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LE BATTAGLIE DI OGNI GIORNO

Epilessia ed endometriosi: disagi economici, sociali, e sanitari finora non considerati dalla politica.

Articolo a cura di Clara Monni, studentessa di medicina presso l’Università di Bologna.

Ciao a tutti, sono Clara ho 28 anni e vengo dalla Sardegna. Nella vita studio all’Università di Bologna e fino a qualche mese fa lavoravo. Fin qui ci siamo: una persona regolare con una vita regolare, giusto? Ciò che a primo impatto non si vede o non si presuppone, è che soffro di due malattie croniche: endometriosi ed epilessia. Vorrei parlarvi di cosa significa per me, e per tante altre persone, vivere con queste malattie, quindi devo tornare indietro di 15 anni.

A 13 anni improvvisamente mi vennero delle crisi epilettiche a distanza di un giorno l’una dall’altra, mi ricoverarono e poco più di una settimana dopo mi dissero che soffrivo di epilessia del lobo temporale. L’epilessia è il disturbo neurologico più frequente nella popolazione, ne esistono di tanti tipi e la mia epilessia è la più comune fra quelle di tipo refrattario, ossia resistente ai farmaci. Le cause del tipo di cui sono affetta io sono, per la maggior parte dei casi, dovuti a lesioni cerebrali causate da tumori e malattie infettive come meningite ed encefalite. La restante parte invece viene definita idiopatica, che in gergo comune significa che non si sa la causa da cui è scatenata, io faccio parte di questa categoria.

L’epilessia è una malattia molto facile da diagnosticare, e gli esami più usati sono la risonanza dell’encefalo e l’elettroencefalogramma (EEG), nel mio caso nessuna lesione è stata evidenziata dalla RM, tuttavia l’EEG, mostrava anomalie. L’EEG è un esame che consiste nel misurare l’attività elettrica neuronale: attraverso una cuffia dotata di elettrodi e un gel conduttore si trasmette al computer l’attività elettrica dei neuroni dell’area corticale. L’esame per sospetto di epilessia tendenzialmente si esegue con privazione di sonno, perché questo rende i neuroni più suscettibili e rende più semplice vedere le anomalie nel tracciato. L’epilessia del lobo temporale causa per lo più crisi parziali complesse senza perdita di coscienza, ma anche crisi notturne. Le donne affette dalla malattia sono più suscettibili ad avere queste crisi durante la fase mestruale per via degli sbalzi ormonali (epilessia catameniale), ma le crisi possono essere provate anche da una situazione di stress o forte dolore fisico.

Nei casi di epilessia idiopatica la terapia farmacologica svolge un ruolo estremamente importante nella qualità di vita del malato. Io grazie alla terapia sto molto meglio ma avendo una varietà di crisi diverse è difficile che la terapia le controlli tutte, per cui parliamo di epilessia refrattaria o farmacoresistente. Perché insisto su questo punto? Le persone affette da epilessia non possono prendere la patente di guida a meno che un neurologo della AUSL non certifichi che il paziente non ha crisi da almeno 2 anni, e questo cosa implica? Se non si vive in una grande città con mezzi pubblici per il paziente è estremamente difficile trovare lavoro e garantirsi un’indipendenza. A questo proposito esiste una legge nota come “legge 104”, che serve per definire il grado di invalidità di un malato cronico, che di conseguenza attraverso una percentuale minima del 46% può accedere alle categorie protette che dovrebbero garantirgli un accesso vantaggioso nel mondo del lavoro. Il problema è che gli standard della 104 prevedono, per un malato di epilessia, che le crisi siano plurisettimanali con o senza perdita di coscienza. Da malata posso dirvi, che sarebbe un incubo vivere in quelle condizioni, tanto da non poter uscire di casa da soli perché ad ogni strada che attraversi rischi di stare male da un momento all’altro e magari finire investito, e questo lo dico per esperienza diretta.

Pensate: secondo voi una persona in quelle condizioni può lavorare? La risposta è no. Almeno in certi contesti e a determinate condizioni. Inoltre, a questa difficoltà bisogna associare lo stigma sociale che ci portiamo dietro. Nel Medioevo l’epilessia era confusa come una possessione del diavolo e le persone affette spesso finivano sul rogo perché mal giudicate. Ora ovviamente non è più così, ma tante volte mi è capitato di stare male in pubblico e diverse persone mi hanno guardato con ribrezzo dicendo che sembravo una squilibrata o che avevo preso chissà che cosa. Nel frangente un po’ meno malevolo, molti sono convinti che l’epilettico, è quello che sviene improvvisamente e ha convulsioni e perde molta saliva. Chi soffre di crisi da cosciente, ossia vigile, si pensa abbia solo attacchi di panico o crisi d’ansia e molto spesso si ritrova con persone che piuttosto che agire da prassi, cercano di bloccare gli spasmi, peggiorando solo la situazione. Oltre che pericoloso, dal punto di vista di fisico, è anche umiliante a livello psicologico sentire qualcuno che ti dice di calmarti e ti opprime fisicamente quando non hai il controllo fisico del tuo corpo. Per questa ragione vi dico che è importante imparare a capire ed ascoltare un malato di epilessia e fare ciò che è meglio per lui, onde evitare ulteriore disagio.

Vi parlo ora di endometriosi: è una malattia ginecologica cronica che affligge 1 milione di italiane/i. Quello che succede è che il tessuto che sta all’interno dell’utero invece che essere espulso dal corpo finisce in diversi punti dell’apparato riproduttore formando aderenze e cisti, e nel peggiore dei casi arriva anche nella cavità pelvica, attaccando la vescica, l’intestino, i reni e talvolta i polmoni. Ancora non si conosce la causa di questa malattia, ma ciò che la rende veramente problematica è la difficoltà a diagnosticarla e i dolori fortissimi che si porta dietro. La maggior parte dei pazienti che ne soffrono, la scoprono di solito con un ritardo minimo di 6 anni e quando succede spesso la condizione è irreversibile. La sterilità può essere una conseguenza di diagnosi tardiva, infatti molte donne se ne rendono conto solo quando provano a rimanere incinte.

Per quelle poche che la conoscono diventa comunque un problema trovare un medico specializzato che la sappia riconoscere. Esistono diversi centri specializzati qui in Italia, ma la verità è che in molti casi, come il mio ad esempio, tutto il tessuto che fuoriesce dall’utero va a finire solamente nell’intestino e nella cavità pelvica (endometriosi profonda). I casi di questo tipo sono tantissimi e anche i peggiori perché, sebbene si possa temporaneamente migliorare la condizione attraverso un intervento chirurgico noto come “laparoscopia”, nei casi di endometriosi profonda, a volte si preferisce non operare perché si tratta di punti in cui è molto difficile arrivare e quindi si lascia così, finché non cambia qualcosa. E nel 90% di casi la situazione cambia in peggio.

Dopo l’intervento, la prassi che si segue è di portare il paziente alla soppressione delle mestruazioni per un tempo indeterminato, a seconda dell’età e della presenza o meno di problemi cardiocircolatori. Inoltre, se la paziente donna desidera avere una gravidanza, si può valutare un’interruzione della terapia e passare al percorso meglio noto come FIVET (fecondazione in vitro), che in molti casi non va comunque a buon fine. Capite bene che dopo gli anni passati a soffrire dolori atroci e non essere credute, per molte donne sapere di non poter avere figli diventa una cosa veramente pesante da gestire.

Inoltre, bisogna aggiungere che l’endometriosi nonostante gli interventi chirurgici rimane una malattia cronica, e ciò significa che si continua a stare male e che prima o poi sarà necessario sottoporsi di nuovo ad un intervento. Inoltre, la malattia spesso porta con sé altre problematiche, e molti dei pazienti sviluppano malattie reumatologiche e autoimmuni, che rendono veramente difficile poter lavorare come una persona sana. Al momento attuale l’endometriosi è divisa in 4 stadi: il primo implica una condizione di tessuto aderenziale e cisti endometriosiche solo all’interno dell’apparato riproduttore; l’ultimo stadio (il più frequente) implica presenza di aderenze e noduli al di fuori dell’apparato riproduttore. Il quarto stadio in casi molto gravi, comporta resezione intestinale, ovariectomia e isterectomia. Talvolta al quarto stadio si associano conseguenze gravi, come la perdita della sensibilità nervosa nell’area pelvica, e compromissione dei reni. La legge 104 in materia di endometriosi non prevede alcun tipo di invalidità, e le poche persone che riescono ad accedere alle categorie protette o ad una pensione di invalidità, ci riescono solo per le conseguenze che ha portato la malattia.

Oltre a questo aspetto è necessario sottolineare, che le persone affette da endometriosi al primo e al secondo stadio non hanno alcun tipo di esenzione, né sulla terapia né sulle visite ed gli esami del caso, come dovrebbe essere garantito in tutte le malattie croniche. L’endometriosi sicuramente, oltre alle conseguenze devastanti a livello psicologico e fisico diventa molto dispendiosa per chi ne soffre, perché la terapia ormonale (pillola anticoncezionale o iniezioni) e la riabilitazione del pavimento pelvico, comportano costi insostenibili se non impossibili per tantissimi.

In conclusione, vi lascio una riflessione: per avere una determinazione dello stadio della malattia bisogna per forza intervenire chirurgicamente e molti pazienti affetti da endometriosi profonda -come ho detto prima – non vengono operati, trovandosi da una parte a dover lottare con i medici che non fanno qualcosa per migliorare la situazione o garantire un minimo di possibilità di vivere in condizioni dignitose, e dall’altra si deve affrontare la pressione sociale di chi ti crede malato immaginario solo perché “sono dolori mestruali, tutte li hanno!” oppure “perché non hai avuto un figlio?”. Il filo cognitivo della mia storia e di quella di tante altre persone come me, è che deve intraprendere una lotta su più fronti, spesso senza avere la forza o la possibilità di rispondere. È come un incontro di box in cui vieni preso a pugni come se fossi il sacco e non sei in grado di contrattaccare. Io da parte mia continuo a scrivere e sensibilizzare la gente a riguardo, però dovete sapere che non tutti trovano questo coraggio e anche una volta che lo trovi, la strada rimane comunque impervia, perché non sei immune da critiche. Perciò il mio consiglio rimane questo: ascoltate un malato, chiedeteli come potete aiutarlo, e soprattutto credete nel dolore che sta provando.

Sinceri saluti da

Clara e il suo universo di cronicità

LA PRESCRIZIONE E LA RIFORMA BONAFEDE

Articolo a cura di Grazia Callipari, membro della segreteria provinciale dei GD Bologna con delega alla giustizia.

Non appena il capitolo giustizia entra nell’agenda dei lavori parlamentari iniziano ad esserci problemi, e quando l’oggetto della discussione è la prescrizione, trovare compromessi diviene ancora più difficile. È necessario, dunque, affrontare la questione della prescrizione dopo i cambiamenti intervenuti in materia ad opera della Riforma Bonafede.

Che cos’è la prescrizione?

La prescrizione è una causa di estinzione del reato. Un reato si prescrive quando è decorso un termine calcolato secondo quanto stabilito dalla legge. Tale termine corrisponde alla pena edittale massima stabilita per il reato (per ogni reato è prevista una cornice edittale con un minimo e un massimo di pena a cui il giudice deve rifarsi per stabilire la pena in concreto da irrogare quando condanna un soggetto), in ogni caso non può essere inferiore a 6 anni per i delitti e a 4 anni per le contravvenzioni. Per reati particolarmente gravi, la prescrizione così calcolata viene raddoppiata, mentre sono imprescrittibili i reati per cui è prevista la pena dell’ergastolo. Facciamo degli esempi:

  • Il furto in abitazione ha pena edittale massima di 7 anni quindi il reato si prescriverà in 7 anni.
  • Le lesioni personali hanno pena edittale massima di 3 anni quindi il reato si prescriverà in 6 anni.

Il termine normalmente inizia decorrere dal momento in cui è stato commesso il fatto di reato e continua fino a quando non è pronunciata una sentenza definitiva.

Cosa comporta la maturazione della prescrizione prima di una sentenza definitiva?

Quando la prescrizione matura, prima di una sentenza definitiva, non si può più procedere nei confronti di chi si presume abbia commesso il fatto. Se ciò avviene durante le indagini, il pubblico ministero dovrà disporre l’archiviazione, mentre se ciò avviene durante la fase processuale, il giudice dovrà pronunciare sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato.

La sospensione e l’interruzione della prescrizione

La legge prevede delle situazioni in cui il decorso della prescrizione rimane sospeso. Il periodo di sospensione rappresenta una sorta di parentesi, durante la quale il termine prescrizionale già parzialmente maturato rimane come congelato, per poi riprendere a scorrere quando viene meno la causa di sospensione; i periodi di prescrizione maturati antecedentemente e successivamente alla causa sospensiva si sommano. Un esempio di causa di sospensione sono le rogatorie all’estero (necessarie quando si deve compiere un atto processuale all’estero, come l’assunzione di una prova).

Le cause di interruzione invece determinano un arresto del decorso della prescrizione e un suo azzeramento, non venendo più considerato il tempo già maturato precedentemente all’atto interruttivo. Questo meccanismo trova un limite, in nessun caso l’interruzione può aumentare di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere. Ad esempio, un reato con prescrizione di 12 anni, si prescriverà comunque, in presenza di atti interruttivi non oltre il quindicesimo anno dalla sua commissione (12:4=3 e 12+3=15). Costituiscono causa di interruzione alcune attività che rappresentano snodi significativi del procedimento penale come i provvedimenti di natura cautelare, gli interrogatori, etc.

Qual è la ratio dell’istituto?

Nelle elaborazioni dottrinali, la funzione dell’istituto oscilla tra due prospettive: la prima è una prospettiva statualistica, per cui l’eccessivo scorrere del tempo affievolisce la memoria sociale del delitto e l’interesse della collettività alla repressione del reato, così si spiegherebbe ad esempio l’interruzione della prescrizione, che determina un allungamento di questa in presenza di atti che dimostrino l’interesse statale a perseguire quel determinato reato; la prospettiva individualistica richiama invece la finalità rieducativa della pena per cui decorso un grande lasso di tempo, il soggetto potrebbe essere una persona che non ha più bisogno di essere rieducata e la pena non sarebbe quindi più necessaria.

L’idea che il passaggio del tempo sia un fattore estintivo della pretesa punitiva può incentivare poi il recupero della legalità. Se il soggetto sa di aver commesso un reato, ma trascorso del tempo potrà recuperare in qualche modo la sua verginità giuridica, sarà spinto verso il recupero della legalità; se invece il soggetto sa che potrà sempre e comunque essere sottoposto a un procedimento per quel fatto, la sua scelta più utilitaristicamente potrebbe essere quella di restare sui binari della illegalità.

L’istituto ha anche una rilevanza processuale, in particolare per il diritto di difesa che risulterebbe fortemente pregiudicato laddove il processo non si svolgesse a breve distanza temporale dal fatto, ad esempio sarebbero frequenti testimoni che non ricordano, che risultano irreperibili o addirittura morti.  Le medesime considerazioni valgono altresì rispetto all’ accusa su cui grava l’onere della prova della colpevolezza dell’imputato.

L’alta probabilità che si configurino situazioni rientranti nella categoria dell’impossibilità di natura oggettiva ad acquisire la prova in contraddittorio permetterebbe tra l’altro il recupero di dichiarazioni rese in fasi precedenti, assunte in modo unilaterale, mettendo così a rischio lo stesso modello accusatorio.

A causa dell’irragionevole durata dei procedimenti penali in Italia, l’istituto rappresenta poi l’ultimo riparo alla interminabile protrazione dei tempi processuali. La sottoposizione a processo da intendersi di per sé come pena naturalis, peraltro particolarmente gravosa, perché pena sine iudicio, oggi comporta delle vere e proprie limitazioni come quelle previste dalla legge Severino a cui si aggiunge in alcuni casi la sottoposizione ad un processo mediatico parallelo.

La riforma Bonafede

La riforma prevede la sospensione della prescrizione con la sentenza di primo grado fino a sentenza irrevocabile, indipendentemente dal contenuto della sentenza di primo grado, sia essa di condanna o di proscioglimento. Dal punto di vista pratico comporta che per tutti i fatti commessi dopo il 1° gennaio 2020, la prescrizione del reato non potrà più verificarsi nei giudizi di Appello e di Cassazione.

Una prima criticità della riforma è dal punto di vista metodologico. La riforma viene emanata, sostituendola, a poco più di un anno dalla riforma Orlando, e dunque prima che se ne potessero osservare gli effetti pratici. Quest’ultima aveva già esteso i termini di prescrizione attraverso due ulteriori ipotesi di sospensione rispettivamente di un anno e mezzo per l’appello e per la Cassazione.

La riforma si pone in attrito con i valori a fondamento della prescrizione sopra richiamati, in primis con il diritto di difesa rectius “il diritto di difendersi provando”. Il blocco della prescrizione con la sentenza del primo grado risulta poi incompatibile con la presunzione di non colpevolezza dato che l’imputato non è più presunto innocente, ma è presunto colpevole, perché su di lui si fa ricadere il decorso del tempo, a fortiori quando questo è stato prosciolto. Prima il passaggio del tempo veniva computato a carico dello stato che perdeva la potestà punitiva, ora verrà posto a carico del soggetto in un contesto in cui i procedimenti sono caratterizzati da una durata sproporzionata. Critica ricorrente è appunto la mancata riforma del processo penale necessaria a risolvere tale irragionevole durata, riforma che avrebbe dovuto precedere quella sulla prescrizione o almeno causarne un’efficacia differita, per evitare all’imputato un potenziale processo infinito.

A giustificazione dell’intervento legislativo si è invocato il modello tedesco, sennonché il modello tedesco non è assimilabile al sistema italiano in cui si persegue e si punisce tantissimo, in cui gli istituti introdotti con finalità deflattive come la “particolare tenuità del fatto” ovvero la “messa alla prova” sono molto deboli, con una cornice massima di pena tale da non consentire un’operatività ad ampio spettro. Diversamente dal sistema tedesco che ha meno reati, più istituti deflattivi e una gamma sanzionatoria molto meno gravosa di quella italiana, in cui domina la pena pecuniaria.

La riforma è stata emanata come “antidoto” all’ineffettività della repressione penale (per eliminare o ridurre quindi i numerosi proscioglimenti per intervenuta prescrizione). Se si da credito alle statistiche però parrebbe non poter raggiungere tale scopo, dato che quasi l’80% delle prescrizioni matura in fase predibattimentale.

Possibili evoluzioni

Rispetto alla riforma Bonafede, per quanto detto, vi sono forti dubbi di incostituzionalità. Sarebbero auspicabili dunque delle modifiche. Si potrebbe riportare in auge la riforma Orlando che già effettuava un bilanciamento tra i valori in gioco attraverso un aumento dei termini prescrizionali in presenza di impugnazioni.

Altrimenti, in riferimento al regime ex Cirielli (regime precedente alla riforma Orlando), per i reati il cui accertamento risulta particolarmente complesso, sarebbe possibile prevedere termini maggiori rispetto a quelli derivanti dalla corrispondenza al massimo della pena edittale, con il rischio però, che questa “complessità” valutata in astratto ex lege, magari poi non corrisponda ad una “complessità” in concreto.

Molto interessante la “prescrizione processuale” proposta da Giovanni Canzio all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013, che aveva in qualche modo prefigurato la norma Bonafede, per cui dopo  la sentenza di primo grado laddove non sia già decorso il tempo necessario si determina una sterilizzazione degli effetti estintivi della “prescrizione sostanziale”, ma allo stesso tempo, per non lasciare l’imputato sprovvisto di tutele, vi sono termini di durata massima per le fasi e i gradi di impugnazione fino alla pronuncia irrevocabile, similmente a quanto accade con i termini di durata massima delle misure cautelari. Il compasso temporale richiamerebbe i limiti di durata ragionevole del processo fissati ai fini dell’equa riparazione: due anni per l’appello, uno per la Cassazione e ancora uno per l’eventuale giudizio di rinvio. Termini comunque calibrati in considerazione di indici di particolare “complessità” della fattispecie (numero degli imputati, numero delle imputazioni, riapertura dell’istruzione probatoria etc…).

Infine, occorre sottolineare che ogni modifica all’istituto della prescrizione non possa non essere accompagnata da una riforma del processo penale necessaria a garantirne la ragionevole durata.

E L’UNIONE EUROPEA CHE FA?

Le responsabilità dell’Europa nella gestione della crisi climatica.

Articolo a cura di Andrea Fortini.

“Questo evento serve a sottolineare il nostro costante impegno su queste tematiche”. Così ha esordito Edoardo Carminucci il 22 gennaio all’evento organizzato dal dipartimento Ambiente ed Economia dei GD Emilia-Romagna: “E l’UE CHE FA? Le responsabilità dell’Europa nella gestione della crisi climatica.”

L’articolo si riferisce a questo evento organizzato dai GD Emilia-Romagna dello scorso 22 gennaio.

Le finalità di questa videoconferenza, come ha spiegato con chiarezza Raffaele Bruschi, il responsabile Ambiente dei GD Emilia-Romagna, erano ”affrontare in maniera critica la gestione della crisi climatica e cercare di fare un focus su quelle che sono le tre grandi categorie nella gestione di questa emergenza: a livello globale, a livello dell’UE e a livello locale”. Della stessa linea anche Enrico Verdolini, Segretario dei GD Emilia-Romagna, il quale, dopo aver ringraziato pubblicamente tutti i ragazzi del dipartimento Ambiente per il lavoro fatto, ha lanciato una suggestione: “Se riprendo la locandina la domanda era “E l’Unione Europea che fa?”. Aggiungo una domanda che vuole essere un incentivo al dibattito: ”Che cosa fa la Regione”. Perché? Perché se penso al Patto per il Lavoro e per il Clima dell’E-R le risposte in parte si sovrappongono. Il Patto sull’emergenza climatica pone due obiettivi: de-carbonizzazione entro il 2050, raggiungimento del 100% delle energie rinnovabili in tutto il territorio regionale. Perché dico che la risposta delle due domande si sovrappone? Perché questi obiettivi vogliono essere raggiunti dalla Regione Emilia-Romagna anche attraverso un sapiente utilizzo dei fondi europei ordinari e straordinari. Quindi tutta la partita sul Recovery Fund è anche da vedere su un assetto di rapporti tra UE, Stato, ma anche tra UE e Regione.”

Anche per questi motivi la scelta degli invitati non è assolutamente casuale: Marco Affronte, divulgatore scientifico, ex delegato alle conferenze (COP) e ex europarlamentare, Alessandra Moretti, europarlamentare in Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) e Luciano Natalini, europrogettista ed esperto di politiche UE.

A fare da moderatori i due iscritti e membri del dipartimento Ambiente ed Economia, Gabriele Pinto della Federazione di Cesena e Annachiara Galli della Federazione di Parma.

Gabriele Pinto esordisce con una domanda a Marco Affronte sulle COP.

Marco Affronte, già europarlamentare, delegato conferenze sul clima COP21 ONU, divulgatore scientifico.

Secondo il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico l’obiettivo è non superare l’aumento di 1,5° delle temperature medie globali rispetto ai livelli preindustriali che in questo momento abbiamo superato di 1. Per non superarlo bisogna ridurre le emissioni di circa il 45% entro il 2030. Se questo non succedesse avremmo un trend che arriverebbe a circa 4°.

Nel frattempo le Conferenze Internazionali per il Clima (COP) hanno varato degli Accordi di Parigi che si pongono l’obiettivo di evitare l’aumento delle temperature di 2° e stare preferibilmente a 1,5°.

Dato che nelle quattro COP successive alla COP21 (Quella di Parigi) non sono ancora state messe delle sanzioni contro la violazione degli Accordi e nel 2019 sono state emesse 36,8 tonnellate di CO2 nell’ambiente segnando così il record storico annuale, cosa comporta l’aumento delle temperature e perché sono state fissate queste soglie? Dove le COP potrebbero migliorare il proprio operato?

Per quanto riguarda le conseguenze, Marco Affronte dice: “le stiamo vedendo (ed) è la conseguenza dell’aumento di 1° di temperatura. Nel 2012 nel documento della Banca Mondiale c’era scritto “non siamo sicuri che la vita per gli esseri umani possa essere compatibile con un aumento di temperatura di 4°”.

Sulle COP invece fa una premessa, ricordando che il tentativo di costruire un accordo era già stato fatto nel 2009 ed era risultato un fallimento. Un grande risultato di Parigi è che almeno è riuscito a mettere nero su bianco degli impegni. Detto ciò, il divulgatore scientifico non nasconde però i punti deboli, elencandone alcuni:

  1. Non ha sanzioni, perché molti dei paesi che fanno parte dell’ONU non ne vogliono sentir parlare e perché al momento non esiste un organo mondiale che possa sanzionare gli Stati. Da questo punto di vista in Europa siamo fortunati perché l’UE vincola tutti i suoi membri, ma non c’è questo meccanismo per altri Paesi che fanno parte della convenzione delle Nazioni Unite.
  2. Prima di Parigi ogni Stato ha dovuto scrivere il suo impegno per raggiungere gli obiettivi che si vuole dare al 2030 e al 2050. Questi impegni sono chiamati NCD e sono il pilastro dell’Accordo. Ci sono però due grossi problemi legati a ciò. Il primo è che quando tutti gli Stati hanno scritto questi impegni, questi sono stati raccolti un mese prima della Conferenza e dati agli scienziati che li hanno analizzati. La sorpresa è stata che anche se gli Stati rispetteranno gli impegni avremo un aumento della temperatura dai 2 e i 3 gradi. In secondo luogo l’Accordo stabilisce che vanno rinnovati ogni 5 anni e devono essere sempre migliorativi. L’anno scorso questi impegni andavano rinnovati e nell’ultima COP di Madrid solo 85 Stati su un totale di 196 hanno preso l’impegno di rinnovare in modo migliorativo l’NCD. Ad oggi la situazione è ancora peggiore perché gli unici paesi che hanno presentato un impegno migliorativo sono 3: Cile, Norvegia e Vietnam.

Affronte conclude dicendo che nel 2023 si dovrà fare il punto della situazione. Da quell’anno in poi si farà ogni 5 anni e purtroppo si prospetta un quadro inquietante.

Annachiara Galli continua con le domande ripercorrendo la tematica della disparità economica tra gli Stati sviluppati e quelli in via di sviluppo.
Come contrastiamo il problema che gli Stati economicamente avanzati, che quindi producono anche più emissioni, non si prendono la responsabilità di curarsi anche degli Stati più poveri e più colpiti dall’emergenza climatica?

 “Il problema climatico sarà sempre di più un problema sociale”. Così esordisce Affronte. Per sfortuna le posizioni geografiche di molti dei paesi non sviluppati si trovano in fasce della Terra in cui il cambiamento climatico colpisce molto duramente, in più le misure di adattamento necessarie, unite a quelle di mitigazione, costano un sacco di soldi e i paesi non sviluppati sono in difficoltà.

Secondo Affronte la risposta sta in parte nella domanda: sono i paesi più sviluppati che devono cercare in tutti i modi di dare una mano anche a quelli in via di sviluppo ed anche questo è previsto in diversi punti e in diverse modalità nell’Accordo di Parigi. Il divulgatore scientifico ricorda solo due strategie: una differenziazione di impegni tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo e la previsione di un meccanismo finanziario a sostegno dei paesi più fragili. Era stato predisposto a Parigi infatti che al 2020 venisse formato un fondo da 100mld per i paesi in via di sviluppo da rinnovare poi ogni anno successivo. Nella pratica, però, ad oggi non è stata nemmeno raggiunta la cifra totale stabilita per quest’anno. Comunque in futuro, come dice Affronte, “le conseguenze [del cambiamento climatico] ce le sobbarcheremo sempre di più anche noi”. Basti pensare al fenomeno migratorio causato dalla desertificazione. “Non possiamo girarci dall’altra parte.”

Passando ora dal piano globale al piano europeo, la parola è rivolta da Annachiara Galli ad Alessandra Moretti.

Alessandra Moretti, europarlamentare del Partito Democratico.

Alle ultime elezioni europee infatti si è tornati a parlare anche del ruolo dell’Unione Europea per i cambiamenti climatici. Anche la Commissione europea stessa ha espresso la volontà di portare a dei cambiamenti in positivo per l’economia e per l’ambiente e ha portato due progetti molto importanti che sono il Green New Deal e il Recovery Fund.

Quali saranno le conseguenze di questi piani all’interno di tutto il territorio europeo tenendo presente che la Polonia ad esempio è uno stato che usa ancora parecchio il carbone per produrre energia elettrica? Unendo il Green New Deal con la Carbon Tax obbligatoria questa transizione ecologica potrebbe portare a problemi economici all’interno dei diversi paesi dell’UE. In che modo quindi l’Unione Europea cerca di contrastare questa tematica unendo l’efficienza economica con quella ambientale?

“Sono molto contenta che a promuovere questo dibattito siano i Giovani Democratici, perché il Next Generation EU è dedicato proprio a voi”: Queste le prime parole di Alessandra Moretti che prosegue facendo una panoramica dei provvedimenti presi dall’UE in materia ambientale, proprio in virtù dei quali l’europarlamentare ritiene “questa la legislatura costituente dell’Unione Europea”. Innanzitutto, la Commissione ha lanciato il famoso pacchetto di riforme chiamato Green New Deal dal quale scaturisce la prima legge al mondo appositamente creata per la difesa dell’ambiente, la Climate Law. Questa legge pone l’obiettivo al 2050 di arrivare ad emissioni zero di CO2, con una fase transitoria che dovrebbe portare l’Europa ad una riduzione del 50% nel 2030. Poi, c’è l’ambizioso piano del Recovery Fund, che ha una parte consistente dedicata alla lotta al cambiamento climatico: il 37% delle risorse dovrà essere investito per la sostenibilità ambientale e di quella percentuale il 20% sarà impiegato per la digitalizzazione.
Questi risultati, ci tiene a rimarcare Alessandra Moretti, sono stati possibili grazie alla grande convinzione e pressione esercitate dai socialisti suoi colleghi nelle commissioni, dai greens, ma anche dalla presenza massiccia nelle istituzioni di donne che hanno spinto molto per portare avanti queste politiche.

Ciononostante ci sono ancora molti ostacoli lungo la strada ed uno di questi è l’ostilità dei paesi di Visegrad, ancora molto dipendenti dalle energie non rinnovabili e quindi preoccupati da politiche indirizzate verso la riconversione ecologica. L’opposizione più dura è esercitata dalla Polonia che è responsabile dell’86% delle estrazioni di carbone di tutta Europa. Anche la Repubblica Ceca è sulle stesse posizioni a causa della dipendenza che ha dall’energia nucleare: ha 2 centrali nucleari all’attivo e sta cercando un’improbabile deroga del Green New Deal per poterne costruire di nuove. L’Ungheria ha una posizione più conciliante, mentre la Slovacchia fortunatamente ha abbracciato convintamente il Green New Deal grazie al suo paniere energetico più diversificato.
In sintesi l’europarlamentare conclude dicendo che “se i gruppi europei supportano queste politiche ce la possiamo fare, ma gli ostacoli rimangono”

Per entrare ancora più nello specifico del Recovery Fund, Gabriele Pinto si inserisce con un apprezzamento per la decisione di destinare il 37% dei fondi a politiche di sostenibilità, ma esprimendo anche la propria preoccupazione per quanto riguarda la governance che dovrà gestire questi fondi.
Quanto può essere un problema la governance affidata ad ogni singolo Stato?

La parola di nuovo ad Alessandra Moretti che ricorda a tutti l’ammontare dei fondi e quindi anche la necessità di prestare attenzione. Le risorse sono 4 volte il Piano Marshall, in più una grande percentuale presenta tassi di interesse bassi e una minoranza non trascurabile è formata da risorse a fondo perduto. Per “il fatto che l’Italia riceva la parte più ingente del Recovery, ha gli occhi puntati addosso dell’Europa”.  

È assolutamente legittimo e doveroso che l’Europa vigili e proprio con questa volontà ha introdotto delle limitazioni alla libertà degli Stati di spendere i fondi: ha introdotto linee guida generali sulle spese che ogni Stato dovrà fare (dove spenderli e che obiettivi ottenere) e ha disposto che la spesa di queste risorse dovrà tutta avvenire entro e non oltre il 2026.

“Riuscirà – continua la Moretti – l’Italia a spendere tutte queste risorse” considerato che non ha mai brillato per la gestione dei fondi europei? Il fatto di avere un’instabilità politica proprio sul Recovery Fund contribuisce a rendere diffidente l’UE

“Ora [il nostro paese] deve dimostrare di avere uno sguardo lungo nel futuro” altrimenti, come ricordato da Mario Draghi, faremo un debito che non sarà debito, buono, ma cattivo e correremo il rischio di non riuscire a rialzarci mai più.

Nello specifico secondo l’europarlamentare europea la riuscita del Piano dipenderà strettamente da un principio di sussidiarietà: dal livello europeo, da una buona collaborazione tra i paesi e da un impegno forte delle autorità locali.

In fine lancia un auspicio: “Questa potrebbe essere la legislatura che affida all’Europa più competenze, per esempio in materia sanitaria”.

Ecco così arrivati alla fine di questo ciclo: dopo essere partiti dalla dimensione globale e aver affrontato la dimensione europea, concludiamo tornando nel locale e interpellando Luciano Natalini.

Luciano Natalini, esperto di politiche dell’UE, europrogettista.

Ecco che sempre Gabriele Pinto, facendo riferimento al Paesc, il Piano che vincola i comuni firmatari ad una riduzione del 40% delle emissioni entro il 2030, chiede all’europrogettista quale struttura di governance a livello locale potrebbe dare i risultati migliori per rendere i progetti del Piano una realtà.

La domanda affonda le sue radici nel lavoro che il dipartimento Ambiente ed Economia sta portando avanti con ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e altre realtà proprio sul Paesc.

Nel rispondere Natalini parte da un presupposto fondamentale:”la crisi pandemica, la crisi climatica e la crisi economico-sociale sono tre facce della stessa medaglia. Questa medaglia si chiama modello di sviluppo non più sostenibile

La strategia per risolvere congiuntamente questi problemi deve quindi trovare una convergenza di impegno tra tutti i piani istituzionali (globale, ma anche territoriale), ma anche tra tutti i settori dell’amministrazione e del governo (turismo, urbanistica, mobilità ecc ecc). Qualsiasi tipo di struttura di governance deve stare dentro questa logica: le cabine di regia e le strutture intersettoriali possono essere un esempio molto efficace. Tutti i settori devono essere portati a lavorare insieme dentro una visione di lungo periodo.

Venendo in particolare al Paesc, quest’ultimo può essere visto come il più importante strumento di pianificazione strategica attuato dal basso, dai comuni stessi. Infatti non è presente soltanto in Europa, ma è un’iniziativa promossa a livello globale: in tutto il mondo sono 10034 le città che hanno aderito.

Nella nostra Regione solo 15 comuni su 328 non hanno aderito.

“Ma siamo soddisfatti del lavoro svolto?”

Nel 2020 i comuni aderenti si sono impegnati principalmente per conseguire gli obiettivo del “pacchetto 202020” (20% in meno di emissioni di CO2, 20% in più di energie rinnovabili, 20% in più di efficienza energetica) e ci possiamo dire soddisfatti: tutti tre gli obiettivi si stanno raggiungendo, a parte l’efficienza energetica.

Nonostante ciò ci sono due criticità nel nostro territorio che ancora sono da risolvere: la bassa qualità dell’aria e la percentuale insufficiente di energie rinnovabili.

Proprio sul tema della qualità dell’aria la Corte di giustizia europea nel 2020 ha punito l’Italia per lo sforamento dei limiti massimi fissati dalle direttive europee sulle emissioni e ha indicato l’Emilia Romagna come una delle cause che l’hanno portata a questa sanzione.

Sul fronte delle energie rinnovabili, se l’Italia registra una percentuale di 38%, la nostra Regione invece si ferma al 16%. Per questo il Patto per il Lavoro e il Clima ha fissato l’obiettivo per il 2035 di arrivare al 100% di energie da fonti rinnovabili, ma anche su questo Natalini registra un’ambiguità: è pronto a scommettere che questo traguardo si riferisca solo all’energia elettrica e non a tutti i settori, come i trasporti o altri.

L’europrogettista ci tiene a rimarcare questo punto perché se l’obiettivo del 100% riguardasse tutti i settori saremmo costretti a moltiplicare gli sforzi: secondo gli esperti al ritmo attuale il nostro Paese raggiungerebbe la neutralità climatica solo nel 2085. “Significa uno sforzo profondo per quanto riguarda le nostre zone” conclude Natalini.

Concludendo, Annachiara Galli coglie l’occasione della presenza di un esperto per chiedere un chiarimento sul progetto europeo delle “100 città”.

È un progetto che sta all’interno del piano europeo “Horizon Europe 2021-2027” e consiste nel selezionare 100 città pilota per la lotta alle emissioni. È molto sfidante perché ogni città unita al progetto si pone l’obiettivo di raggiungere la neutralità energetica nel 2030, cioè 20 anni prima del resto d’Europa.

Una parte interessante di questo progetto è lo strumento di contratto utilizzato, il Climate City Contract. Dev’essere firmato dalla Commissione europea, dal sindaco e da stakeholders ed inoltre prevede l’obbligo di un coinvolgimento diretto dei cittadini: l’1 dei finanziamenti è vincolato a questo scopo.

Il costo complessivo varia da città a città ed indicativamente è di 10000 euro pro capite. I fondi vengono ricavati dal Next Generation EU, dalla Banca Europea per gli Investimenti e dagli ordinari Fondi Strutturali.

Ma di costi non soltanto si tratta: ENEA ha stimato che ogni milione di euro destinato si creerebbero 11 posti di lavoro. Data l’ingente somma di denaro, vuol dire la creazione di tantissimi nuovi posti di lavoro.

In conclusione se volessimo riassumere questo incontro, userei proprio una frase di Natalini: “La transizione ecologica spinta comporta dei costi, ma porta anche a dei risultati virtuosi e positivi

CENTO ANNI DALLA FONDAZIONE DELLA FGCI- UNA LEZIONE DI ORGANIZZAZIONE E DI LOTTA

Articolo a cura di Marco Rocco De Luca, membro dei GD Cesena e studente di Psicologia presso l’Università di Bologna.

Il 29 Gennaio del 1921 la Federazione Giovanile Socialista Italiana cambia il nome in Federazione Giovanile Comunista Italiana. Dopo la scissione di Livorno, i giovani comunisti italiani iniziano un percorso politico e organizzativo volto alla creazione di un movimento generazionale alla ricerca di un’identità all’interno della grande famiglia del Partito Comunista Italiano.

La storia della FGCI è permeata, fin dalle sue origini, dalla ricerca costante di una autonomia e di una ragione di esistenza all’interno e all’esterno del Partito. Una ricerca che dovrebbe essere significativa anche per le giovanili di oggi, che vivono in un contesto sociale, politico e lavorativo, totalmente diverso dal mondo dei blocchi. Trovare un significato di esistenza, in quest’era, è già difficile per ogni singolo individuo, figurarsi per un interno movimento.

Ma fu già Longo ad iniziare questa ricerca di senso quando, nel Comitato centrale che decise di ricostruire la FGCI, disse che essa è un «potente strumento nelle mani del Partito (…) per la realizzazione degli obiettivi del Partito». La giovanile del PCI rappresentava, già agli albori, per uno dei massimi dirigenti del Partito, un organismo funzionale proprio alla costruzione e al raggiungimento degli scopi dell’agenda politica Nazionale. Lo scopo di una giovanile, all’epoca e probabilmente anche oggi, era, quindi, quello di intercettare quel corpo chiamato, in maniera approssimativa e priva di sfumature, “i giovani” traghettandone le forze vitali ed energiche verso la dialettica e la lotta politica attiva.


Ma, se da una parte, il Partito ha riconosciuto la forza e le possibilità della FGCI, è stata la stessa giovanile a dar conferme continue e, come sostenuto da Serri, ci fu un solido nesso causale tra l’elaborazione politica della FGCI prima del ’68 e la capacità del PCI di far fronte ai movimenti giovanili successivi. Il contributo dei giovani non fu solamente anagrafico e “presenzialista”, ma fu una costante elaborazione teorica che influenzò la strategia comunista.


Ma fu proprio con la fine delle ipotesi rivoluzionarie di una parte del Partito, che la FGCI rispose alla pressante necessità di organizzare le masse e le lotte dei giovani e degli studenti. Nel rapporto di Berlinguer al congresso della FGCI del 1950 troviamo le parole che rappresentano una realtà, ma anche un’aspirazione per ogni giovanile di sinistra: «la FGCI è risorta prendendo energicamente nelle sue mani la difesa delle rivendicazioni di tutte le categorie della gioventù lavoratrice e studiosa, (…) per organizzare la lotta dei giovani operai, disoccupati, contadini, studenti e ragazze».

È proprio il concetto di organizzazione che rappresenta la via maestra da attraversare in questi anni horribiles, aldilà della pandemia, con un intera generazione cresciuta in pieno post-modernismo nell’epoca forse più individualista, disaggregata e incerta della Storia, dove, almeno in Europa, si possono vantare più di 70 anni di pace, ma, contemporaneamente una sempre maggiore atomizzazione delle opinioni e delle coscienze.

Sicuramente degli errori sono stati commessi in passato, la progressiva erosione di certezze e di concetti comunitari ha aiutato lo sfaldamento delle connessioni generazionali e intergenerazionali, ma, avendo come faro l’esperienza della FGCI, noi giovani abbiamo l’obbligo morale, se non altro perché nostra unica speranza concreta, di ricominciare un cammino di coesione, di riorganizzazione e costruzione di una proposta politica strutturata, autonoma ma in dialogo con la politica adulta e degli adulti.

Almeno per evitare di dire, fra qualche anno, con le parole di Claudio Lolli:

Io mi mangiavo le mani, però,

non mi muovevo e aspettavo Godot

perché la storia ce lo insegna: Godot non arriva, e alla fine del nostro dramma, ci sarà solo scritto: “They do not move.

VINCERE UNITI O FALLIRE DA SOLI

Solo la cooperazione internazionale può farci uscire da questa emergenza e non il nazionalismo.

Articolo a cura di Tommaso Tacchetti, studente di biotecnologie presso l’Università Sapienza di Roma.

Immaginate per un attimo di salire su un aereo per raggiungere qualche luogo di villeggiatura insieme ad un vostro amico o amica. A causa di diverse disponibilità economiche voi siete costretti ad acquistare un biglietto per la classe economica, mentre il vostro compagno di viaggio ne sceglie uno per la prima classe, per non essere privato di tutti i comfort durante un lungo viaggio. Nonostante la differenza nel servizio che vi è riservata, a voi spetta un pasto tiepido dal dubbio sapore mangiato su un sedile che vi sta distruggendo la schiena, mentre il vostro amico si gode il suo piatto gourmet su una comoda poltrona, sapete che in caso di emergenza entrambi avrete a disposizione le stesse misure di sicurezza e uno stesso trattamento da parte degli eventuali soccorritori. È ovvio che in caso di una forte turbolenza il primo dispositivo di emergenza sono le maschere dell’ossigeno che calano dal pannello superiore per tutti i passeggeri. Ma nel nostro breve esperimento mentale, la maschera di chi come voi è nella classe economica non compare subito, mentre i passeggeri della prima classe hanno chi due, chi tre, chi persino dieci mascherine a disposizione durante questa intensa turbolenza che sta facendo sobbalzare l’intero aereo.

Questo piccolo sforzo immaginativo è molto utile per comprendere ciò che sta accadendo a livello globale per quanto riguarda la produzione e soprattutto la distribuzione dei vaccini contro il SARS-CoV2. Dal precedente paragone, per quanto semplice, è chiaro che i paesi dell’occidente, USA, Unione Europea, Regno Unito, Canada e Giappone sono i passeggeri in prima classe, più ricchi e privilegiati, mentre i paesi emergenti e a basso reddito, quasi tutte le nazioni africane, e molte di quelle asiatiche, siano i viaggiatori con il biglietto di classe economica. Non è scopo di questo articolo denunciare il divario di ricchezza fra le due categorie e le sue cause, quanto mostrare gli effetti su scala globale della differente capacità economica dei vari stati di poter acquistare e distribuire sufficienti dosi di vaccini per proteggere la propria popolazione.

La storia si ripete

La pandemia causata dal SARS-CoV2 non è il primo evento di questo tipo che accade nella storia recente. Il mondo dell’informazione ha dato molto rilievo negli scorsi mesi alle somiglianze fra la situazione attuale e l’influenza spagnola, sottolineando, giustamente, la diffusione a livello globale, la severità dei sintomi e la risposta messa in campo. In realtà, per questo ultimo punto è più efficace per la nostra analisi confrontare l’esperienza dell’influenza suina del 2009-2010 causata dal virus H1N1: in entrambi i casi si è arrivati allo sviluppo di un vaccino in tempi brevi (8 mesi contro il virus dell’influenza suina e 10 mesi contro il SARS-CoV2) e allo stesso modo le prime dosi prodotte sono state quasi completamente acquistate dai paesi occidentali, in primis gli USA, impedendo l’accesso al farmaco ai paesi più bisognosi come il Messico dove furono riscontrati i primi focolai. Gli Stati Uniti avevano acquistato circa 230 milioni di dosi e di queste solo 91 milioni sono state usate, 15 milioni sono state donate ai paesi del terzo mondo e ben 71 milioni di dosi sono state distrutte.

Il filo rosso che unisce queste due emergenze sanitarie è il comportamento delle nazioni del primo mondo, che anche nel caso attuale hanno stretto accordi bilaterali con le poche case farmaceutiche produttrici per avere la priorità sulle prime dosi dei vaccini, acquistandoli prima ancora che fossero autorizzati attraverso il meccanismo dell’advanced market commitments (AMC), per cui è possibile assicurarsi una porzione delle dosi prima dell’autorizzazione. Pertanto le prime fiale prodotte, già di per sé scarse, sono state subito assorbite dal fabbisogno europeo, nordamericano e giapponese, lasciando solo una piccola frazione disponibile ai paesi a medio e basso reddito. È stato stimato che la capacità produttiva per tutto il 2021 di AstraZenecaPfizer e Moderna si aggira intorno alle 5,3 miliardi di dosi (stima che potrebbe aumentare in base al regime di somministrazione di AstraZeneca), sufficienti a immunizzare una popolazione complessiva che potrebbe variare fra i 2,6 e i 3,1 miliardi di persone. La situazione è in realtà molto diversa: Stati uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada e Giappone si sono già assicurati la metà del totale, con la possibilità di nuovi accordi per aumentare le consegne, pur avendo solo un ottavo della popolazione globale. In particolare, il Canada è riuscito ad accaparrarsi 8 dosi per ogni abitante, gli Stati Uniti circa 7, Gran Bretagna e Australia hanno accordi per quasi 6 dosi pro capite e gli stati membri dell’Unione hanno a disposizione più di 4 dosi per abitante.

Questi numeri così elevati trovano una spiegazione alla luce del fatto che lo sviluppo e la produzione di un nuovo vaccino termina spesso con un insuccesso, pertanto le nazioni occidentali hanno investito miliardi di dollari nelle poche aziende produttrici per sostenere e velocizzare i tempi della ricerca, con la garanzia che le prime fiale prodotte sarebbero state consegnate proprio ai principali investitori. In questo modo le case farmaceutiche sono in grado di ridurre i tempi per lo sviluppo di un vaccino e non essere gravate da un eventuale fallimento e gli stati che hanno investito possono contare sul fatto che se anche un vaccino non dovrebbe essere efficace ne avranno certamente almeno uno che lo è.

Da quanto detto si prospetta all’orizzonte la minaccia di quello che, a ragione, viene chiamato “nazionalismo dei vaccini”, per cui pochi grandi attori internazionali competono per risorse limitate a scapito di tutti gli altri. Bisogna inoltre considerare altri due fatti che rendono problematico produrre e distribuire i vaccini: il primo è che i vaccini a mRNA di Pfizer-BionTech e Moderna hanno una tecnologia di ultima generazione, rendendone la produzione su larga scala possibile solo in pochi stabilimenti in tutto il mondo e che questi farmaci non sono composti solo da mRNA o Adenovirus, ma contengono altre sostanze chiamate adiuvanti, la cui produzione è isolata ad alcuni paesi. Ritengo per questo, e altri motivi, che sia più corretto parlare di un “nazionalismo sanitario” che riguarda non solo l’approvvigionamento di mascherine, respiratori, test diagnostici e componenti di vaccini, ma anche il fatto che il vaccino potrà essere usato come arma diplomatica sullo scacchiere internazionale in grado di riscrivere gli attuali rapporti di forza. Da qui in poi analizzeremo alcune situazioni particolari che possono ritenersi paradigmatiche di questo comportamento e tenteremo di proporne una possibile soluzione.

Velocità di curvatura

Sebbene in altri contesti la situazione particolare degli Stati Uniti sia un buon barometro per comprendere quella globale in questo caso le cose stanno diversamente. Fin dagli esordi della pandemia la presidenza Trump ha mostrato chiari segni di egoismo nazionalista con una chiara e semplice priorità riassumibile in “Prima noi, poi gli altri!”.  Risale al marzo 2020 la notizia per cui la Casa Bianca stesse contrattando l’acquisto per circa 1 miliardo di dollari dell’industria farmaceutica tedesca CureVac, che aveva iniziato a lavorare a un candidato vaccino, facendo indignare in questo modo i vertici politici e sanitari tedeschi che considerano questo delicato settore di rilevante importanza per la sicurezza nazionale. In aprile il presidente Trump aveva invocato il Defense Production Act, che può obbligare le aziende americane ad aumentare la produzione di oggetti ritenuti di importanza nazionale e ne permette un controllo più stringente, minacciando di bloccare la esportazione di respiratori verso il Canada o il Messico. Ciò in teoria si sarebbe potuto ripercuotere in modo negativo poiché queste due nazioni avrebbero potuto impedire l’esportazione di materiali necessari alla fabbricazione di mascherine, di cui gli Usa avevano un disperato bisogno. Questo episodio ci fa anche capire quanto le catene di approvvigionamento siano globali e ramificate e renda improbabile essere autosufficienti.

Un’altra strategia messa in campo dall’amministrazione Trump è la Warp Speed Operation (WSO), con a capo Mike Pence, che ha investito 10 miliardi di dollari nella produzione e distribuzione di dispositivi di protezione, test diagnostici e soprattutto vaccini. Trump ha quindi inondato letteralmente le industrie del settore di denaro, imprescindibile per poter continuare la sperimentazione, ma ha strumentalizzato questa operazione ai suoi meri fini elettorali. L’ex-presidente aveva infatti annunciato un vaccino sicuro ed efficace entro novembre, giusto in tempo per le elezioni, e aveva aspramente criticato con un tweet la Food and Drug Administration per voler rendere più stringenti i criteri di approvazione di un candidato vaccino, considerando ciò un atto di congiura nei suoi confronti. Sebbene gli stessi tecnici americani non siano sicuri sull’effettiva efficacia di questa operazione nello sviluppare un vaccino, è indubbio che Trump abbia personalizzato e politicizzato un processo che avrebbe dovuto essere apolitico e guidato dalla sola scienza. Infine il nazionalismo sanitario statunitense si evince dall’assenza degli USA nell’alleanza COVAX, il cui scopo è garantire un accesso equo e sostenibile ai vaccini per gli stati membri.

Vaccini e relazioni internazionali

Che il vaccino sarebbe diventato un nuovo strumento diplomatico per cambiare i rapporti attuali era prevedibile fin da subito, ma due casi sono degni di approfondimento, quello inglese e quello cinese.

Il Regno Unito, nell’ultimo anno di permanenza nell’UE, ha voluto dimostrare come la Brexit e la piena sovranità siano la soluzione migliore ad un’eventuale crisi globale. A dicembre il segretario dell’istruzione Gavin Williamson aveva affermato: “Abbiamo ovviamente il miglior sistema di regolazione!”. Sebbene questa sia una sola dichiarazione è molto esplicativa; il governo inglese ha deciso si agire autonomamente per autorizzare i vari vaccini, permettendo l’inizio della campagna vaccinale prima degli altri paesi europei.  Inoltre ha permesso l’uso del farmaco di AstraZaneca prima ancora di FDA o EMA poiché era il frutto anche degli sforzi dell’università di Oxford e quindi simbolo di orgoglio nazionale. La proclamazione di una fantomatica vittoria sugli altri da parte del governo inglese non tiene assolutamente conto che lo sviluppo dei vaccini è un risultato collettivo e senza nazionalità: il prodotto di Pfizer è stato ideato da due scienziati turchi, emigrati in Germania, sostenuti da un’industria americana e fabbricato in Belgio. Questo a riprova che la soluzione alla pandemia è solo globale.

Se da un lato l’occidente ha sperimentato la nuovissima tecnologia del mRNA per produrre alcuni vaccini, dall’altro la Cina è ancora rimasta ad una tecnologia primitiva e poco duttile che però non le ha impedito di creare ben 3 vaccini, due che usano il virus attenuato e uno con vettore ad adenovirus. Lo scopo principale del Dragone è usare il vaccino per risollevare la sua immagine internazionale che ha subito un notevole declino. La Cina è stata fin da subito accusata di aver tenuto nascosta la diffusione del virus e spera di poter rimediare offrendo al mondo i suoi vaccini. Nel mirino del soft power cinese sono presenti principalmente paesi asiatici, africani e sudamericani che sono rimasti esclusi dalla distribuzione dei vaccini avocati quasi completamente dai paesi occidentali. Tra questi troviamo Egitto, Indonesia, Malesia, Messico, Turchia e Brasile e altri ancora e con essi la Cina ha stilato accordi per effettuare i test clinici di fase 3 e per avere una distribuzione preferenziale dei suoi vaccini. È molto probabile che quando il mondo supererà la pandemia gli equilibri geopolitici saranno molto mutati, anche a causa della poca lungimiranza dei paesi occidentali.

Exit strategy

La cooperazione internazionale nella ripartizione dei vaccini non è necessaria solo moralmente, ma soprattutto economicamente per evitare la distruzione delle supply chain globali e inutili conflitti internazionali. È ovviamente comprensibile che i governanti pensino prima ai propri cittadini e potrebbe sembrare un suicidio politico, anche dal punto di vista elettorale, voler cedere le proprie dosi a paesi poveri. Ma se c’è una cosa che abbiamo imparato da un anno a questa parte è che non possiamo ritenerci intoccabili dagli eventi lontani da noi e pertanto non possiamo pensare di tornare a una vita il più normale possibile se le nazioni intorno a noi sono ancora piegate dal virus.

Se l’occidente si accaparra la maggioranza del siero cosa rimane a tutti gli altri? Poco e niente, per lo meno nelle prime fasi della vaccinazione. Ma all’orizzonte qualcosa si muove ed è l’alleanza globale COVAX. Questa è uno strumento di cooperazione internazionale messo in atto da enti governativi, come l’Unione Europea, organizzazioni internazionali come la GAVI, l’Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione, e la CEPI, Coalizione delle innovazioni per la preparazione alle epidemie e no-profit come la Fondazione Bill e Melinda Gates. Lo scopo della COVAX è consegnare ai paesi a basso e medio reddito ben 2 miliardi di dosi di vaccini entro la fine del 2021. La sua missione è nobile, ma fin dalla fondazione questa alleanza sembra purtroppo destinata a fallire. A gennaio 2021 COVAX aveva raccolto 700 milioni di dosi, nemmeno la metà del suo obiettivo, e solo 300 di queste erano davvero disponibili, le restanti 400 milioni sono degli advanced market commitments. Le criticità della sua azione risiedono in due motivazioni principali: la prima è che la partecipazione a COVAX non impedisce agli stati membri di siglare accordi bilaterali con le case farmaceutiche, quindi si ha una paradossale competizione interna per il vaccino e inoltre questa alleanza non è riuscita a coinvolgere grandi attori internazionali quali gli USA, che potrebbe aderire con Biden presidente,  e la Russia che avrebbero portato risorse non indifferenti al raggiungimento degli obbiettivi.

Sebbene lo scopo e la funzione di COVAX siano assolutamente necessari, la cooperazione globale dovrebbe basarsi su una maggiore partecipazione degli stati e dell’industria, in modo tale da rendere la produzione di vaccini il più flessibile possibile e evitare la distruzione delle supply chain. AstraZeneca e Novovax hanno infatti ingaggiato produttori internazionali come il Serum Institute of India, che potrebbe diventare il maggior produttore in assoluto di vaccini. Inoltre, data l’alta probabilità di fallimento di molti candidati, la produzione dovrebbe puntare sui vaccini che già sono stati autorizzati e di cui si conosce l’efficacia e quindi evitare inutili sprechi di risorse economiche. L’esempio è in casa nostra: per quanto il governo possa sponsorizzare il vaccino “tutto italiano” di Reithera, avrebbe molto più senso iniziare la produzione di altri tipi di siero. Oltre ad agire è necessario anche creare un sistema di controllo sulle forniture mediche di vario genere, per non ripetere quanto visto a marzo e aprile, quando i paesi dell’Unione avevano impedito l’esportazione di mascherine e ventilatori. Tale sistema avrebbe il compito di aumentare la trasparenza e coordinare lo sforzo internazionale.

In conclusione, abbiamo potuto constatare quanto sia necessaria un’azione globale tale da permettere una rete di produzione e distribuzione flessibile e geograficamente distribuita per assicurare a tutto il mondo non solo la consegna del vaccino, ma anche per prevenire le prossime minacce pandemiche e per ottenere ciò si ha bisogno di trasparenza, fiducia negli enti coinvolti e accesso all’informazione.

GENNAIO ’21 – LA MORTE DI MACALUSO E LA NASCITA DEL PCI

Articolo a cura di Enrico Verdolini, segretario dei GD Emilia-Romagna.

Sindacalista, sette volte parlamentare, giornalista. Segretario regionale della CGIL Sicilia ad appena 23 anni, dopo aver guidato le battaglie della Camera del Lavoro di Caltanissetta. Esponente di lungo corso del Partito Comunista Italiano, dove ha militato a fianco del Presidente Giorgio Napolitano, nell’ala migliorista del Partito. Direttore de L’Unità quando il giornale usciva in edizione straordinaria, mentre tutta Italia era col fiato sospeso, dopo l’ictus che sul palco di Padova aveva ridotto in fin di vita il segretario Enrico Berlinguer. 

Non ci si può confrontare con una personalità come quella di Emanuele Macaluso, che ha attraversato così intensamente il Novecento, senza confrontarsi con quella che è stata l’esperienza del PCI. A maggior ragione, questo vale perché Macaluso ci ha lasciato nel gennaio del 2021 e il suo funerale è stato celebrato esattamente lo stesso giorno della ricorrenza del centenario della scissione di Livorno e della nascita del Partito Comunista Italiano.

Emanuele Macaluso e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
(foto Corriere)

«Un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, Un Paese colto in un Paese ignorante». Pier Paolo Pasolini aveva espresso pubblicamente la propria fiducia nel PCI, nonostante un rapporto non sempre idilliaco, e lo aveva descritto con queste parole. Quando poi Pasolini morì, mentre le circostanze della morte suscitarono scandalo in una parte dell’Italia benpensante, il PCI si fece carico della sua eredità e, spezzando ogni tabù sulla sua omosessualità, ne curò direttamente l’organizzazione dei funerali: le esequie di Pasolini, come ricordato da Chiara Valentini, rappresentano forse uno dei pochi casi di funerali di partito allestiti in Italia.

Questo episodio, la rottura del tabù su Pasolini, può esser aiuto a chi, come me, non ha vissuto quegli anni, per capire quello che ha rappresentato per la nostra società l’esperienza del PCI. Sarebbe quasi rituale richiamare i momenti della Guerra di Spagna, della clandestinità sotto il fascismo, delle Brigate partigiane Garibaldi, dell’Assemblea Costituente, il contributo che il PCI ha dato alla nascita e allo sviluppo della Repubblica nel nostro Paese, il suo attaccamento alla democrazia. Meno rituale è, invece, riflettere su come quello stesso Partito abbia determinato la rottura di molti altri tabù, imprimendo una spinta decisiva al progresso della nostra società e accompagnandone per mano l’emancipazione, fino alle soglie del nuovo millennio.

In fondo, sono proprio questi elementi di rottura che, più di tutti, sono rappresentati dall’intera vita di Emanuele Macaluso: il venir meno della condizione di marginalità in cui si trovavano tanti lavoratori e lavoratrici italiani; la rottura di quel tabù che, per secoli, li aveva visti esclusi dalla possibilità di aver voce nella comunità politica.

Macaluso stesso ha ricordato il senso della rottura di questo tabù in uno degli articoli pubblicati nel suo blog, Em.ma. in corsivo, il 28 febbraio 2017: «Sì, sono migliorista. E lo sono perché ho dedicato la mia vita a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. (…) Se non si lotta per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori parlare di socialismo vuol dire fare sono chiacchiere».

Questa grande sforzo di acquisizione di consapevolezza e di partecipazione delle persone comuni che ha attraversato la storia del P.C.I. è stato fondamentale nella rottura dei tabù sociali e nel contribuire ad allargare le basi democratiche del nostro Paese: una Repubblica senza PCI sarebbe stata, probabilmente, una Repubblica più povera, in cui una parte importante della popolazione sarebbe rimasta a guardare, senza riuscire a essere realmente protagonista della dialettica democratica pubblica.

L’abbattimento del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica e la svolta della Bolognina hanno determinato il venir meno di un altro tabù, la conventio ad excludendum, che per decenni ha condannato all’opposizione parlamentare un partito che era arrivato, nel suo momento più alto di consenso, a rappresentare in Parlamento un italiano su tre.

 In questi giorni sono state rese pubbliche dall’Huffington Post Italia alcune pagine di «Comunisti a modo nostro»: è l’ultimo lascito di Emanuele Macaluso, un libro scritto assieme a Claudio Petruccioli, in cui pure il tema del PCI è chiaramente ricorrente. Nelle pagine finora pubblicate, Macaluso ha riflettuto sulla strada intrapresa dalla sinistra post-comunista dopo il cambio del nome del PCI, una direzione in cui l’obiettivo principale è stato proprio quello di assumere responsabilità di governo. «Era vero che la sinistra comunista era stata esclusa dal governo e quindi il problema principale di questo gruppo dirigente fosse quello… Ma è diventato un obiettivo esclusivo, trascurando quasi completamente i processi sociali e culturali che maturavano nella società. (…) Non ci sono più grandi obiettivi, né risposta agli interrogativi su dove va la società. (…)».

Quello messo in luce da Emanuele Macaluso in questo suo ultimo contributo è, probabilmente, un altro dei tabù che, chi si riconosce nella sinistra italiana, è chiamato a fronteggiare: come fare per restituire linfa a quegli spazi di partecipazione, di incontro e di elaborazione che sembrano, in qualche modo, essersi inceppati?

Non si possono chiaramente riproporre quegli stessi schemi utilizzati nel Novecento, quei modelli di partiti che hanno caratterizzato un’altra epoca e non sono, chiaramente, replicabili.

Sta a noi saper cogliere questa sfida. Senza essere anacronistici, senza farsi intrappolare da nostalgie per strumenti irripetibili, occorre far tesoro degli insegnamenti che il PCI, così come le altre culture della sinistra italiana del Novecento, quella socialista di Pietro Nenni, Lelio Basso e Sandro Pertini (qui, volutamente, mi fermo), quella mazziniana, quella cattolica progressista dei Giuseppe Dossetti e degli Aldo Moro, sono state in grado di trasmetterci.

Rompiamo anche quest’ultimo tabù: facciamoci carico della missione di restituire passione per la politica, aprendo nuovi spazi di democrazia, combattendo quelle battaglie che sappiamo già di perdere, portando avanti quelle idee che sono giuste ma minoritarie nel Paese, convincendo gli altri della loro bontà, perché questo è l’unico modo possibile per cambiare in meglio la società in cui viviamo. Altre strade, nel futuro, non sembrano essere percorribili, se vogliamo restituire alla sinistra quella forza propulsiva che ha sempre avuto.

THE OTHER SIDE OF THE ATLANTIC – IL MOMENTO DELLA SVOLTA

Articolo a cura di Tommaso Bonaiti.

Sono state settimane decisive per il futuro degli Stati Uniti d’America e forse del mondo: sull’onda dell’entusiasmo democratico che già aveva consegnato questo Stato a Joe Biden alle Presidenziali, e forse anche grazie alla sfiducia instillata dallo stesso Trump tra gli elettori repubblicani riguardo alla validità ed efficacia del processo elettorale, il 5 gennaio gli attesissimi ballottaggi per i due seggi senatoriali della Georgia (normalmente i due Senatori di ogni Stato vengono rinnovati in anni diversi, ma in questo caso si teneva un’elezione supplettiva dovuta a una dimissione per motivi di salute) hanno visto la vittoria dei candidati democratici, cioè Jon Ossoff, in precedenza produttore di documentari investigativi su casi di corruzione e discendente di Ebrei russi emigrati per sfuggire a dei pogrom, e il pastore afro-americano Raphael Warnock, da molti considerato il successore morale di Martin Luther King, essendo il pastore di quella stessa Ebenezer Baptist Church di Atlanta che era stata la parrocchia del leader del movimento per i diritti civili negli anni ’50 e ’60

Questa doppia vittoria consegna al Partito Democratico una risicatissima maggioranza al Senato, dove si è venuta a creare una situazione di pareggio, con 50 seggi su 100 controllati da ciascuno dei due principali partiti americani, che potrà però essere sbloccata durante le procedure di voto dal ruolo di tie-breaker riservato alla Vice-Presidenza, a cui la Costituzione assegna automaticamente il ruolo di Presidente Pro-Tempore del Senato con diritto di voto in caso di parità. È probabile dunque che vedremo molto spesso Kamala Harris intervenire in aula per sciogliere delle situazioni di parità, ma in questa nuova situazione veramente sul filo del rasoio saranno anche decisivi i senatori centristi di entrambi gli schieramenti, in particolare il democratico Joe Munchin III della West Virginia, storicamente di sinistra sui temi economici ma estremamente conservatore sul piano dei diritti civili, e nel Partito Repubblicano Mitt Romney dello Utah, Lisa Murkowski dell’Alaska e Susan Collins del Maine, tuttə e tre nemichə politichə di Trump o perlomeno in rapporti abbastanza problematici con l’ex Presidente.

Non sarà dunque semplice per i Democratici portare avanti la propria agenda politica, ma questa vittoria sicuramente rappresenta un importante passo avanti, insieme al mantenimento della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e alla conquista della Casa Bianca. E d’altra parte il grande punto di forza di Joe Biden dovrebbe essere proprio la capacità di dialogare anche con i Repubblicani, sia per le sue posizioni politiche comunque relativamente centriste e moderate, sia per le sue personali doti di empatia e capacità di mediazione.

Il giorno successivo, il 6 gennaio, mentre arrivava l’ufficialità dei risultati georgiani, si sono verificati invece gli eventi che probabilmente abbiamo visto tutti, e che hanno dato la scossa definitiva all’impasse istituzionale che si era creato in seguito alle elezioni. Mentre il Congresso, Camera e Senato, era riunito a Capitol Hill per certificare i risultati elettorali di novembre e la vittoria di Biden, una variopinta e a tratti carnevalesca, ma pur sempre armata, folla di Trumpisti, Qanonisti (i sostenitori di una bizzarra teoria del complotto riguardante i più svariati crimini e manipolazioni attribuite ai dirigenti del Partito Democratico, alle star di Hollywood e ai dirigenti della macchina amministrativa americana che di recente ha preso piede su Internet), nostalgici della Confederazione, suprematisti bianchi e neo-fascisti si sono riuniti a Washington D.C. (aizzati anche da Trump tramite un discorso e i soliti post su Twitter, a quanto pare il mezzo comunicativo prediletto dall’ex Presidente per creare un senso di comunicazione diretta con la sua base elettorale), hanno preso d’assalto la sede del potere legislativo, lasciata forse volutamente sguarnita di difesa e protezione dal potere esecutivo.

Capito Hill durante l’insurrezione (foto di Reuters).

Vale la pena soffermarsi su quest’ultimo punto: durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, i centri del potere federale sono stati sempre protetti da Trump con uno schieramento di forze massiccio e militare, mentre in questo caso a Capitol Hill si trovavano solo la Capitol Police, cioè la forza di sicurezza di Capitol Hill, e la polizia del District of Columbia, non certo la forza armata più combattiva presente negli Stati Uniti (una breve ricerca su YouTube vi permetterà di trovare le immagini dell’ultimo Gay Pride di Washington, con i partecipanti che twerkano sulle auto della polizia e gli agenti che se la ridono), e in ogni caso totalmente inadeguata a contrastare un’azione eversiva di questa portata. È inoltre interessante notare che Trump si è ostinatamente rifiutato di fare intervenire ulteriori forze di sicurezza anche quando i manifestanti sono penetrati all’interno del palazzo, arrivando a occupare anche molti uffici congressuali e le stesse anticamere delle due aule, con alcuni di loro che si sono dati al saccheggio e alla ricerca di souvenir, ma con altri che fucili d’assalto alla mano e fascette di plastica alla cintura (utilizzabili potenzialmente per legare degli ostaggi) si sono trovati in un vero e proprio stand-off armato con le forze di sicurezza alle porte dell’aula della Camera.

Affinché la situazione si risolvesse e i lavori del Congresso potessero riprendere, il Vice-Presidente Mike Pence, presente in quel momento a Capitol Hill per certificare i risultati elettorali e su cui Trump aveva fatto non poche pressioni nei giorni precedenti affinché ostacolasse il processo, ha dovuto prendere una decisione assolutamente senza precedenti, anche se è passata piuttosto in sordina: scavalcando il suo Presidente ha chiesto l’intervento delle Guardie Nazionali dei due Stati confinanti con il District of Columbia, cioè Maryland e Virginia, ma un intervento di forze armate su territorio federale quale è Washington sarebbe stata in teoria prerogativa di Trump in quanto Commander-in-Chief di tutte le forze armate americane. A Mike Pence va dunque tributato tutto il merito di aver preso una decisione coraggiosa e tecnicamente incostituzionale, anche se è pur vero che il Presidente si era reso irreperibile, il che avrebbe potuto giustificare un intervento vice-presidenziale; in ogni caso, Pence ha decisamente dimostrato più carattere di quanto ne ebbe Vittorio Emmanuele III quando Mussolini fece marciare i suoi su Roma.

Una domanda sorge comunque spontanea di fronte a questi eventi: qual era l’obiettivo di Trump? Alcuni hanno parlato di un tentato colpo di Stato, ma possiamo supporre che veramente il Presidente volesse bloccare i lavori del ramo legislativo e in particolare la certificazione della vittoria di Biden con la forza? Tutto ciò è estremamente improbabile, intanto perché il Congresso può, in caso di pericolo, decidere di riunirsi a porte chiuse e in un luogo segreto, e in secondo luogo perché una mossa del genere avrebbe necessitato di un forte sostegno delle forze armate, che però Trump sapeva benissimo di non avere, visto che i principali comandanti militari americani dichiaravano da settimane che non si sarebbero fatti coinvolgere nel processo elettorale, e infatti le forze armate hanno prontamente risposto alla chiamata di Pence, cosa che avrebbero potuto anche non fare, dichiarando di prendere ordini solo dal Presidente.

Credo personalmente che in realtà Donald Trump puntasse semplicemente a intorbidire ulteriormente le acque, a costringere il Congresso a certificare la vittoria democratica di novembre a porte chiuse o, al massimo, a distruggere o far sparire i voti cartacei espressi dai Grandi Elettori dei vari Stati per scegliere il nuovo Presidente (cosa che tra l’altro è stata evitata per un pelo), in modo da esasperare i sospetti su possibili irregolarità di queste elezioni.

In ogni caso, il Presidente si è reso responsabile di una violazione senza precedenti delle regole costituzionali americane e della democrazia in generale, nonché indirettamente della morte di un agente di polizia e di quattro suoi sostenitori (di cui uno in mezzo alla calca si sarebbe accidentalmente sparato un colpo di taser nei genitali, e a cui non possiamo dunque esimerci dall’assegnare, a imperitura memoria, il premio Darwin per le morti più stupide), oltre che del ferimento di svariate altre persone. Più sul lungo termine, con i suoi incitamenti a non dare fiducia alla democrazia e all’uso invece della violenza, perché è questo che fa secondo lui un vero patriota, Trump ha definitivamente risvegliato, ma non è stata certo la prima volta che si è mosso in tal senso, alcune tendenze anti-democratiche mai sopite nella società statunitense. Tendenze che potremmo definire, per così dire, “proto-fasciste”, poiché pur non disponendo di una vera e propria struttura ideologica autoritaria, mettono al centro della propria azione politica l’uso della violenza di piazza e spesso anche di vere e proprie azioni intimidatorie e squadriste, e di cui la lunga storia del Ku Klux Klan rappresenta l’esempio più ovvio. Non dobbiamo farci ingannare dal tizio vestito da scoiattolo che guida la carica nelle vesti di sciamano del movimento qanonista, o da quell’altro che tutto sorridente si porta a casa il podio della Speaker della Camera Nancy Pelosi, o da quell’altro ancora che si fa i selfie nell’ufficio della stessa Speaker, perché il pericolo per la democrazia è stato reale e continuerà a esserlo in futuro. Non dimentichiamo infatti che pure Alberto Moravia scrisse di quanto sul momento gli sembrò buffo, goliardico e carnevalesco l’ingresso delle Camice Nere a Roma nel 1923.

Questo stato di tensione politica richiederà tempo e pazienza per essere lenita, ancora di più nel mezzo della pandemia globale che stiamo vivendo e che ha messo a nudo tutte le debolezze dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti, ma forse è una fortuna che tutto ciò si sia verificato adesso e con un’azione tutto sommato inefficace e scomposta del fronte nazional-populista. Penso infatti che populisti, nazionalisti e sovranisti di tutto il mondo, Europa compresa, guardassero con estrema attenzione a come Trump si sarebbe mosso: un qualche successo dei suoi tentativi eversivi avrebbe potuto screditare la forza della democrazia anche altrove ed essere preso a esempio da altre forze politiche ideologicamente affini, mentre il suo fallimento dovrebbe invece fungere da deterrente per chiunque sognasse di provare qualcosa di simile.

Nei giorni successivi all’attacco a Capitol Hill il sistema di potere trumpiano è infatti in buona parte crollato: non è stato di nuovo processato, per motivi puramente legati alle tempistiche dell’azione del Congresso (ma la Camera dei Rappresentanti ha comunque avviato la procedura di impeachment), e non è stato rimosso dal suo governo tramite l’applicazione del 25esimo emendamento della Costituzione perché i suoi membri hanno ritenuto inutile un simile atto di forza. Tuttavia, nelle ultime due settimane l’intera macchina governativa federale si è comportata come se il Presidente fosse di fatto destituito, facendo riferimento a Mike Pence, mentre gli insight di chi frequenta i giri giusti di Washington ci dicono che Trump si è barricato alla Casa Bianca circondato dai suoi fedelissimi, che sono perlopiù degli “yes-men” e “yes-women” che non hanno fatto altro che alimentare la sua paranoia e il suo scostamento dalla realtà, alimentando sui social persino la fake news secondo cui l’assalto al Campidoglio sarebbe stata un’azione di tipo “false flag” organizzata dai progressisti, dai democratici e in generale dalle classi dirigenti ostili a Trump per screditarlo, in modo simile a quando nel 1933 i Nazisti incendiarono il Reichstag a Berlino e diedero la colpa ai Comunisti. Per fortuna questa ennesima falsità non ha attecchito presso l’opinione pubblica, presso cui i sondaggi hanno registrato un crollo verticale della popolarità dell’ormai ex Presidente, il quale non ha saputo fare di meglio che scapparsene nella sua residenza in Florida per non partecipare, il 20 gennaio, alla cerimonia di inaugurazione del suo successore, portandosi via, in un ultimo, comico quanto disperato gesto di sgarbo, la valigetta con i codici che controllano l’assenza le nucleare americano (non preoccupatevi, quei codici sono ora disattivati e Biden ne ha di nuovi).

Joe Biden e Kamal Harris, accompagnati dal l’inno americano cantato per l’occasione da una Lady Gaga che sfoggiava un completo che sembrava uscito da The Hunger Games, hanno potuto quindi entrare in carica senza ulteriori fastidi, anche se in una Washington blindata per il timore di nuove violenze e semivuota per via della pandemia: il nuovo Presidente nel suo discorso inaugurale ha parlato della necessità di riunificare la nazione, una cosa che si dice sempre una volta che si sono vinte le elezioni, ma che in questo caso è sembrata molto più veritiera e molto meno retorica, e si è poi messo subito al lavoro firmando già nel suo primo giorno in carica ben 17 ordini esecutivi che cancellano alcune delle decisioni più dannose di Trump, che prevedono tra le altre cose il rientro negli Accordi di Parigi e nell’OMS, la fine del “travel ban” che Trump aveva imposto contro alcuni paesi a maggioranza musulmana nei primi giorni della sua Presidenza e ai finanziamenti federali per la costruzione del muro di confine con il Messico.

Ora i Democratici hanno una possibilità storica per definire la direzione in cui si muoveranno gli Stati Uniti, l’Occidente e il mondo nel prossimo futuro, e spetta solo a loro approfittarne: controllano la Presidenza e, per quanto con maggioranze ridotte, entrambi i rami del Congresso, e inoltre a breve si porrà il problema di ridisegnare i distretti elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una pratica di cui nell’ultimo decennio i Repubblicani hanno ampiamente approfittato per ottenere vantaggi elettorali. E ancora, sarà cruciale approfittare delle difficoltà dei loro avversari, poiché ora che l’establishment repubblicano è stato costretto ad abbandonare Trump al suo destino, già circolano indiscrezioni, riportate dal Wall Street Journal, della possibilità che Trump fondi un suo partito, che potrebbe prendere il nome di “Patriot Party”, cosa che spaccherebbe la Destra americana e, dato il loro sistema elettorale strutturalmente maggioritario, potrebbe compromettere in modo molto grave le possibilità dei Repubblicani di tornare al potere. Trump infatti sembra intenzionato a mantenere la sua fetta di influenza sulla politica americana e ha già dimostrato in passato, con le politiche ma anche con i suoi passati cambi di casacca tra Democratici e Repubblicani (un tempo era stato uno dei principali finanziatori dei Clinton) che non gliene importa proprio nulla della visione politica repubblicana classica e dello stesso Partito Repubblicano.

Voglio chiudere dedicando due menzioni d’onore: la prima a Kamala Harris, prima donna a salire alla carica di Vice-Presidente degli Stati Uniti, e forse in futuro anche a quella di Presidente, che si è vestita in modo molto simile alla Presidente Lisa Simpson immaginata dall’omonima serie, una scelta che dubito sia stata casuale e che perpetua l’ormai nota leggenda metropolitana secondo cui i Simpson prevedrebbero il futuro.


La seconda a Bernie Sanders, che se ne è rimasto un po’ in disparte durante la cerimonia di inaugurazione, con addosso i guantoni della nonna e lo stesso cappotto che indossa nell’immagine che è diventata una famosa base per meme spesso accompagnata dal text “I’m once again asking for…”, perché, come riportato dalla pagina Facebook Viral Memes for Quarantined Kids, “avere più di un cappotto invernale è decadenza borghese”.

Il suo atteggiamento corrucciato sembra dire: “Anche a questo giro la rivoluzione la facciamo la prossima volta”, e ci fa capire che probabilmente avrebbe sempre voluto esserci lui a giurare su quel palco, nonostante il lealissimo supporto che ha dato a Biden. Tuttavia avrà presto l’occasione di lasciare l’ impronta delle sue idee su questa Amministrazione: con la nuova maggioranza democratica al Senato infatti lo aspetta molto probabilmente la cruciale Presidenza della Commissione Bilancio, che significa che l’autorizzazione di ogni spesa del governo federale dovrà passare attraverso la sua approvazione. 

21 GENNAIO 1921-2021

Le lezioni della Storia della Sinistra

Articolo a cura di Filippo Simeone.

“L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari “
– Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 11 marzo 1921, anno I, n. 70
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La Sinistra Italiana è da sempre accompagnata da una certa satira legata alle sue diverse scissioni e sulle correnti. Forse la più iconica è quella di Guzzanti-Bertinotti sulla scomposizione molecolare per creare milioni di partitini che cambiano di continuo nome e forma per attaccare poi il nemico.
E come in ogni stereotipo, un fondo di verità c’è.

Oggi sono 100 anni dalla scissione di Livorno, la scissione dei due teatri, la scissione della fedeltà a Lenin e dei 21 punti, dove dalle frange più a Sinistra della corrente massimalista del PSI nacque il PCd’I. Si arrivava da un periodo in cui le lotte dei lavoratori si facevano con rivolte e scioperi violenti – pur se non coordinati – che ordinariamente venivano repressi dal Regno d’Italia, alcune volte con la collaborazione dei primi nuclei di camicie nere. La via massimalista era considerata troppo blanda e per i comunisti di quei tempi si doveva scegliere una componente effettivamente rivoluzionaria, proprio come in Russia nel 1917.
Era un’altra epoca, un altro mondo, dove l’ideologia era più forte della ragione.


Per noi la politica è una missione di vita per la creazione di un mondo migliore, è l’ostinazione di immaginare una società e un’economia differente da quella che viviamo. Forse lo è in modo utopico, e in certi momenti la foga sopprime il senno, ma questo non significa che la ragione sia necessariamente la soluzione migliore in certe circostanze. Le rivoluzioni nascono proprio perché c’è qualcuno che ha pensato l’impossibile.


A Livorno ci si spaccò, e pure duramente. Quella fu la scelta più drammatica, soprattutto perché il contesto politico di allora era esplosivo, ma la ricchezza culturale e intellettuale che generò fu incredibile, tant’è che credo ne stiamo vivendo di rendita ancora oggi.

Il resto è storia, potremmo ricordare tutta una serie di peculiarità e di fatti storici come la divisione della sinistra in due partiti che hanno intrapreso percorsi differenti, le loro sconfitte elettorali, la fedeltà dei liberali italiani al fascismo, la marcia su Roma, la dittatura, le leggi razziali, le persecuzioni, la clandestinità dei dissidenti politici, le lettere dal carcere di Gramsci, la guerra devastante, l’evasione in motoscafo di Pertini, Turati, Ferruccio Parri e Carlo Rosselli in Corsica, la Resistenza partigiana, la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale, le brigate partigiani che vedono unite diverse forze politiche e non solo, la Liberazione e molto altro.

Ritengo che fare speculazioni su dove ognuno di noi sarebbe stato in quei momenti sia inutile e anche infantile, perché banalmente il fervore di quegli anni non l’abbiamo mai vissuto direttamente, ma solo letto. Tutto va contestualizzato. Sicuramente l’influenza della Rivoluzione d’Ottobre e l’intervento diretto di Lenin con alcune lettere su “l’Avanti!” influenzò l’area degli ordinovisti, che si riunivano intorno al direttore Gramsci e a Togliatti, Di Vittorio, Dozza, Secchia, Terracini e molti altri. Nomi che hanno un gran fascino ancora oggi, figuriamoci allora.

Palmiro Togliatti, Segretario generale del PCI dal 1926 al 1934 prima, e dal 1938 al 1964 poi.

L’Italia è così: un unicum in tutto il mondo, soprattutto in politica. Basti pensare ai rapporti di forza tra PSI e PCI dopo la guerra. Di solito negli altri paesi occidentali questi rapporti erano pienamente invertiti e quindi per molti la Sinistra è solo la tradizione comunista, mentre dovremmo tenere tutti bene in mente che il PSI nacque nel 1892, ma i compagni italiani esistevano già da prima. Il primo a rappresentarci in una istituzione pubblica fu Andrea Costa nel 1882.
È un errore pensare di avere compagni figli di un dio minore, ed è sbagliato credersi eredi di un unico passato, peggio se si crede che quest’ultimo abbia avuto solo luci.

Ma veniamo a noi, nel 2021. Dopo 100 anni di Storia possiamo affermare che Gramsci aveva ragione: non abbiamo imparato la lezione.
Dalla Bolognina in poi non c’è stato un momento al di fuori del quale dei leader fragili abbiano portato alle elezioni partiti fragili. Attenzione: non carenti di grinta o di supporto tra la gente, ma di idee senza caratura tale da definirle ideologie, e questo lo abbiamo pagato con una continua subalternità al neoliberismo; tant’è che abbiamo proposto un capitalismo dal volto umano, illudendoci che esistesse, mentre dovevamo invece proporre un’alternativa.
Il più grande Partito della Sinistra italiana di oggi è stato frutto di una fusione in completa controtendenza, ma pur sempre fusione di pura nomenclatura che ha dimostrato i limiti di tale decisione. Nel Partito Democratico le scissioni si sono susseguite fin da subito. Le ultime sono state quelle più sentite dalla base, perché due ex segretari sono usciti (con motivazioni diverse e in momenti differenti). Per il nostro popolo è stata una ferita ancora da rimarginare.

Questo, a mio avviso, ci deve insegnare due lezioni che abbiamo dimenticato per troppo tempo perché troppo affannati a sorreggere la responsabilità della guida del Paese. Molte volte il metodo fa sviluppare il contenuto ed egemonizza la società.
La prima lezione è che Sinistra non può essere semplicemente quella forza di mediazione che rassicura e tranquillizza, perché questo porta a non voler innescare cambiamenti nella società e nell’economia laddove invece servono. Per troppo tempo ci siamo lasciati offuscare dall’ossessione del Governo, e ora ci siamo ammalati di governismo, ma noi non siamo per il mantenimento dello status quo. Noi nasciamo per volerlo ribaltare, perché ciò che vediamo non è conforme alla nostra idea di giustizia ed equità. Questo comporta fare delle scelte di campo, incarnando il vero significato di Partito, cioè scegliere una parte, essere partigiani, essere portatori di idee e istanze che magari non rappresenteranno tutti, ma che contribuiranno a costruire un modello di società. Rivolgersi a una platea variegata senza distinguo ha innescato un distacco verso le categorie da cui nasciamo: i lavoratori, i più deboli e tutti coloro che sono nati in una condizione di subalternità verso la natura o la società e che non hanno la possibilità di pagare per affermarsi ed emergere. Per citare Nenni: “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”. Tracciamo quindi una linea precisa tra chi siamo e chi vogliamo rappresentare. Molti dirigenti del passato erano contadini, analfabeti ed operai che hanno trovato nella politica un motivo di riscatto sociale, di autodeterminazione e di istruzione; ma altri venivano da famiglie ricche, addirittura di estrazione aristocratica e, nonostante ciò, hanno fatto “una scelta di vita” nel rappresentare gli ultimi, come Giorgio Amendola che ha scritto l’omonimo libro, colonna portante dei riformisti comunisti italiani.

Enrico Berlinguer, Segretario generale del PCI dal 1972 al 1984.

La seconda lezione ci insegna che le nostre idee non sono programmabili in una campagna social, in un anno, in una elezione o addirittura in una legislatura. Non siamo più abituati ai “pensieri lunghi” di berlingueriana memoria, a ragionare per generazioni o addirittura in secoli. Questo deriva forse dalla frenesia nel momento, dai media moderni e dagli eventi che precipitano nel giro di due giorni e da crisi inimmaginabili che si sedimentano nel giro di una settimana. Forse, e sicuramente è così, ma personalmente ritengo che l’individualismo si sia impossessato della Politica: ne deriva che le idee e i pensieri non sono più frutto di un ragionamento, ma appannaggio dei leader del momento, a loro volta ansiosi nel controllare il sondaggio serale e muoversi di conseguenza. Questo ci ha portato a vivere di situazionismo, rincorrere la notizia del giorno e, più che i politici, molti rappresentanti sembrano degli opinionisti, che addirittura parlano “in nome di …”, che di solito è un capo corrente. I leader scompaiono nel giro di qualche anno mentre i partiti, in quanto contenitori, vanno in base a cicli politici. Ma le idee non possono svanire. Serve evolverle, serve contestualizzarle, ma prima di tutto serve studiarle, senza mai peccare di anacronismo.

Nilde Iotti, deputata della Repubblica dal 1948 al 1999 e Presidente della Camera dal 1979 al 1992.


<< La Politica con la P maiuscola si distingue proprio per questo: sa individuare il momento in cui è necessario fermarsi, guardarsi intorno e pensare>>.

La nostra classe dirigente molte volte non è formata, ma semplicemente frutto di un reclutamento sul territorio o nella società civile che però pecca di cultura politica, la quale non è mero tecnicismo o un banale vezzo. Questa lacuna difficilmente viene colmata, perché non vi sono momenti di riflessione o scuole di formazione. Insomma, l’assenza delle “Frattocchie” si nota.
Per questa politica frenetica fermarsi a riflettere è un difetto, ma la Politica con la P maiuscola, invece, si distingue proprio per questo: sa individuare il momento in cui è necessario fermarsi, guardarsi intorno e pensare. La Politica non è per centometristi, ma per maratoneti, perché veniamo da lontano per andare ancora più lontano.

Detto questo, anche se ci sarebbe molto altro da dire – ma esistono libri vecchi e nuovi che parlano sicuramente meglio di me di queste vicende storiche e del nostro futuro – pongo solo un’altra riflessione: qual è la nostra ambizione?
Domanda semplice con risvolti pesanti e profondi, ma da cui deriva tutto. Se la risposta è “una società migliore, annullare le differenze sociali e di genere, la legalità e la solidarietà”, non serve altro che una struttura unica e seria per portare a compimento tutto ciò. Le idee ci sono, esistono e abitano nella testa di ogni persona a cui arde il petto se vede una ingiustizia. Manca una casa comune nel quale costruire questo progetto, dargli organizzazione e farla vivere tra la carne viva della società. Se la meta è così importante, allora ognuno di noi singolarmente è meno importante della meta, ma solo insieme possiamo arrivarci. Molti là fuori aspettano questo, ma anche molti tra noi.

Turati il 21 gennaio 1921 ammoniva gli scissionisti perché prima o poi sarebbero dovuti tornare sui propri passi, almeno ideologici: “ripercorrerete completamente la nostra via, e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe”.


È ora di dare un cambio di passo vero. Gli anni ’20 del secolo scorso sono stati pieni di errori: non commettiamoli nuovamente.

PS: In queste ore in cui sto redigendo il testo di questo articolo è arrivata la triste notizia della scomparsa del compagno Emanuele Macaluso. Un Faro per molti di noi, la cui scintilla dovrà essere conservata e alimentata nei prossimi anni per costruire il futuro che vorremmo. Vi lascio con le sue ultime parole, tratte dal suo profilo Facebook “EM.MA in corsivo” che esprimono perfettamente la conclusione del nostro operare: “Essere di sinistra ha avuto un senso perché ha migliorato la vita a milioni e milioni di persone. Ne è valsa la pena”.

Già, facciamo in modo che ne valga la pena, non per noi, ma per gli altri.

Filippo Simeone è responsabile welfare e politiche abitative dei GD Emilia-Romagna

RHAPSODY

La dura quarantena dei migranti: racconto di un medico che ha prestato servizio a bordo della nave Rhapsody al largo di Lampedusa.

Articolo a cura di Mattia Buttiglieri.

La pandemia globale da Covid-19 non ha fermato i viaggi della speranza dall’Africa al vecchio continente. Per tutelare la salute dei migranti e quella del paese, lo Stato ha predisposto delle “Navi quarantena”, dove appunto assistere i migranti che sbarcano agli estremi della penisola.
Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare uno dei medici che ha prestato servizio su una di queste navi, la GNV Rhapsody. Per motivi personali e per tutelare la privacy di chi prestava servizio a bordo, nonché degli ospiti, il nostro medico rimarrà anonimo.

Conoscevi la nave già prima di salirvi a bordo?

<<Ero in cerca di un impiego, mi sono quindi imbattuto in un annuncio su LinkedIn. Ho inviato la mia candidatura e sono stato ricontattato immediatamente>>.

Che scopo ha questa “nave quarantena”?

<<Mettere in quarantena i migranti che arrivano. Quasi tutti i nuovi arrivati con i barconi vengono caricati. La nave diviene poi anche un luogo in cui assistere i migranti su più sfere, da quella clinica a quella psicologica. Le modalità di carico sono diverse: il 95% degli imbarchi arrivano dall’hotspot di Lampedusa e il tampone viene fatto a bordo (si ritiene valido anche un tampone effettuato nelle 48 ore precedenti)>>. 

Tamponi dei pazienti a bordo della nave.

Per quanto tempo ci sei stato? Saresti potuto restare più a lungo?

<<Sono stato a bordo per 21 giorni. Mi è stato chiesto di prolungare la permanenza a bordo, ma ho declinato. Questa decisione è stata dettata dalla pesantezza del lavoro e dal fatto che avevo anche un’altra opportunità professionale che mi aspettava al rientro>>.

Prima di prestare servizio, conoscevi le condizioni che c’erano a bordo?

<<Mi sono buttato quasi alla cieca, condizionato dalla mia passione per la medicina e la mia vena dedita al volontariato. L’unica cosa di cui ero a conoscenza era la complessità dell’incarico a livello generale (turni estenuanti, responsabilità elevate su più fronti), tuttavia non immaginavo fino a questo punto.  Era comunque un’esperienza che non potevo farmi sfuggire>>. 

Era un impiego ben retribuito?

<<Per un neolaureato sì, direi che il compenso è ben commisurato alla complessità degli incarichi e alle responsabilità che si hanno. Sono soldi sudati>>.

Intervento di sanificazione.

Di che cosa ti occupavi personalmente?

<<Tutto ciò che a livello clinico potevo affrontare, secondo le mie competenze. Ma il compito più difficile era sicuramente legato all’organizzazione della quarantena. Lo staff medico, oltre a dover rispondere a tutte le forme patologiche che si possono verificare, ha il difficile compito di dover organizzare la quarantena per gli ospiti: non è stato facile approcciarsi con la burocrazia, ogni giorno e doversi confrontare con un carico di responsabilità che tocca anche il penale (sbagliare quarantena in eccesso può tradursi in sequestro di persona, sbagliare in difetto può invece incidere negativamente sulla situazione epidemiologica del paese). L’impegno investito nella parte clinica è paragonabile a quello investito nella parte burocratica e gestionale>>.

Mediatore culturale e capomissione mentre la nave era al porto di Palermo.

Che gerarchia “di comando” vigeva all’interno della nave?

<<Il capo missione Croce Rossa è il capo organizzativo, c’è poi un direttore sanitario, cui spetta la gestione della parte clinica. Tuttavia, queste figure devono lavorare in sinergia per il buon funzionamento del sistema “nave”.  Per esempio, se un sanitario rileva una epidemia di scabbia, deve attuare dei protocolli che non sono solo di tipo medico, ma riguardano anche tutta una complessa logistica necessaria alla funzionalità del trattamento. Si richiede quindi un costante coordinamento tra sanitari e logistici. Esiste anche la sorveglianza attiva.
Al di sopra di tutti, sopra al direttore sanitario, sopra al direttore logistico, sopra al coordinatore della Croce Rossa, c’è ovviamente il Comandante della nave. Il comandante è il riferimento massimo, su tutti i fronti. Tutto passa da lui, anche le cose più banali. Ad esempio, se un paziente necessita di cure ospedaliere, il medico o l’operatore sanitario non ha l’autorità per telefonare al 118 in autonomia. Deve prima passare per la cabina del Comandante. Al di sopra di lui c’è solo il Ministero dell’Interno.
C’è stato sempre un dialogo continuo tra equipaggio e logistici della Croce Rossa, l’intesa era molto forte, anche nell’andare al di là delle proprie mansioni previste da contratto>>.

<<A pieno carico si hanno tra gli 800 e il 1000 ospiti. E a fronte di questo volume potevamo contare solo su tre medici e due infermieri>>.

Quanti ospiti avevate a bordo?

<<A pieno carico si hanno tra gli 800 e i 1000 ospiti (numero che può variare in base agli sbarchi/imbarchi). A fronte di questo volume potevamo contare solo su tre medici e due infermieri. Credo che questa difficoltà nel reperire medici e personale sanitario sia dovuta alla durezza del lavoro; il personale medico scarseggia, inoltre fa comodo dare continuità al personale che ha già un’esperienza sul campo; tuttavia sono stato colpito positivamente dalla presenza a bordo di volontari della Mezza Luna Rossa Tunisina. Ragazzi competenti e di buona volontà, senza i quali probabilmente, avremmo dovuto fare fronte a molte più difficoltà.  Dopo una settimana di servizio mi hanno chiesto di diventare il coordinatore sanitario>>.

Procedura di imbarco di migranti provenienti dalla Somalia, in attesa della visita di triage e delle chiavi della camera.

Quali nazionalità erano rappresentate a bordo?

<<Uno spaccato molto vario. Le percentuali variavano in base agli imbarchi: all’inizio Tunisini, poi Maliani, Egiziani, Nigeriani, Eritrei e Somali. Tanti dal Bangladesh, alcuni Curdi e Siriani.

Durante la mia permanenza non si sono verificate diatribe per questioni etniche o culturali, solo litigi per futili motivi. Per poter garantire tranquillità a bordo di una nave che ospita così tante culture diverse, il lavoro del mediatore culturale è essenziale. Questa figura che non conoscevo, ma ho imparato ad apprezzare, è stata fondamentale. Persone di immenso valore che svolgevano un lavoro delicato e allo stesso tempo estenuante>>. 

A bordo vi erano anche donne? Se sì, avevano spazi riservati? (ambulatori, degenza, servizi igienici)

<<C’erano donne, sia sole che con nucleo famigliare a seguito.
Avevamo degli spazi della nave riservati alle donne non facenti parte di un nucleo famigliare, mentre gli ambulatori (se così si possono definire)  erano comuni ( ne avevamo uno per ponte). Per ciò che riguarda i servizi igienici, ogni cabina aveva il suo bagno>>.

Dipendente della Croce Rossa a lavoro con due pazienti.

Vi erano anche minori?

<<Si, anche non accompagnati (per problemi legali non sono stati più imbarcati dopo). I minori dei nuclei familiari avevano dai due mesi ai 18 anni. Erano presenti anche donne incinte, alcune con problemi di salute dovute alla traversata del deserto, o alla detenzione nei campi in Libia. Abbiamo dovuto far evacuare una piccola di sei mesi, perché non riuscivamo a nutrirla. In queste situazioni si prova qualcosa simile a un senso di impotenza, ma anche di rabbia>>.

I DPI venivano forniti in maniera adeguata ? (sia per il personale sanitario che per i pazienti)

<<Si, anche per i pazienti (mascherine e gel). Cambiavamo le mascherine ogni giorno. Durante al mia permanenza abbiamo avuto grosse difficoltà nel sopperire a un enorme fabbisogno di vestiario, soprattutto se a bordo vi erano pazienti affetti da scabbia. Gli strumenti medici erano adeguati allo scopo. In alcune situazioni si sono verificate evidenze di ospedalizzazione più o meno urgente, in questi casi non si può fare altro che assistere come si può il paziente>>.

Operazione di evacuazione di un paziente in condizioni critiche affetto da polmonite. l’operazione è durata oltre 3 ore ed è stata eseguita con l’aiuto di una motovedetta della capitaneria di porto e una scialuppa.

In rete si legge di casi in cui gli inquilini della nave effettuano atti di autolesionismo. Confermi?

<<Si, posso confermare che si sono verificati casi di questo tipo.
Questi atti di autolesionismo venivano commessi per poter fuggire dalla nave: ingestione di lampadine rotte, di lamette, di sapone, situazioni in cui veniva richiesta l’immediata ospedalizzazione (e dunque la possibilità di fuggire all’estero).  Ho parlato con una esperta avvocata di diritto dell’immigrazione, la quale mi ha spiegato i motivi alla base di questi gesti: a commettere autolesionismo erano migranti di nazionalità tunisina, i quali non avendo diritto di asilo, rischiavano il rimpatrio o il foglio di via. Nei giorni appena prima dell’inizio di questa emergenza, il presidente tunisino aveva firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio immediato. I migranti tunisini utilizzavano quindi questi “escamotage” per farsi ospedalizzare, e da lì tentare di fuggire verso altre nazioni (la Francia soprattutto).
L’emergenza è terminata grazie a un rimpatrio diretto dopo l’ospedalizzazione e a una sorveglianza più attiva>>. 

<< I mediatori culturali non si limitavano a svolgere le loro mansioni, davano tutto ciò che potevano, e anche di più. Si impegnavano anche nei turni di sorveglianza sui ponti. […] Senza di loro sarebbe stato impossibile gestire quella nave>>.

A bordo c’era uno/a psicologo/a?

<<Non ci sono stati psicologi per molto tempo, ne sono arrivati due a metà dell’esperienza.
A tamponare questa mancanza ci hanno pensato i mediatori culturali. Queste persone non si limitavano a svolgere le loro mansioni, davano tutto ciò che potevano, e anche di più. Si impegnavano anche nei turni di sorveglianza sui ponti>>.

Intervento di mediazione.

Quale è stata la cosa che ti ha colpito di più?

<<Inizio con ciò che mi ha colpito di più in positivo: il lavoro del mediatore culturale, senza di loro sarebbe stato impossibile gestire quella nave, lo ribadisco anche per ringraziarli e per mettere in evidenza questa figura professionale, che in Italia è ancora ingiustamente non valorizzata come dovrebbe.
La situazione che invece mi ha avvilito di più è avvenuta durante un imbarco: un minore non accompagnato, con il cugino, entrambi tunisini. Il cugino più grande doveva essere rimpatriato in quanto maggiorenne, ma il suo cuginetto cercava di opporsi con tutte le sue energie. Il ragazzo grande ha cercato di spiegare le proprie ragioni alla prefettura (con l’aiuto dei mediatori), spiegando loro che se fosse tornato in Tunisia senza il cuginetto sarebbe stato ucciso dalla famiglia che gli aveva affidato il loro piccolo. Mi ha stupito però, anche la profonda umanità e professionalità del prefetto, il quale ha dedicato più di un’ora (in una situazione in cui ogni minuto pesa come un macigno) a spiegare personalmente al piccolo migrante la necessità di quella scelta, facendolo salire a bordo senza resistenze. Questo prefetto ha anche lasciato al piccolo il suo numero di telefono, facendogli sapere che per qualsiasi cosa avrebbe potuto contare su di lui>>.

Paziente in attesa di imbarco.

Che cosa hai imparato da questa esperienza? Lo rifaresti?

<<È stato pesantissimo ma lo rifarei. Perché quando ci penso mi vengono in mente i ricordi belli, non quelli brutti. Sono stato felicissimo di conoscere delle persone fantastiche e preparate, non solo sanitari ma anche i mediatori, gli operai, i capi missione, l’equipaggio. Ho conosciuto gente con cui si condivide con piacere momenti di grande difficoltà>>. 

Sono Mattia Buttiglieri, ho 24 anni, mi occupo di social media nell’azienda che ho fondato insieme ai miei due amici/soci. Oltre che alla politica, devo riconoscere una parte importante dei miei interessi nella buona musica di Faber e nel mondo del manga giapponese

“IMPARATE A NON FARE PIU’ GUERRE”

Intervista a Fausto Nicolini, il figlio del partigiano “Diavolo”.

Alex Begliardi ha intervistato per Kopernik Fausto Nicolini, il figlio del partigiano Germano Nicolini, meglio conosciuto con il nome di battaglia “Diavolo”, che l’ottobre scorso purtroppo è venuto a mancare. La redazione di Kopernik ci tiene a precisare che è onorata di poter ospitare un racconto così dettagliato di una delle figure più importanti della Resistenza italiana. Buona lettura!

Signor Nicolini, quand’è che in suo padre emerse il sentimento antifascista?

<<Mio padre non proveniva da una famiglia comune di impronta cattolica. Erano contadini proprietari, benestanti, dieci fratelli. Il padre inoltre commerciava in terreni, fabbricati, vino e latte. Nessuno si interessava di politica. Lui era il più giovane, quello destinato dalla famiglia a studiare. Interrotti all’ultimo anni gli studi al Liceo classico per una malattia decise di diplomarsi ragioniere da privatista all’ Istituto Tecnico-Commerciale Cavalli-Conti di Milano per poi iscriversi alla Università Bocconi. A quell’epoca era iscritto al GUF, come tutti gli studenti universitari, ma cominciò a maturare alcune idee antifasciste frequentando le lezioni private di alcuni professori che non avevano ottemperato all’obbligo della tessera e del giuramento fascista voluto da Gentile. Si trattava per lo più di appartenenti agli ideali liberal-democratici e repubblicani. Poi fece il corso ufficiali presso il terzo Reggimento carristi di Bologna. Dal padre aveva però ereditato un sentimento “anti-tedeschista”, perché Vincenzo aveva fatto la Prima guerra mondiale, era un Cavaliere di Vittorio Veneto>>.

Nel 1943 venne fatto prigioniero dai tedeschi, come riuscì a scappare? E a tornare in Emilia? Come entrò nella Resistenza?

<<L’8 settembre 1943 la sua unità di carristi era di stanza a Roma, distaccata dopo il 25 luglio in difesa della capitale presso Tivoli. Il 10 settembre una colonna corazzata tedesca di carri Tigre si mosse contro di loro chiedendo di parlamentare. C’era una notevole sproporzione di forze in campo (4 carri leggeri italiani con solo mitragliatrice contro 20 panzer Tigre da 50 tonnellate con cannone da 88 mm e due mitragliatrici). Il Comandante italiano, un maggiore, accettò la resa consegnando le armi di fronte alla promessa degli ufficiali tedeschi di essere lasciati liberi di tornare a casa. In realtà vennero incolonnati e sotto vigilanza armata scortati verso la stazione Tiburtina. La destinazione erano i lager tedeschi. Mio padre intuì che i tedeschi avevano altre intenzioni ed approfittando di un tratto favorevole di strada riuscì a darsi alla fuga. Una famiglia di contadini gli fornì i calzoni e la camicia del figlio e dopo venti giorni di peripezie a piedi rientrò in Emilia a casa. Ma stette solo un giorno con la madre (il padre era già morto) perché c’erano già i bandi che intimavano agli sbandati dell’esercito di presentarsi al distretto militare locale, per cui prese contatto con esponenti antifascisti della zona ed entrò nella Resistenza[1]>>.

In quanto tempo divenne comandante e a che età?

<<Siamo nel 1943, aveva 24 anni. Proprio perché ufficiale dell’esercito venne nominato comandante di un distaccamento volante (il Soave), una sorta di gruppo scelto di 20-25 partigiani esperti che si spostavano rapidamente qualora vi fossero scontri a fuoco tra partigiani e nazi-fascisti. Alla fine, divenne comandante del 3° battaglione SAP della Brigata Manfredi con i nomi di battaglia di Demos, quindi Giorgio ed infine Diavolo>>.

Quali sono i principali avvenimenti dei suoi anni da partigiano?

<<Mio padre ha fatto tutto il periodo da partigiano in pianura, in zona controllata dal nemico, che è diverso che essere in montagna dove sei tu che controlli il territorio e disponi di rifugi naturali. Di giorno i partigiani si nascondevano nelle case dei contadini, famiglie che rischiavano sulla propria pelle gli appoggi e le coperture che davano ai partigiani. Ha partecipato a numerosi scontri a fuoco, due battaglie in campo aperto (Fabbrico e Fosdondo) e ha riportato due ferite. Penso che una descrizione sintetica la si possa ricavare dalle motivazioni per cui è stato insignito della medaglia d’argento al valor militare.[2] Le imprese furono tante e tra la popolazione, che ignorava l’identità vera del “Diavolo”, si formò una sorta di sentimento misto di ammirazione e mistero. Una poetessa correggese, nobile aristocratica, gli dedicherà una poesia. Il Re di Maggio, Umberto di Savoia, in visita a Correggio chiese di conoscerlo e gli offrì di entrare nella sua guardia personale>>.

Quale di questi lo ha segnato di più?

<<Certamente la morte di un giovanissimo partigiano, Angiolino Morselli, “Pippo”, medaglia d’argento al valor militare, che nella battaglia di Fosdondo si sacrificò per consentire a mio padre, ferito con una spalla lussata e impossibilitato a sparare con il mitra, di sganciarsi e mettersi in salvo, bloccando da solo l’avanzata dei nazi-fascisti. Finite le munizioni e le bombe, venne freddato mentre gridava ai nemici “vigliacchi repubblichini.”[3]  Un vero “eroe” a cui mio padre sapeva di dovere la vita e che portò sempre nel cuore, citandolo pubblicamente in diverse occasioni, compreso il discorso che tenne a Carpi il 25 aprile del 2017 alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella>>.

<<Queste famiglie che ospitavano i partigiani furono imprescindibili per la resistenza di pianura, senza di esse, che rischiavano la vita per nasconderli o aiutarli, non ci sarebbe stato scampo>>.

Ci può raccontare un suo aneddoto poco conosciuto di quegli anni?

<<Gli episodi sono tanti da poterci scrivere un libro. Direi che il “mito” del Diavolo si sia costruito anche per le sue fughe rocambolesche. La prima è quella dai tedeschi a Roma, la seconda è quella nota nella quale due donne alla finestra, vedendolo scappare zigzagando tra gli alberi, inseguito dai tedeschi che gli sparavano affermarono: “L’è propria un Dievel” e da qui l’assunzione del nuovo nome di battaglia. Ce n’è una terza meno conosciuta, ma altrettanto straordinaria. Nella clandestinità, quando ancora non era stato identificato, mio padre si recava a trovare la madre, che era malata, nella casa di Mandrio. Per precauzione però si fermava prima in una casa di vicini per osservare che non vi fossero situazioni sospette. In una di queste occasioni i tedeschi e i fascisti gli avevano teso una imboscata. Evidentemente erano riusciti, attraverso una delazione, a individuare chi era in realtà il Diavolo. Fortunatamente una ragazza che portava del latte al casello avvertì della presenza dei nazi-fascisti a casa di Nicolini e mio padre quindi decise di darsi alla fuga, non potendo mettere a repentaglio la famiglia che lo ospitava in caso di rastrellamento o controlli. C’era molta neve e decise di spogliarsi tenendo le mutande e la camicia bianca. Quindi strisciò nella neve per oltre trecento metri e una volta rialzato si diede alla fuga. I tedeschi lo individuarono ma era già distante, fuori dalla portata di tiro dei mitra. Rischiò un assideramento ma raggiunta una casa di contadini partigiani venne immerso in una mastella di acqua bollente. Queste famiglie che ospitavano i partigiani furono imprescindibili per la resistenza di pianura, senza di esse, che rischiavano la vita per nasconderli o aiutarli, non ci sarebbe stato scampo. Mio padre ha sempre detto che senza l’appoggio della popolazione la Resistenza in pianura sarebbe durata pochi giorni. Fu sempre in una casa di contadini resistenti che un giovane medico ridusse con metodi artigianali, su un tavolaccio di legno e facendogli impugnare un secchio pieno d’acqua, la lussazione alla spalla che mio padre si era procurato in combattimento.

A parte il desiderio di libertà e pace, che cosa lo spinse a rischiare la vita per combattere il nazifascismo?

<<Mio padre all’epoca non aveva una coscienza politica formata. Dopo la liberazione era considerato uno spirito libero e indipendente. Studente universitario, per alcuni considerato un liberale di sinistra, era stato avvicinato anche dalla Democrazia Cristiana per le sue origini cattoliche. Fu la convivenza con i partigiani che erano contadini, braccianti ed operai ad avvicinarlo alle idee socialiste e quindi ad accettare poi la candidatura nel Partito Comunista. La resistenza l’ha fatta perché, come militare era coerente con gli ideali di difesa della Patria e per l’anti-tedeschismo che suo padre gli aveva infuso da bambino>>.

Mi fa l’esempio di due idee che voleva vedere realizzate nel mondo che sognava nel dopoguerra che lo contrapponevano all’autoritarismo vigente?

<<Quello che sognava mio padre, i suoi ideali che vedeva ben rappresentati nella Costituzione italiana, le sue speranze sono ben descritte nel libro intervista con lo storico Massimo Storchi[4], nonché nel video-intervista prodotto dal Comune di Rio Saliceto con l’ANPI [5], e in ultimo nel capitolo a lui dedicato del recente libro di Gad Lerner.[6] Se devo però riassumere in due idee il suo pensiero direi “Giustizia e Libertà” ben rappresentate nella vignetta che un giovane , Andrea Roncaglia, gli ha dedicato alla sua morte>>.

<<Mio padre diceva: “In giro ci sono molte armi e molta fame. Proviamo a rispondere alla seconda per evitare l’uso delle prime”>>.

In un’intervista affermò che i temi guerreschi della resistenza erano quelli di cui non voleva quasi parlare, magari altre persone al suo posto si sarebbero vantate delle loro imprese, invece il Comandante era di altro parere, come mai? Tra i motivi forse perché per lui la resistenza armata è stato un mezzo, considerato un male necessario, e non un fine desiderabile ?

<<Mio padre italiano ed europeista, era un pacifista, che si è sempre sentito molto vicino agli ultimi, ai più deboli, ai fragili ed agli emarginati. Ha spiegato come questa educazione gli fosse derivata dalla madre, cattolica praticante e umile di origini, che a Natale a tavola ospitava a pranzo un povero o una famiglia di indigenti. Aveva saldi principi etici di giustizia e tolleranza verso le idee degli altri. Ha sempre affermato che “La politica non è odio.” Anche verso i suoi persecutori non ha mai espresso sentimenti di odio o rancore; rabbia sì, ma per l’ingiustizia che aveva subito e di cui non si è mai capacitato. Era restio al protagonismo ed all’autocelebrazione. La guerra per lui è stata l’estrema ratio in un momento dove bisognava schierarsi e non rimanere indifferenti. Per questo ricordava sempre il monito di Giacomo Ulivi, studente di 19 anni fucilato dai fascisti nel novembre 1944. [7] Per questo non ha mai voluto enfatizzare la componente bellica della Resistenza richiamando spesso al termine resistente e non partigiani, e includendo tra i resistenti i caduti di Cefalonia, i militari italiani internati nei lager perché si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò, la popolazione civile che si era schierata a supporto, gli intellettuali incarcerati o mandati al confino che poi furono la spina dorsale della Costituente. E questo non solo pubblicamente. Quando ero bambino e incuriosito gli chiedevo delle sue gesta eroiche mi riprendeva dicendo: “La guerra è sempre una brutta cosa, per tutti; per i vinti e per i vincitori. Imparate a non fare più guerre”>>.

Dov’era il 25 aprile del 1945? Come aveva trascorso quei giorni?

<<Il suo distaccamento entrò in Correggio il 22 aprile. La sera prima si era raccomandato con i suoi partigiani che non avrebbe tollerato vendette, ritorsioni e nessuna violenza[8]. Per questo venne poi nominato dal governatore americano della bassa Adam Janette, capitano dell’esercito americano, comandante della piazza di Correggio. Fu una scelta giusta visto che mio padre in più episodi si oppose a giustizie sommarie e linciaggi>>.

Ha sempre detto: “Non possiamo comportarci come loro (i fascisti), siamo diversi, abbiamo combattuto per questo.”

In diverse occasioni dimostrò di essere un antifascista vero, mettendo in pratica azioni e idee contrapposte all’essenza del fascismo, opponendosi a discriminazioni e violenze sommarie, me ne può raccontare brevemente una poco nota?

<<Ha sempre detto: “Non possiamo comportarci come loro (i fascisti), siamo diversi, abbiamo combattuto per questo.” Un episodio è descritto nel libro di Pansa (che però non lo cita) [9] in cui pistola alla mano allontana un comandante partigiano che voleva prelevare dal carcere di Correggio alcuni fascisti senza alcun mandato del CLN e che gli dirà: “Sei rimasto un fascista, ci sarà un colpo anche per te”. Quei fascisti salvati andarono a testimoniare al processo di Perugia a favore di mio padre, attestandone la dirittura morale. Ci fu anche l’episodio del 23 aprile dove, montando una mitraglietta su una Topolino scoperta, fermò una folla inferocita che voleva assaltare il carcere di Correggio per vendicare la strage di Canolo[10]. Ci sono altri episodi, meno noti, che riportano bene l’etica garantista di mio padre. Una è la testimonianza di un giovane della X MAS catturato dai partigiani del suo distaccamento cui mio padre evitò la fucilazione[11]. Oppure quello delle uova offerte anche ai giovanissimi soldati tedeschi catturati, tra lo stupore delle contadine che le avevano portate ai partigiani.[12] È poi storicamente riconosciuto che mio padre fu uno dei pionieri della riconciliazione fin dall’inizio. Non solo per umanità ed etica ma anche per senso pragmatico: l’episodio della mensa del reduce aperta anche ad ex fascisti (che non si erano macchiati di crimini) subito dopo la liberazione contro il parere di molti del Partito Comunista e Socialista aveva anche una impronta pragmatica: “Diceva: in giro ci sono molte armi e molta fame. Proviamo a rispondere alla seconda per evitare l’uso delle prime”.  Tenendo ben distinti i concetti di chi nella guerra civile aveva avuto ragione e chi torto. Un altro aneddoto che non è mai stato pubblicato ma che mio padre mi ha raccontato è questo. Quando era comandante della piazza era stato incarcerato il podestà di Correggio, che però oltre a non essersi macchiato di crimini, negli ultimi tempi aveva collaborato di nascosto coi partigiani. Era un soggetto esposto a vendette in un clima esasperato di rancore: per fare comprendere a tutti che non andava toccato mio padre una sera lo prese sottobraccio e lo accompagnò a piedi a casa, per dimostrare alla popolazione che era sotto la sua protezione. Per questo è stata una sofferenza enorme portare per decenni il marchio infamante dell’omicida e lo stigma di uomo crudele che gli era stato sapientemente attribuito dai suoi persecutori approfittando del soprannome di battaglia. Proprio lui che era stato il più garantista, che si era sempre dimostrato fedele ai principi della convenzione di Ginevra e si era speso anche a rischio della propria incolumità per impedire giustizie sommarie>>.

Com’è stata la sua esperienza da sindaco?

<<Del suo mandato so poco, d’altronde si parla di pochi mesi essendo stato eletto il 28 dicembre 1946 ed arrestato il 14 marzo 1947. All’epoca era il segretario dell’ANPI. Uno storico locale ha rievocato le modalità di quella elezione. Mio padre era stato eletto consigliere comunale. Il sindaco in carica Arrigo Guerrieri si dimise per motivi personali. Il Partito Comunista, la Federazione di Reggio, aveva un proprio candidato, anche lui ex comandante partigiano. Un candidato per il Partito certamente più affidabile di Nicolini che alcuni descrivono come un liberal-socialista con troppa indipendenza, troppa personalità e senza un passato da militante. Ma il prestigio del Diavolo tra i correggesi è grande e viene apprezzato anche dall’opposizione. La riprova è che il 28 dicembre 1946 viene eletto con 20 voti favorevoli su 25 votanti ricevendo anche consensi da consiglieri della Democrazia Cristiana. Questo è un particolare importante perché dimostra quanto fosse aberrante la montatura costruita sulla figura-stigma del Diavolo che poi venne portata avanti dai suoi persecutori. Don Pessina era stato ucciso il 18 giugno 1946. Nicolini viene eletto sei  mesi dopo sindaco anche coi voti dei democristiani. Quindi non era vero che si trattasse di un efferato e crudele criminale. I correggesi questo lo sapevano bene e nessuno credeva nella colpevolezza di Nicolini. Tutti a Reggio conoscevano la dirittura morale del comandante Diavolo. I suoi persecutori lo sapevano bene: di qui la strategica operazione di spostare il processo da Reggio a Perugia, attraverso indebite pressioni su Ministri, dove si poteva meglio gestire la propaganda colpevolista e intimidire i testimoni della difesa. Nonostante ciò, alcuni non si fecero condizionare: come il ragionier Paterlini, all’epoca segretario della DC, il capitano americano Adam Janette, i fascisti salvati dal Diavolo subito dopo la liberazione, tutti testimoni della difesa. Ma la macchina della propaganda era già partita: il capitano Vesce ricevette dal vescovo Socche la commenda pontificia di Cavaliere di S. Silvestro il 21 febbraio 1951 prima della sentenza di appello; il vescovo Socche ricevette da Peron in Argentina un’alta onorificenza per la sua lotta ai comunisti; Peron nella campagna elettorale utilizzò manifesti con lo “spauracchio” del Diavolo “sindaco comunista” che ammazzava i preti. Il cerchio era chiuso, tutti avevano avuto i loro benefici dalla condanna di un innocente>>.

E infine una domanda personale a lei Fausto, cosa ne pensa della canzone dei Modena City ‘Al Dievel’? Cosa prova quando la ascolta?

<<Saremo sempre grati ai MCR perché questa canzone, che io giudico molto bella (ma sono di parte) ha fatto da volano tra i giovani per diffondere e far conoscere “la vicenda del comandante Diavolo.” Durante la prima fase del COVID, durante il lockdown, il 25 aprile 2020 i MCR hanno cantato dalle finestre e dal balcone del Municipio di Reggio. Una delle canzoni dopo Bella Ciao è stata “Al Dievel – la marcia del Diavolo.” Ora che mio padre non c’è più posso solo commuovermi e continuare a ringraziarli ogni volta che vorranno ricordarlo nei loro concerti>>.

Alex Begliardi, nato a Reggio Emilia nel 1996, da sempre appassionato di storia e politica, dopo il liceo scientifico, e la laurea in Economia diventa politicamente attivo e parte per andare a vivere in Australia per un breve periodo, dove condivide l’esperienza con persone provenienti da tutte le parti del mondo. Scrive sporadicamente per ‘Il Portico’ rivista locale e lavora in Banca come cassiere, oltre all’attivismo politico come giovane democratico.

Fausto Nicolini è il secondogenito di Germano, nato nel 1958 dopo l’uscita dal carcere. La primogenita Riccarda è nata nel marzo 1947, tre giorni dopo l’arresto del padre. Già Consigliere e Assessore regionale prima ai Servizi Sociali e poi alla Sanità, in seguito Dirigente nella Cooperazione è deceduta nel 2007. Fausto, medico pediatra, è in pensione dal luglio 2020. In passato ha ricoperto diversi incarichi nella Azienda Sanitaria di Reggio (Direttore di Pediatria, di Distretto e di Presidio Ospedaliero). Negli ultimi 10 anni è stato Direttore Generale nonché docente in convenzione nell’Università di Modena e Reggio. Coniugato con Paola ha due figli, Stefano e Francesca.


[1] Questo episodio è ben descritto nel libro Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani, & C. 2005) nel quale un capitolo è dedicato a mio padre (pag. 180-201)

[2] Ufficiale dell’Esercito, dopo l’8 settembre 1943, fuggiva dalla cattura ed entrava in formazione partigiana, a difesa della Patria invasa. Durante il lungo periodo di appartenenza alle formazioni e nelle numerose azioni di combattimento dimostrava brillanti doti di organizzatore e di comandante, sprezzante di ogni pericolo. La sua opera è stata giudicata cospicua, perché svolta in difficili condizioni, in zona di pianura costantemente controllata dal nemico. Considerato uno dei migliori combattenti della resistenza reggiana.

[3] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani, & C. 2005) – pag.194

[4] Germano Nicolini con Massimo Storchi – Noi sognavamo un mondo diverso. Imprimatur Editore, 2012

[5] “Non camminiamo da soli”,  Intervista a Germano Nicolini il comandante Diavolo – Comune di Rio saliceto, 2015

[6] Gad Lerner e Laura Gnocchi – Noi partigiani. Memoriale della Resistenza italiana. Ed. Feltrinelli, 2020

[7] “No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto ciò è successo perché non ne avete più voluto sapere.” (G. Ulivi)

[8] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani,  & C. 2005) – pag.188

[9] G. Pansa – Il sangue dei vinti. Ed. Sperling & Kupfer, 2003, pag.320

[10] Volti di Libertà di Alessandro e Denis Fontanesi (Edizioni Bertani,  & C. 2005) – pag.188

[11] “Io, ragazzo di salò devo la vita al Diavolo”- Pierluigi Ghiggini, Giornale di Reggio, 2 settembre 2010

[12] I miei 100 anni di vita drammatica – Massimo Sesena, Gazzetta di Reggio, 26 novembre 2019