo da cui è nato questo governo c’era la condizione per cui il PD avrebbe votato SI al taglio, solo se ci fosse stato prima l’accordo su una legge elettorale idonea al nuovo assetto parlamentare. La proposta di legge elettorale depositata in parlamento, il c.d. Germanicum, prevede un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Che cosa ne pensa di questa proposta?

<<È una proposta ragionevole, migliorabile ma certamente condivisibile, anche se va considerato che per il Senato c’è anche lo sbarramento ulteriore di tipo naturale, poiché l’elezione è su base regionale. Tuttavia, la questione è che se passasse la riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari, che garanzia avremmo di ottenere dal parlamento una legge elettorale frutto di un ampio e costruttivo dialogo tra le varie forze politiche? Torno a quanto già detto: la mia critica non è tanto nel merito, quanto nel metodo, perché in una prospettiva di reale riforma costituzionale (lontana dalla propaganda elettorale e dagli interessi di coalizione), si ragiona più ampiamente e con completezza, non per tentativi e successivi (e solo eventuali) interventi compensativi>>.

Come varia l’impatto che può avere il SI a seconda degli eventuali sistemi elettorali?

<<In caso di riduzione del numero dei parlamentari, l’unica scelta possibile sarà un sistema elettorale proporzionale, per recuperare parte di quella rappresentatività dei territori, amputata dall’eventuale esito favorevole del referendum>>.

In caso di vittoria del Sì, il rapporto tra esecutivo e parlamento cambierebbe?

<<Il processo di deparlamentarizzazione del sistema sarebbe ulteriormente accelerato, temo. Vedo anche un’alterazione nell’equilibrato sistema per l’elezione del Presidente della Repubblica>>.

Il 20 e il 21 settembre si voterà anche per le elezioni, sia regionali, sia amministrative. L’accorpamento delle scadenze elettorali è stato oggetto di alcuni ricorsi per conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale, ricorsi che però non sono stati accolti dalla Consulta. Come vede questo accorpamento?

<<Sussistono ragioni di legittimità su cui la Corte si è espressa, ma ne rilevano altre di opportunità – a mio avviso non meno rilevanti – poiché questo referendum costituzionale si è trasformato in una competizione elettorale, ben lontano da quel genuino spirito di democrazia diretta, considerato dai costituenti. Sulla Costituzione, su uno dei suoi pilastri, si sta consumando una contesa politica che non avrebbe dovuto contaminare il referendum costituzionale, perché procedere alla revisione della Carta dovrebbe essere un momento anche di riflessione costruttiva, sinergica e non competitiva. A mio avviso si sta ripetendo l’errore del 2016, ma evidentemente questa è la conseguenza di una politica che procede più per slogan che per contenuti>>.

La redazione di Kopernik precisa che nelle prossime settimane il giornale sarà aperto a contributi tematici di approfondimento sul tema del referendum costituzionale. Lo spazio di dibattito e riflessione è aperto ad articoli che analizzino entrambe le posizioni del referendum, nel solco di una dialettica sana, volta all’informazione e alla riflessione. Chiunque voglia contribuire al dibattito, può contattare la redazione del giornale per inviare il proprio contributo. Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare la riflessione e l’approfondimento di una questione di estrema delicatezza e complessità come la riduzione del numero dei parlamentari.

“La riduzione prelude ad una rinnovata centralità al Parlamento”

Intervista ad Andrea Morrone, docente ordinario di diritto costituzionale all’Università di Bologna.

<<È chiaro che una struttura più snella potrà in qualche modo spingere i partiti ad una maggiore assunzione di responsabilità. Ma se così non sarà, si cristallizzerà quel potere dei partiti senza costringerli in qualche modo a democratizzarsi ancora un po’ di più>>.

Salve Professor Morrone, lei che come voterà al prossimo referendum e perché?

<<Voterò SI alla riduzione del numero dei parlamentari per diverse ragioni. La prima ragione è di ordine metodologico, perché questa volta a differenza del passato siamo di fronte ad una legge costituzionale puntuale che modifica soltanto tre articoli della Costituzione, ma lo fa in maniera molto circoscritta: riducendo il numero dei parlamentari da 945 a 600 (400 alla Camera e 200 al senato). Mentre in passato, soprattutto nel 2006 e nel 2016, le riforme costituzionali erano molto ampie e questo fatto aveva suscitato polemiche. A me personalmente non aveva turbato la proposta del 2016, però questa volta ho notato delle contraddizioni: coloro che dicevano NO nel 2016 perché si trattava di una riforma molto ampia, ora di fronte ad una riforma più puntuale dicono NO perché mancherebbero delle cose per renderla completa e quindi utile. C’è una evidente contraddizione. Ma oltre a questa questione di metodo, il motivo principale per cui voterò SI è perché sostengo che ridurre il numero dei parlamentari – oltre ad essere coerente con le proposte di riforma che si sono succedute dalla metà degli anni ’80 in poi, tutte concordi nella riduzione – preluda ad una rinnovata centralità del parlamento. Difatti, un minor numero di parlamentari potrà valorizzare la selezione della classe politica da parte dei partiti che dovranno cercare candidati competenti; spingerà gli eletti ad una maggiore assunzione di responsabilità, perché essendo un numero ridotto dovranno concretamente e seriamente farsi carico delle attività parlamentari che devono svolgere. E infine un Parlamento con numeri più contenuti potrà svolgere una funzione di indirizzo e controllo nei confronti del governo maggiore di quanto non faccia oggi>>.

Il primo argomento a sostegno del SI è il risparmio per la spesa pubblica: ridurre il numero dei parlamentari vorrebbe dire contenere i costi dell’organo legislativo.  I sostenitori del No, al contrario, si chiedono se sia necessario andare a colpire l’organo principale della democrazia per risparmiare. Qual è il suo punto di vista su questo?

<<Non credo che l’argomento del risparmio di spesa sia decisivo, anche se non è irrilevante. Non ho mai pensato che chi ha responsabilità politiche debba svolgere attività gratuitamente, soprattutto se queste sono nell’interesse del Paese. La politica ha un costo ed è giusto che questo ricada sulle spalle dei cittadini. Però, non credo che oggi sia questo l’argomento cruciale. In ogni caso il mio SI si giustifica per la una maggiore centralità che potrà avere il parlamento, non per il risparmio di spesa>>.

Sul sito del Dipartimento per le Riforme Istituzionali si legge che uno degli effetti di questa legge sarebbe quello di migliorare il processo decisionale del parlamento e rendere in generale il legislativo più efficiente. Le correnti di pensiero sul punto sono due: da un lato chi pensa che ci sarà più efficienza, dall’altro chi dice che ci sarà un rallentamento dei lavori parlamentari. Lei che ne pensa?

<<La dinamica dei lavori parlamentari dipende dalla organizzazione degli stessi. Quindi dall’esistenza di regolamenti parlamentari che siano in grado di disciplinare e consentire uno svolgimento dinamico e soprattutto efficace ed efficiente del procedimento legislativo, ma in genere di tutti i procedimenti parlamentari. Non è il numero in sé dei parlamentari che garantisce l’efficienza. Tuttavia, avere un numero più contenuto può permettere una maggiore responsabilità e una valorizzazione delle competenze. Dal punto di vista delle procedure è chiaro che dopo la riduzione del numero, questo processo di revisione avrà ragionevoli motivi di essere avviato e sarà necessario mettere mano alla riforma dei regolamenti parlamentari. È una riforma che da tempo è in discussione, ma non si è mai realizzata perché fino ad oggi non vi era un motivo scatenante. Ora, la riduzione del numero dei parlamentari imporrà la riforma dei regolamenti parlamentari. Si potrà ad esempio riorganizzare le commissioni parlamentari permanenti – che non sono previste dalla Costituzione – pertanto non è necessario che siano 14 come oggi, ma se ne potrebbero fare otto o dieci. Proprio per garantire quella maggiore efficienza e speditezza dei procedimenti coerente con il numero ridotto. Sicuramente si potranno riorganizzare le procedure di indirizzo, di controllo e la procedura legislativa in base al numero ridotto. È lì che, nel momento in cui modificheranno i regolamenti, si porrà il tema di come far funzionare al meglio un parlamento con un numero ridotto di componenti>>.

Se dovesse passare il SI avremmo 600 parlamentari in totale, tra deputati e senatori, e avremmo uno dei parlamenti meno numerosi d’Europa. Non crede che ci sia il rischio che diminuisca la rappresentatività dei territori, specialmente quelli meno popolosi?

<<Sono due questioni. Anzitutto non è vero che con 600 parlamentari avremmo un parlamento meno numeroso in Europa. Lei forse allude ad una tabella diffusa dal giornale “la Repubblica” in cui si confrontavano i vari paesi europei e l’Italia veniva paragonata a Malta e Lussemburgo e poi da ultimo a Francia, Spagna e Germania, che sono i paesi con cui noi dovremmo misurarci davvero. Mediamente nei paesi con un alto numero di abitanti i parlamentari che hanno una funzione di indirizzo politico e poteri legislativi oscillano tra i 400 e i 700. Quindi l’Italia con 600 si collocherebbe a livello alto di questa comparazione. L’altro punto è quello della rappresentatività. Però, non c’entra nulla la rappresentatività, e anche questo è un modo strumentale di porre il problema. L’articolo 67 della Costituzione dice che il parlamentare rappresenta la nazione. Quindi un conto è la circoscrizione in cui il parlamentare viene eletto; un conto è la funzione di rappresentanza che deve essere generale da parte di qualunque parlamentare. Naturalmente è chiaro che passare da 945 a 600 significa ridurre la proporzione tra il singolo parlamentare e i cittadini. Tuttavia, questo non ha nulla a che vedere con la rappresentanza politica. Quest’ultima dipende dalla legge elettorale. E infatti chi vuole contestare questa riforma o sostenerla pone in collegamento la riforma alla nuova legge elettorale. A mio avviso, però, tra l’una e l’altra non c’è nessuna relazione: non è il numero dei parlamentari che impone una certa formula elettorale. Dopo la riduzione il Parlamento potrà approvare sia una legge proporzionale con soglia di sbarramento più o meno elevata, come quella che è stata calendarizzata, sia una legge maggioritaria. Non lo impedisce il numero dei parlamentari. È una questione di come voler rappresentare la volontà politica dei cittadini con 600 parlamentari anziché 945>>.

Ha senso giustificare il SI paragonando il nostro parlamento (a livello numerico) a quello delle altre democrazie europee, considerando che ogni stato e ogni ordinamento hanno una storia democratica diversa?

<<Quando i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento volevano tre cose. La prima era abolire il divieto del mandato imperativo che significa sostanzialmente ridurre la libertà politica del parlamentare, perché questo deve essere controllato dal partito. La seconda era l’introduzione del referendum popolare propositivo, e quindi una sorta di legislazione popolare concorrente o alternativa a quella del parlamento. Queste due proposte, che poi sono state abbandonate, sono veramente eversive del parlamentarismo e del costituzionalismo, perché abolire il divieto di mandato imperativo significa in sostanza negare valore a oltre 300 anni di storia costituzionale occidentale. È rimasta soltanto la terza proposta poi votata nella quarta e decisiva votazione da tutti i partiti presenti in parlamento e, cioè, la riduzione dei parlamentari. Però, quel confronto e quell’attenzione alle radici nazionali che lei faceva è importante, andiamo quindi a vedere la nostra storia. Anzitutto il referendum non ha ad oggetto la Costituzione, ma ha ad oggetto una legge di modifica che nel 1963 cambiò la scelta che la Costituente aveva fatto nella Carta originaria. Inizialmente la carta costituzionale non aveva previsto un numero fisso di deputati e senatori, ma aveva stabilito un rapporto variabile tra il numero dei parlamentari e la popolazione (in ragione di un deputato ogni 80.000 abitanti e di un senatore ogni 200.000). Nel ’63 si aumentò il numero fissandolo a 945 perché era cambiata la politica nazionale. Siamo negli anni in cui finisce il centrismo degasperiano e nasce il centro-sinistra, con l’ingresso dei socialisti al governo guidato dalla Democrazia cristiana. Allora, di fronte a questo nuovo equilibrio tra i partiti, si decise di stabilizzare il numero dei parlamentari introducendo una misura fissa che garantiva tutti: maggioranza e opposizione. Il referendum riguarda questa revisione costituzionale, ma non la Costituzione. Il secondo dato storico è che l’Assemblea Costituente non aveva voluto cristallizzare non solo il numero dei parlamentari, ma soprattutto la struttura del Parlamento. Il costituente aveva stabilito che le due camere dovevano essere sostanzialmente identiche, ma lo aveva fatto per ragioni politiche contingenti, di garanzia e di equilibrio tra i partiti di area democratica (la Dc e i partiti laici) e i partiti di opposizione nei cui confronti dal 31 maggio 1947 era stata stabilita una conventio ad excludendum (un accordo tacito, cioè, accettato anche dagli esclusi, che impediva ad alcuni partiti dal partecipare a qualsiasi governo del Paese finché il mondo fosse rimasto diviso in due blocchi contrapposti: cosa che riguardava soprattutto il blocco socialista e comunista, ma che toccava anche i neofascisti del Movimento sociale). Due camere uguali erano quindi un interesse di tutti, perché solo in questo modo si consentiva a queste forze politiche di poter coesistere, senza che una potesse prevalere su tutte le altre. Però, i costituenti sapevano che qualora lo scenario internazionale della cortina di ferro fosse cambiato, la forma costituzionale del Parlamento avrebbe potuto conoscere delle revisioni, in una direzione più adeguata al nuovo contesto, più simile a quei Paesi che non avevano conosciuto quelle profonde divisioni politiche che hanno contraddistinto la storia della Repubblica dal 1946 al 1994. Dunque, per stare alla storia italiana, se teniamo conto di questi dati possiamo ritenere che la riduzione sia coerente con questo svolgimento. Tra l’altro, come sappiamo, la riduzione dei parlamentari è nell’agenda delle riforme dal 1980 e nelle proposte di tutte le commissioni o i comitati che sono stati istituti proprio per aggiornare la nostra Costituzione>>.

Alcuni costituzionalisti hanno espresso la loro preoccupazione che questa riforma farà diventare il nostro sistema più verticistico, perché andrebbe a concentrare il potere nelle mani di pochi e specialmente dei vertici dei partiti. Altri invece sostengono che questa legge, proprio perché diminuisce il numero dei parlamentari, potrebbe responsabilizzare i partiti nella scelta dei candidati. Quale dovrà essere il corretto ruolo dei partiti se dovesse essere approvata la riduzione dei parlamentari?

<<Se le cose restano così come stanno, la realtà della partitocrazia che in Parlamento significa “gruppocrazia” verrà a consolidarsi ulteriormente. Nessuno di noi ha la bacchetta magica, e non è che automaticamente riducendo il numero dei parlamentari i partiti diventeranno tutti più democratici. Non è così. Tutte le forze politiche dovranno adattarsi alla novità, è inevitabile. Oggi i partiti hanno la possibilità di candidare 945 persone, pertanto se il numero dei candidati è 600 è necessaria una selezione. E qual è il criterio da adottare? Dovranno per forza di cose spendere dei nomi credibile davanti all’elettorato, perché alla fine è questo che conta. E ciò è possibile farlo meglio con 945 o con 600 seggi? Questo è il punto. Dunque, non è che la riforma responsabilizzerà i partiti. Fin quando ci saranno dei gruppi politici organizzati la politica sarà gestita dai vertici di questi gruppi, in maniera più o meno democratica, ma è logico e fattuale che sarà il gruppo dirigente a decidere. Sono le minoranze che fanno la storia, che governano dentro un partito e dentro le istituzioni politiche. È chiaro che una struttura più snella potrà in qualche modo spingere questi partiti ad una maggiore assunzione di responsabilità. Ma se così non fosse, se la riduzione dovesse essere respinta, si cristallizzerà ancora la sovranità dei partiti, impedendo così la possibilità che si possa costringerli a democratizzarsi un po’ di più>>.

Nell’accordo da cui è nato questo governo c’era la condizione per cui il PD avrebbe votato SI al taglio, solo se ci fosse stato prima l’accordo su una legge elettorale idonea al nuovo assetto parlamentare. La proposta di legge elettorale depositata in parlamento, il c.d. Germanicum, prevede un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Che cosa ne pensa di questa proposta?

<<Anzitutto ribadisco che la legge elettorale non ha nulla a che vedere con la riduzione essendo quella che i politologi direbbero una variabile indipendente; si tratta, piuttosto, del contenuto di un accordo politico. In genere le parti che fondano un governo, come nel caso del Conte II, stabiliscono un accordo di maggioranza. Nel nostro caso, da un lato la riforma costituzionale dei Cinque Stelle era arrivata all’ultima deliberazione, per cui era difficile pensare che il Partito Democratico la respingesse al mittente; dall’altro il PD ha proposto ai Cinque Stelle altre riforme, tra cui l’abbassamento dell’età per l’elettorato attivo e passivo, la definizione dell’elezione dei senatori su base circoscrizionale anziché su base regionale, e la nuova legge elettorale. Quindi la decisione sulla formula elettorale è una questione politica. Per quanto concerne la mia preferenza personale, io resto a favore del maggioritario. Difatti, ritengo che i sistemi elettorali che hanno una capacità selettiva mediante la scelta diretta del candidato da parte dell’elettore, che riducono la frammentazione e favoriscono il bipolarismo – e quindi l’alternanza di due schieramenti, uno conservatore e l’altro progressista – siano le formule elettorali che andrebbero seguite anche nel nostro paese. Purtroppo la storia degli ultimi venticinque anni ha segnato la sconfitta di quel riformismo che era nato con i referendum del 1991 e del 1993 (rispettivamente, per la preferenza unica e per il collegio uninominale), di quel tentativo di trasformare la democrazia proporzionale italiana in una democrazia dell’alternanza. Tornando alla discussione in corso sulla nuova legge elettorale, ritengo che un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% possa essere un buon compromesso, purché però la soglia rimanga al 5%.>>.

In caso di vittoria del Sì, il rapporto tra esecutivo e parlamento cambierebbe?

<<Da quando ci sono i partiti politici di massa, quindi dall’inizio del Novecento, il parlamentarismo è in crisi. E crisi del parlamentarismo significa inevitabilmente emersione del potere esecutivo. Che non è più potere esecutivo, ma è potere di governo. È una tendenza naturale del parlamentarismo in una società di massa – fortemente frammentata e insuscettibile di poter essere rappresentata unitariamente come si pensava nell’Ottocento – che per poter decidere (dopo aver discusso) occorra spostare l’ago della bilancia dal parlamento al governo. Questo è un dato con cui bisogna misurarsi in relazione ad ogni proposta di riforma. Quindi, ridurre il numero dei parlamentari non cambia di per sé il rapporto tra Parlamento e Governo, ridando al primo un ruolo che in concreto non ha più. La dinamica del parlamentarismo è una dinamica che tende ad esaltare il ruolo del governo e del Presidente del Consiglio, e a marginalizzare nelle decisioni che contano il ruolo del Parlamento. Tuttavia, se si vuole dare nuova linfa al legislativo, è necessario che questo sia in grado di funzionare. Quindi ridurre il numero dei parlamentari è la precondizione perché il Parlamento possa funzionare più agilmente. Poi, però, sarà necessario fare delle riforme dei regolamenti parlamentari per organizzare meglio il lavoro del legislativo. Il Parlamento non è più la sede della legislazione ormai da cento anni, nel senso che il potere del Parlamento si riduce normalmente nella ratifica delle leggi volute e decise dal governo. Pertanto, bisogna fare del Parlamento il “guardiano” del governo. Rendere potente il Parlamento – e in questo la riduzione dei parlamentari può aiutare – mettendogli a disposizione gli strumenti per incalzare l’esecutivo, e per proporre credibilmente al governo soluzioni migliori. Questo è possibile solo se ci sono parlamentari competenti, meglio selezionati e più responsabili>>.

Il 20 e il 21 settembre si voterà anche per le elezioni, sia regionali, sia amministrative. L’accorpamento delle scadenze elettorali è stato oggetto di alcuni ricorsi per conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale, ricorsi che però non sono stati accolti dalla Consulta. Come vede questo accorpamento?

<<A mio avviso questo accorpamento è in linea con il diritto vigente. L’unica situazione di incompatibilità riguarda i referendum abrogativi e le elezioni politiche nazionali, per il resto non c’è nessun divieto. Ma in fondo non vedo particolari distorsioni. Da una parte i comitati del NO e coloro che hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale, dicono che in alcune regioni ci saranno più votanti di quelli che sarebbe lecito aspettarsi. È possibile che un maggiore numero di votanti avvantaggia il SI rispetto al NO (perché costringe ad andare alle urne chi non ci sarebbe andato se si fosse votato solo il referendum), ma è un’obiezione un po’ ridicola, soprattutto per chi si professa democratico e, perciò, dovrebbe auspicare una forte partecipazione al voto sempre. Questo ricorso aveva in fondo un atteggiamento antidemocratico. Nel contestare l’accorpamento si preludeva ad una bassa affluenza alle urne e la si riteneva utile. Mi sembra un atteggiamento molto poco raccomandabile. Gli italiani hanno un forte senso civico e di partecipazione. Quando non si va a votare spesso lo si fa perché si è consapevoli di questo. Nonostante l’astensione e l’invito a disertare le urne, che talvolta è stato usato in questo Paese, gli italiani sanno come comportarsi usando al meglio la propria testa. Io auspico che ci sia una forte partecipazione>>.

La redazione di Kopernik precisa che nelle prossime settimane il giornale sarà aperto a contributi tematici di approfondimento sul tema del referendum costituzionale. Lo spazio di dibattito e riflessione è aperto ad articoli che analizzino entrambe le posizioni del referendum, nel solco di una dialettica sana, volta all’informazione e alla riflessione. Chiunque voglia contribuire al dibattito, può contattare la redazione del giornale per inviare il proprio contributo. Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare la riflessione e l’approfondimento di una questione di estrema delicatezza e complessità come la riduzione del numero dei parlamentari.

Con il taglio vince la “casta”

La redazione di Kopernik precisa che nelle prossime settimane il giornale sarà aperto a contributi tematici di approfondimento sul tema del referendum costituzionale. Lo spazio di dibattito e riflessione è aperto a articoli che analizzino entrambe le posizioni del referendum, nel solco di una dialettica sana, volta all’informazione e alla riflessione. Chiunque voglia contribuire al dibattito, può contattare la redazione del giornale per inviare il proprio contributo. Verranno inoltre pubblicate nei prossimi giorni una serie di interviste che hanno coinvolto docenti di diritto costituzionale, fornendo entrambi i punti vista sul tema, sia favorevole che contrario alla riforma, adottando una chiave di lettura giuridica.
Lo scopo principale dell’iniziativa è quello di stimolare la riflessione e l’approfondimento di una questione di estrema delicatezza e complessità come la riduzione del numero dei parlamentari.

Il 20 e il 21 settembre i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per votare per il quarto referendum costituzionale della storia repubblicana. La consultazione riguarda la legge n. 240 del 2019 che prevede la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. La legge costituzionale consta di quattro articoli e prevede la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Trattandosi di referendum confermativo per la validità non è necessario il raggiungimento del quorum, pertanto l’esito sarà valido a prescindere dal numero di persone che andrà a votare.

Per l’approvazione di una legge costituzionale sono necessarie due deliberazioni successive a distanza di non meno tre mesi, e nella seconda è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera, come previsto dall’articolo 138 della carta costituzionale. Perché una legge costituzionale possa essere direttamente promulgata è invece necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le Camere. Nel caso di specie la legge è stata approvata solo alla Camera con la suddetta maggioranza qualificata, ed ecco perché 71 senatori hanno potuto chiedere che la legge venisse sottoposta a referendum popolare, sempre in ossequio all’articolo 138 della Costituzione. Il 23 gennaio 2020 è poi arrivata l’ordinanza che dichiara la conformità della richiesta di referendum alle norme costituzionali da parte dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione.

  Quello del 20 e 21 settembre è un referendum alquanto singolare, specialmente per quanto concerne la posizione dei singoli partiti politici. Difatti, nessuna forza politica – eccetto il Movimento 5 Stelle e +Europa – sta facendo propaganda o ha manifestato espressamente la propria posizione. Questo un po’ perché opporsi al taglio è impopolare e un po’ perché al loro interno i partiti sono divisi sul tema. Inoltre, più o meno ogni schieramento ha cambiato idea sulla legge costituzionale in virtù dei vari cambiamenti che ci sono stati nel corso dell’attuale legislatura, per cui non vogliono esporsi troppo. Va detto infatti che questo referendum non riguarda solo la diminuzione dei nostri rappresentanti, ma è anche una sorta di voto di fiducia al governo, o almeno è su questo piano che gli eredi di Casaleggio hanno posto la questione al Partito Democratico, motivo per cui quest’ultimo – salvo qualche singola voce per il NO – non si è ancora schierato.

  Il taglio dei parlamentari o, per meglio dire, il taglio della politica è una misura bandiera che da sempre affascina il populismo e l’antipolitica. E così oggi, come negli anni ‘40 il Fronte dell’Uomo Qualunque, il M5S si fa portavoce di questa istanza: tagliare la politica, la “casta”, i privilegi per risolvere i problemi dei cittadini. Certo, per l’elettore il quesito è accattivante, soprattutto dopo anni di sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, e dopo anni di propaganda antipolitica in cui la responsabilità di parte dei problemi di questo paese è stata additata proprio ai costi della politica e ai politici. Ma per la democrazia? Quali possono essere le conseguenze di un’eventuale vittoria del SI sul piano democratico?

  Anzitutto il tanto millantato risparmio per i cittadini e per lo stato è una grande menzogna. Difatti, come si evince dal sito del Dipartimento per le Riforme Istituzionali la riforma comporterebbe un risparmio di 500 milioni di euro a legislatura, quindi in totale ogni cittadino risparmierebbe meno di due euro l’anno. Dopodiché le conseguenze peggiori ci sarebbero sul piano della rappresentatività e della democrazia. Sebbene questa riforma venga presentata come un modo per migliorare l’organo legislativo, per renderlo più veloce e per rendere più competenti e presenti i suoi componenti, nessuno di questi obiettivi verrà raggiunto semplicemente riducendo un numero, sulla base peraltro di un criterio poco chiaro. In verità un rischio reale e concreto è che il sistema da democratico diventi più oligarchico. Ma andiamo con ordine.

  In primo luogo riducendo il numero dei rappresentanti del popolo si riduce, appunto la rappresentanza. Tagliando il numero dei parlamentari, infatti, non diminuisce la popolazione e non si modifica il territorio, pertanto i nuovi collegi saranno geograficamente più estesi. E in questo modo ci sarà un deputato ogni 151 mila abitanti e un senatore ogni 302 mila, ampliando ulteriormente il divario tra rappresentante e rappresentato. Inoltre, sarà più difficile non solo rappresentare il totale dei cittadini, ma anche rappresentare i diversi orientamenti politici della cittadinanza. Riducendo i parlamentari senza modificare, prima o contestualmente, la legge elettorale c’è il pericolo che diminuiscano le garanzie delle minoranze parlamentari.

Questo problema si lega ad un’altra questione delicata che sorge con la riforma, ovvero la ripartizione dei componenti di un gruppo parlamentare nelle varie commissioni. Problema che si pone in particolar modo per i gruppi meno numerosi. Infatti, se il numero di commissioni dovesse rimanere invariato (14) non tutti i gruppi sarebbero rappresentati nelle varie Commissioni. La situazione non preoccupa tanto al Senato, in cui il Regolamento prevede che uno stesso senatore possa essere assegnato a tre commissioni, quanto alla Camera. Qui difatti i deputati possono essere assegnati solo ad una commissione, verificandosi quindi il rischio che le minoranze non possano partecipare a tutti i lavori nelle commissioni.

  Un altro pericolo poi, come ha sottolineato Sabino Cassese, è quello dell’aumento eccessivo del potere dei partiti, tale per cui il nostro sistema potrebbe diventare più oligarchico. Come spiega il giudice emerito infatti, essendoci un minor numero di parlamentari i segretari dei partiti giocheranno un ruolo maggiore e avranno più potere per sistemare questo numero ristretto. Il sistema quindi diventerebbe più oligarchico perché ci sarebbero più decisioni prese dall’alto e meno potere del popolo.

  Questa riforma è stata definita da più voci come un attacco alla democrazia rappresentativa, e non stupisce che provenga da un partito, il Movimento 5 Stelle, che da sempre vuole la democrazia diretta (e se possibile digitale). Ma la democrazia è rappresentativa e necessita di un luogo, il Parlamento appunto, in cui devono sedere i rappresentanti del popolo scelti proprio da quest’ultimo. Specialmente in un momento storico come quello attuale in cui il ruolo del parlamento dovrebbe essere semmai rafforzato. Pensare di risolvere problemi come l’assenteismo e l’incompetenza di molti parlamentari solo riducendone il numero è fuorviante. Invero, ridurre deputati e senatori non significa scegliere i parlamentari in base al livello di competenza, ma significa solo ridurre la rappresentatività.

  La Costituzione della Repubblica è nata con il contributo e l’accordo di tutte le forze politiche dell’epoca, ed è una sorta di compromesso. È certamente un documento politico, ma non partitico. Ecco perché ogni modifica alla carta costituzionale dovrebbe essere il più possibile laica, e non può essere voluta solo da un partito o da una momentanea maggioranza, o essere posta tra le condizioni di un contratto di governo. La stabilità o meno di un governo non può essere una minaccia per un referendum il cui eventuale esito positivo potrebbe modificare per lungo tempo il volto democratico di questo paese. Giorgio Amendola – partigiano ed esponente del PCI – disse, riferendosi agli anni in cui è nata la costituzione, che allora i partiti furono la vera garanzia delle istituzioni. Oggi purtroppo non è più così. Oggi la politica annaspa, è immobile e poiché da questa impasse potrebbero derivare seri rischi per la nostra democrazia, spetta ai cittadini farsi garanti delle istituzioni, specialmente di quella che li rappresenta.