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SCUOLE SUPERIORI E COVID: GLI ERRORI DEL PASSATO LI STIAMO RIPAGANDO OGGI.

Articolo a cura di Lorenzo Fabbri, responsabile scuola dei GD Emilia-Romagna

Chi l’avrebbe mai immaginato? Nel 2020 il tema della scuola è tornato galla, anche se per rivederlo sul proscenio del dibattito pubblico c’è voluta una pandemia. Ora, sarebbe troppo semplice catalogare il problema della scuola come dovuto all’emergenza sanitaria e solo e soltanto a quest’ultima. La realtà è molto più complessa.

La verità è che negli anni si è seminato poco, anzi, nulla, e adesso la politica si barcamena tra locali non idonei, trasporti vecchi, presidi e docenti disorientati e famiglie e studenti arrabbiati. Negli anni infatti si è assistito ad uno smantellamento del tessuto territoriale scolastico che ha reso i presidi locali (ex provveditorati) sempre più incapaci di rispondere alle esigenze riguardanti l’edilizia scolastica e la risoluzione delle piccole e grandi problematiche. A questo si aggiungono decine e decine di riforme che, accavallate l’una sull’altra, hanno dato vita a una realtà scolastica italiana confusa, con grandi disuguaglianze tra regioni e province differenti e con limiti strutturali in alcune realtà veramente preoccupanti.

Con questo triste quadretto ci siamo presentati di fronte all’emergenza del Covid-19, la quale sta ponendo difficoltà enormi nello svolgimento della didattica. Volendo essere pratici le esigenze, in questa emergenza, sono tre: garantire la salute degli studenti, delle studentesse e del personale scolastico; diminuire al minimo la possibilità che essi diventino vettori di contagio nelle famiglie (particolarmente in quelle realtà dove vivono sotto lo stesso tetto diverse generazioni, esponendo al rischio di contagio persone anziane); e al contempo preservare una didattica, per quanto possibile, ordinaria e integrale.

La verità è che, questo momento molto difficile potrebbe trasformarsi, volendo, in un’opportunità: una grande opportunità. Partendo dalla necessità di strutturare una didattica online al 75/100% sarà infatti necessario aumentare le competenze informatiche sia degli studenti sia dei docenti e cominciare a concepire internet come un’effettiva risorsa alla didattica, da mantenere ed eventualmente utilizzare in futuro per una scuola sempre più al passo con le tecnologie contemporanee. In secondo luogo sarà fondamentale al più presto sanare tutte quelle barriere di natura economica che si frappongono – in questo caso alla DAD, ma più in generale all’accesso alle risorse indispensabili per la scuola – per le fasce della popolazione meno abbienti. Un paese che vuole avere un ascensore sociale tangibile non può permettersi di lasciare ragazzi senza materiale didattico.

Un capitolo gigantesco dovrebbe riguardare l’edilizia scolastica: troppo poco si è fatto. Gli spazi devono essere idonei per andare incontro alle esigenze didattiche ma soprattutto devono essere sicuri. Un paese che si reputa occidentale non può esimersi dall’avere scuole le cui strutture siano impeccabili e affidabili. Per far questo sarà necessario ristabilire il tessuto territoriale, basato su una condivisione integrale con le categorie interessate. Il problema delle “classi pollaio” non dovrà essere dimenticato e bollato come superficiale. Queste ultime, infatti, rendono spesso e volentieri l’apprendimento più difficoltoso per gli studenti (specialmente nei primi anni della scuola secondaria) e impediscono ai docenti un lavoro più meticoloso e specifico nei confronti del singolo studente.  

Il tema della didattica a distanza sta dividendo pesantemente l’opinione pubblica. I temi e le critiche a riguardo sono diverse e le obiezioni delle famiglie sono sicuramente fondate. Oltre ad una evidente problematica dei rapporti sociali, vi è infatti una difficoltà oggettiva per il tempo lungo da trascorrere al computer. Inoltre permane un problema di accesso alle risorse online per ancora troppi studenti delle scuole superiori. A tutto questo va aggiunta una problematica che l’ultimo DPCM ha prodotto: ovvero quella dei laboratori. I laboratori, infatti, sono rimaste le uniche attività da potersi svolgere in presenza, producendo, in particolare per alcuni istituti che li hanno come curriculari. A questo proposito si potrebbe attuare una turnazione specifica per queste attività, concentrandole per esempio in una singola giornata per ogni classe. Così si eviterebbero eccessi di persone nelle scuole e al contempo carichi eccessivi sui mezzi pubblici.

Ecco appunto, i mezzi pubblici. Altro tema sparito per anni dai dibattiti televisivi e dalle prime pagine dei giornali. La pandemia ci ha fatto capire quanto vecchio e obsoleto fosse, tanto il parco dei mezzi pubblici in Italia, quanto l’organizzazione dello stesso. Erano anni che gli studenti di alcune città, anche in Emilia Romagna, segnalavano problemi giganteschi in particolare nel raccordo delle varie città con i comuni e le frazioni limitrofe, ma ovviamente tutto era di volta in volta passato in cavalleria. Se comprare nuovi mezzi in questo momento non è fattibile (ci vogliono infatti più di tre anni dall’acquisto alla messa in funzione), sarebbe auspicabile perlomeno coinvolgere il trasporto privato una volta che verrà ripristinata una qualche forma di presenza nelle scuole superiori.  

Sperando che la didattica possa ritornare in presenza nel più breve tempo possibile sarà fondamentale sfruttare il tempo che, purtroppo, ci vede costretti a distanza, per pianificare una scuola che, alla ripartenza, sia più interattiva, inclusiva ed organizzata. L’Italia ce la può fare, l’Italia ce la deve fare.  

L’INSOSTENIBILE “PESANTEZZA” DELL’ESSERE…DONNA!

Articolo a cura di Miriam Masone, membro della segreteria provinciale Giovani Democratici Bologna.

Oggi un governo può permettersi un atteggiamento meno drastico nei confronti della violenza domestica e sessuale rispetto a quello contro il terrorismo perché, nonostante l’impatto di movimenti come #MeToo, gli stupri non minano la sua legittimità”.


Lo storico e saggista Harari, in “21 lezioni sul XXI secolo”, lancia una fortissima provocazione agli Stati occidentali. Il paradosso di quanto un terrorista in un solo istante incuta molta più paura ed insicurezza pubblica degli stupri, che in silenzi assordanti serpeggiano nelle case, negli uffici, nelle scuole e nelle (quasi) stanze di tutto il mondo.
Le aule di tribunale, troppo frequentemente, si traducono in giudizi, prove agghiaccianti e superflue: dagli indumenti femminili, alla procace o meno sensualità, sempre alla ricerca di un movente vecchio stampo in cui, invece, la virilità maschile è pregna di giustificazioni e palliativi.
Le leggi tutelano ma, quasi sempre, dopo uno straziante interrogatorio, dopo l’umiliazione ulteriore di domande nauseabonde ed indiscrete. Questo comporta una forza psichica molto forte: la stessa che, spesso, è già stata sottratta nell’atto violento che la donna supinamente è stata costretta a subire.

La società è ancora vittima di un retaggio culturale patriarcale molto radicato nella nostra tradizione. Una donna vittima di violenze, infatti, non riceve sempre compassione (partecipare al suo patire), ma spesso è vittima pure dello sdegno collettivo avventato nel giudicare e puntare il dito, soprattutto, quando una donna ha, come unica scelta, l’abbandono del tetto coniugale.
Sì, molte donne non solo sono costrette a subire lividi, ferite e segni sul loro resiliente corpo, ma private anche della loro casa ed indotte ad allontanarsi – se ci sono- anche dai propri figli, nel tentativo di salvare la propria vita.

Quando quell’ossessione di possesso si tramuta in un corpo martoriato ed abusato e non c’è più, subentra, nella maggior parte dei casi, lo stalking. Il pedinarla in messaggi che celano delle scuse volgari ed ipocrite fino a tramutarsi in aggressivi appellativi. Il pedinarla nella vita giornaliera, conoscerne le scelte, i movimenti, la libertà professionale, individuale, penetrando nella riservatezza di una donna alla conquista della propria indipendenza che pian, piano prova a ricostruire quella dignità che un pseudo-uomo ha provato a sottrarle.
Nei teatri peggiori la tragedia si conclude con la morte oppure il tentato omicidio della persona, e quell’abominevole giustificazione che soliamo sentire e subire sovente “perché l’amava troppo”.

Chi ama, ama soprattutto la libertà dell’altro, in cui ha riposto la propria fiducia ed affetto, e quindi quel sentimento tanto nobile non può declinarsi assolutamente in schiaffi, pugni, stupro.
Le donne hanno la loro integrità fisica e morale al pari degli uomini, e non sono un oggetto che accondiscende i piaceri primordiali, perché hanno libertà di scegliere i momenti in cui concedersi all’altro, chiunque egli sia. Non è soggetta ad alcuna vendita o contratto che le imponga di asservire i bisogni di un uomo. Neppure il matrimonio.

I movimenti femministi sono tanti e l’emancipazione straordinaria che abbiamo ottenuto negli anni è sintomatica di una rivalsa del mondo femminile. Questo è evidente che non basti, come non è sufficiente dedicare il 25 novembre alla “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” per conteggiare in sole 24h quante di noi subiscano crude umiliazioni, se non diventa un impegno quotidiano e costante per la costruzione dell’auspicata pariteticità.
In Italia – come riporta RaiNews – ogni tre giorni muore una donna vittima di violenze ed è un dato aberrante, che non dobbiamo in alcun modo ignorare. È un urlo di allarme molto forte.
Noi non vogliamo ostinatamente urlare amore, ma rispetto, comprensione e collaborazione. Alle urla di una donna osteggiata della propria dignità non dovremmo voltarci mai dall’altra parte. Dobbiamo emarginare gli aggressori, indicargli un percorso terapeutico o centri per uomini maltrattanti, affinchè possano curare la propria frustrazione ed incapacità di amare, rispettare l’altro sesso.

Le donne non sono il “sesso debole” e dovrebbero comprenderlo uomini e donne. Non abbiamo nulla di debole, ma abbiamo sia splendide menti che caratterizzano il nostro intelletto e ci consentono di assumere grandi consapevolezze, e sia la grande forza attrattiva e seducente del nostro corpo. Queste sono le nostre vere forze, la saggezza e la bellezza, e lo dimostreremo ancor di più quando smetteremo di colpevolizzarci dinanzi ad un sopruso, ma ci indigneremo e denunceremo solidariamente tutte le violenze subite e che, purtroppo, continueremo a subire.
Non sottovalutiamo nemmeno l’aggressione verbale: lo sferzare aggettivi crudi, viscidi, denigratori, perché sono troppo frequenti quando si parla su una donna che ci è poco simpatica o con la quale si è avuto uno screzio.

I dati Istat del 2020 indicano un incremento di chiamate al 1522 – numero anti-violenza e stalking promosso dal Consiglio dei Ministri e dal Dipartimento pari opportunità – del 73% rispetto all’anno precedente, secondo un’analisi che attribuirebbe a tale fenomeno non un aumento delle violenze, ma maggiori campagne di sensibilizzazioni che avrebbero indotto le donne a sentirsi meno sole e chiedere aiuto.
Questo significa che solo insieme, donne ed uomini, possiamo attraverso una rete solidale sradicare la cultura dello stupro e della violenza di genere.

CHILE DESPERTÓ, MUNDO DESPERTÒ – IL CILE SI È SVEGLIATO, IL MONDO SI È SVEGLIATO

Articolo a cura di Andrea Fortini, segretario dei Giovani Democratici Faenza.

Una grande scritta proiettata sulla torre Telefónica, che domina la piazza: “Renace”.
Dopo la vittoria del No del 1988, che ha posto fine alla dittatura di Pinochet, la notte del 25 ottobre un collettivo di artisti ha festeggiato così la vittoria del Sì al Referendum tenuto in Cile per abolire la Costituzione vigente e redigerne un’altra.

Dalla fine del regime di Pinochet infatti sono passati trent’anni e, anche se ciò che è passato dovrebbe essere passato, la Costituzione che fino ad un mese fa costruiva e gestiva la vita pubblica del Paese era la stessa redatta nel 1980 sotto quel famigerato regime autoritario.

Sì, fino a un mese fa, perché ora quella Costituzione è stata finalmente stracciata. Il risultato del Referendum Popolare di domenica 25 ottobre ha visto il 78% dei cittadini cileni favorevoli alla redazione di una nuova Carta Fondamentale.

Già da un anno erano iniziate le rivolte, precisamente il 18 ottobre, quando una protesta studentesca per un modesto aumento delle tariffe della metropolitana è deflagrata in un movimento molto più ampio, rallentato, ma non certo fermato dall’emergenza coronavirus.

Ma si proceda per gradi. È veramente soltanto una lotta contro ciò che resta di un regime morto e sepolto, come dimostrano di pensare molti rappresentanti politici del pensiero democratico anche italiano, oppure c’è anche dell’altro? Cosa può insegnare a noi un fatto che è successo oltre-Oceano?

Come ogni evento epocale non è isolato, ma frutto di un’evoluzione storica, anche questo non fa eccezione.

La notizia del colpo di stato di Pinochet sul quotidiano italiano “Avanti”.

La Costituzione del 1980, abolita con il referendum di un mese fa, viene dopo la stagione repressiva della dittatura militare. È figlia del tentativo di Pinochet di normalizzare il paese. Negli anni 70 infatti il regime mise da parte lo strumento della violenza sistematica per mettere mano all’economia. In particolare si confrontò con le teorie economiche dei Chicago Boys, un gruppo di economisti che auspicavano la liberalizzazione del sistema economico, sotto l’insegna di privatizzazioni diffuse. Tutto ciò tolse vigore agli ultimi sprazzi di opposizione grazie alla veloce crescita economica che ne conseguì.

Dall’esterno il periodo florido del Paese fu interpretato come un “miracolo cileno”, ma i problemi rimanevano intatti, anzi per le classi meno abbienti si aggravavano: la disoccupazione era a livelli molto alti e la distribuzione del reddito rimaneva fortemente squilibrata.

Il castello di carte cominciò a cedere subito all’inizio degli anni ’80 con la rivalutazione del peso, la moneta cilena, e il conseguente freno delle esportazioni. Per la prima volta rialzarono la testa gruppi di protesta, anche violenti, che contribuirono a minare la stabilità della Giunta Militare.  Alla fine del decennio ci fu un’accelerazione degli eventi: nel 1987, sull’onda delle proteste, il governo autorizzò la creazione di partiti politici in vista del Referendum del 1988, che doveva decidere se permettere a Pinochet di continuare il proprio mandato o meno.

La Nazione gli rispose con un secco No e i partiti vincitori chiesero subito una riforma della Costituzione per una “transizione consensuale verso la democrazia”.

Il 14 dicembre del 1989 ebbero luogo le prime elezioni presidenziali libere e democratiche.

Da allora sono passati trent’anni e alla guida della Nazione si sono susseguiti 5 figure politiche e due schieramenti, uno di centro-sinistra, l’altro di centro-destra. Nessuna delle due fazioni però, per necessità o scelta, avviò un nuovo processo costituente. Una peculiarità quindi della rivoluzione culminata un mese fa è stata indiscutibilmente questa: il successo delle richieste popolari è stato possibile grazie ai movimenti piuttosto che ai partiti. Le vecchie organizzazioni di massa, accusate della corruzione dilagante e delle gravi difficoltà economiche degli strati più poveri della popolazione, non sono più in grado di farsi forza delle energie che naturalmente nascono all’interno della società civile. Come quando un’onda di uno tsunami si avvicina, prima si sente un leggero vento, poi il mare si ritira e infine compare l’onda inesorabile all’orizzonte, così è stato in Cile: si cominciarono a vedere i fuochi della rivolta già all’inizio del 2000, prima sporadici, poi sempre più frequenti e infine travolgenti. Col passare dei mesi e degli anni i gruppi sparsi si sono fatti sempre più coesi e organizzati, tanto da formare assemblee organizzate, soprannominate “cabildos abiertos”. Da qui nasce la comune esigenza di un nuovo patto costituzionale e il 15 novembre del 2019 finalmente viene annunciato l’accordo parlamentare per il Referendum popolare: si sarebbe deciso se superare o meno la Costituzione vigente e si sarebbero scelte le modalità per eleggere la nuova Convencion costituente.

Proprio qui però c’è la seconda fondamentale peculiarità di questa vicenda. Questo primo annuncio di accordo non venne accolto dai cabildos con la soddisfazione che ci si aspettava. Infatti la critica principale che i manifestanti muovevano a quell’accordo era di carattere sociale. Ad esempio secondo i rivoltosi la scelta parlamentare di fissare il quorum delle decisioni della futura Convencion a 2/3 avrebbe bloccato sul nascere il dibattito sui temi più conflittuali: la lotta alle disuguaglianze e i diritti sociali. Ecco il tassello mancante che gli esponenti, anche italiani, del pensiero prettamente democratico non hanno colto: la questione sociale.
Come abbiamo visto già nel paragrafo sopra, la Costituzione del 1980 non è soltanto il simbolo dell’oppressione politica attuata da Pinochet, ma anche un vessillo vivente delle politiche liberiste che hanno impoverito gran parte del Popolo cileno. Basti sapere che, secondo dati pubblicati nel 2019 dalla CEPAL, all’1% più benestante fa capo più del 26% del PIL nazionale cileno. Basta pensare all’inadeguatezza del salario minimo, fissato a 320,5 mila pesos, l’equivalente di nemmeno 350 euro, o al fatto che tutti i servizi sono privati e non accessibili ai più (L’art. 19 della Costituzione del 1980 privatizza di fatto tutti i servizi essenziali).
Non è assolutamente un caso che le lotte abbiano unito così tanti attori sociali, dalle rappresentanze studentesche ai sindacati. È in atto una rivolta contro un sistema economico e politico gerarchico e chiuso alle classi meno abbienti.

Questi due fattori, la crescente sfiducia nei confronti dei partiti di massa tradizionali e la rivolta contro un intero paradigma economico ci devono far pensare. Non sono questioni soltanto cilene.

In tutto il mondo le vecchie organizzazioni politiche non svolgono più il ruolo che spetterebbe loro, organizzare le masse, tanto che si creano movimenti autogestiti come i Fridays For Future, il Black Lives Matter e le varie associazioni di pressione su tematiche particolari. In tutto il mondo si pone la questione di come rivedere i meccanismi di partecipazione dei cittadini e i corpi intermedi (partiti, sindacati ecc). Certamente la risposta non è replicare l’esperienza cilena, ma studiarla per la Sinistra diventa fondamentale per il ruolo che i movimenti autogestiti stanno acquisendo in quel contesto.

Non sono soltanto questioni cilene neanche il dilagante prosperare delle diseguaglianze sociali e i continui sintomi di rivolta nei confronti di questo modello economico liberisteggiante.

Per questo il 25 ottobre è epocale: non soltanto perché, come ricordano giustamente alcuni, viene superato definitivamente Picochet, ma anche perché da lì si riaccende una miccia universale per tutti: non si possono calpestare impunemente i diritti sociali senza che il Popolo si ribelli. Rappresenta un invito a tutti coloro che si professano di Sinistra ad occuparsi della cosiddetta questione sociale con il coraggio di proporre modelli economici alternativi.

Che fallisca o meno, questo è un appuntamento con la Storia, un messaggio per noi di Sinistra, il quale ci deve vedere vigili e pronti a reagire con energia, uniti, per la libertà e la giustizia sociale. 

L’EMERGENZA PSICOLOGICA DIMENTICATA DALLA POLITICA

Oltre all’emergenza sanitaria ed economica c’è anche quella psicologica, ma nessuno ne parla e la politica ha scelto di non occuparsene

Articolo a cura di Francesco Nasi, responsabile della scuola di formazione dei GD Emilia-Romagna.

C’è un grande assente nei talk show televisivi, nei post sui social, nei discorsi dei politici e nei bollettini quotidiani provenienti dal fronte anti-COVID: la depressione. Una parola che fa ancora tanta paura e di cui tante persone sanno ancora troppo poco. Un po’ perché c’è ancora chi pensa che sia semplice tristezza, un po’ perché parlarne comporta aprire quell’inquietante vaso di pandora che è la nostra mente. Eppure, data l’estensione del problema, di depressione avremmo dovuto parlarne a lungo durante questi mesi di emergenza sanitaria. I più colpiti sono stati, innanzitutto, i malati gli affetti da Covid19. Secondo uno Studio del San Raffaele, il 28 % dei pazienti era affetto da disturbo post-traumatico da stress, il 31 % da depressione e il 40 % da ansia. Quasi la metà dei pazienti (42 %) ha sofferto d’ansia, mentre uno su cinque ha mostrato sintomatologia ossessivo-compulsiva.

Ma ad essere affetti non sono soltanto i contagiati. Le misure restrittive, la paura per la propria salute o per quella dei propri cari e l’incertezza verso il futuro hanno avuto un effetto significativo su tutta la popolazione e, soprattutto, sui giovani. Un report dell’OECD ha spiegato come stress, ansia e solitudine stiano colpendo soprattutto i ragazzi e le ragazze i tra i 18 e i 29 anni. In base ai dati raccolti da Eurofund, il 28 % dei giovani ha avuto difficoltà ad affrontare i problemi della propria vita, 1/5 si è sentito solo e il 16 per cento completamente a terra o depresso. Dato più preoccupante, più della metà dei giovani intervistati ha mostrato sintomi da rischio depressione in base ai cinque criteri dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Le dinamiche che si vanno a intrecciare sono numerosissime: dal licenziamento di chi aveva un lavoro precario, all’impossibilità di studiare per chi non può accedere alle aule studio, alle relazioni sociali e lavorative vissute nella stessa stanza e dallo stesso schermo, andando così a mescolare i confini tra vita privata e vita pubblica e creando ulteriore confusione mentale. La situazione è ovviamente più grave per chi vive in spazi ristretti e senza possibilità di uscire, magari in famiglie numerose o, peggio, con situazioni spiacevoli o violente. Molto spesso ci si trova allora soli con sé stessi e la propria ansia, troppo stanchi o disillusi per pensare a un’alternativa mentre la tristezza ci pervade, fino a diventare la nostra compagna quotidiana e a sfociare nella depressione.

La pandemia nega lo spazio della socialità proprio nel momento della vita in cui ragazzi e ragazze ne avrebbero più bisogno, ma nega anche il loro diritto al futuro: la totale imprevedibilità di questa situazione impedisce ai giovani di elaborare progetti, di andare a studiare all’estero, o di iniziare finalmente a lavorare una volta completati gli studi. Chi magari si era preparato per anni per ottenere una determinata posizione, se la vede scivolare via tra le dita. Insomma, come cantava Ligabue: “Ci hanno promesso un grande futuro / e poi ce l’han tolto c’han detto scusate.”

Senza futuro, ci si prova a rifugiare nell’eterno presente dei social media: ma numerosi studi (tra cui il bel libro della psicologa americana Jean Twenge “Iperconnessi”) hanno dimostrato come un uso eccessivo di queste piattaforme sia altamente deleterio per la salute mentale. Anche se il tema non è trattato dai media, molte persone si sono mobilitate. In Italia è nato Gli Psicologi Online, un progetto di supporto psicologico gratuito alla popolazione durante l’emergenza Covid che riunisce più di 120 professionisti. Tanti gruppi e associazioni locali (soprattutto di medici e psicologici) hanno poi scritto articoli e linee guida su come affrontare la sfida alla salute mentale della pandemia: tra le più riuscite c’è una guida dell’Organizzazione Mondiale per la Salute intitolata Fare ciò che conta nei momenti di stress: Una guida illustrata, che riassume e spiega alcuni consigli pratici per sconfiggere l’ansia nelle situazioni difficili (fare spazio, essere gentili, radicarsi, agire secondo i propri valori).

Ciò che manca quasi del tutto, invece, è una presa di coscienza da parte delle nostre istituzioni nazionali, a cominciare dal governo ma anche dei partiti della maggioranza, Partito Democratico compreso. Fatta eccezione per poche voci (come quella di Elena Carnevali, capogruppo alla Camera in Commissione Affari Sociali) mancano prese di posizione, scelte politiche nella giusta direzione e, soprattutto, un piano strutturato per affrontare quello che è sempre di più un problema estremamente grave. Una campagna di sensibilizzazione seria e strutturata, che passi dal servizio pubblico e che sia percepita come convincente e accattivante dai giovani, può essere un primo passo.

THE OTHER SIDE OF THE ATLANTIC: LA NOTTE PIÙ LUNGA

Articolo a cura di Tommaso Bonaiti, membro della segreteria regionale dei GD Emilia-Romagna.

Dopo un impeachment, ben due ondate di coronavirus, oltre 200.000 morti e milioni di contagiati, mesi di proteste e disordini a sfondo sociale e razziale, la nomina della giudice tradizionalista e conservatrice Amy Comey Barrett alla Corte Suprema a pochi giorni dalle elezioni nonostante un precedente contrario creato dai Repubblicani nel 2016. E in generale dopo un anno estremamente caotico dove poteva sembrare che la situazione gli fosse sfuggita di mano, ecco che nella notte più lunga e decisiva della storia recente degli Stati Uniti, forse più ancora di quella del 2016, anche alla luce di un’affluenza che pare destinata a segnare un record per gli ultimi 100 anni, Donald Trump è ancora vivo politicamente, con la Casa Bianca che pare destinata a sfuggirgli per pochissimi voti, talmente pochi che ricorsi e riconteggi sembrano molto probabili.

Joe Biden, il candidato democratico, sembrava avere un vantaggio più solido di quello con cui quattro anni fa Hillary Clinton si presentava al giorno delle elezioni. I sondaggi lo mostravano in una posizione non solo migliore rispetto a quella di Clinton nel 2016, ma anche molto meno oscillante e quindi meno soggetto a impreviste fluttuazioni statistiche.

L’andamento del vantaggio di Hillary Clinton nel 2016 e di Joe Biden nel 2020 su Donald Trump.

È vero che nelle elezioni presidenziali americane conta vincere il voto nei singoli Stati, non quello complessivo dell’intera nazione, in una sorta di sistema maggioritario ponderato per la popolazione di ciascuno Stato, ma anche da questo punto di vista Biden sembrava in netto vantaggio, con Trump costretto a non perdere quasi nessuno dei cosiddetti Swing States, cioè gli Stati considerati contendibili. Addirittura la pagina Facebook Elezioni USA 2020, da anni specializzata nel seguire la politica americana, aveva stimato un possibile risultato ottenuto considerando cosa accadrebbe se i sondaggi nel 2020 fossero altrettanto sbagliati, a favore dei Democratici, di quanto lo fossero nel 2016, e i risultati sono più che eloquenti.

Il risultato delle elezioni presidenziali 2020 se i sondaggi fossero stati altrettanto sbagliati che nel 2016.

Già sulla East Coast – dove i seggi chiudono prima e i dati arrivano in anticipo rispetto agli altri – i Democratici avevano a disposizione tre veri e propri match point rappresentati da Florida, Georgia e North Carolina, tutti Stati dove i sondaggi prevedevano un leggero vantaggio democratico. Tuttavia, dalle proiezioni basate sui primi risultati reali la vittoria di Trump è apparsa subito certa in Florida e molto probabile in Georgia e North Carolina. Il risultato nel primo di questi Swing State potrebbe essere stato influenzato dalla scelta del Presidente uscente, in passato residente nello Stato di New York, di spostare qui la propria residenza e dalla sua capacità di attirare l’elettorato ispanico, che spesso è molto religioso e quindi socialmente conservatore e che proprio in Florida comprende una grossa fetta di esuli cubani che votano a destra principalmente per tradizione anticastrista. La Georgia e la North Carolina, invece, dopo essere state per molte ore considerate ormai come probabili vittorie repubblicane, sono tornate in bilico nel corso della notte, quando è emerso che i voti anticipati espressi di persona o via posta stavano venendo conteggiati dopo quelli espressi durante l’Election Day, e non prima come inizialmente previsto. difatti, ci si aspettava che i voti anticipati fossero più favorevoli ai Democratici, più preoccupati e sensibili alla pandemia di coronavirus, mentre i Repubblicani avrebbero votato in massa nel giorno delle elezioni. La situazione ha raggiunto vette altissime quando si è scoperto che in particolare ad Atlanta, grande metropoli della Georgia e roccaforte democratica, il conteggio dei voti anticipati era rimasto indietro a causa della rottura di un tubo dell’acqua.

Sono arrivati da subito segnali contrastanti anche da quegli Stati del Midwest che avevano consegnato la vittoria a Trump quattro anni fa, cioè quelli che compongono la cosiddetta Rust Belt, il cuore industriale degli Stati Uniti ormai in declino a causa della globalizzazione dell’economia e della delocalizzazione e robotizzazione della produzione industriale. Per esempio l’Ohio – che nel 2016 si era spostato in modo deciso verso il Partito Repubblicano – che qui aveva vinto di 8 punti percentuali, è apparso subito in bilico, il che avrebbe dovuto far ben sperare i Democratici per quanto riguarda gli altri Stati della regione, cioè Michigan, Winsconsin, Minnesota e Pennsylvania. Il sondaggista Nate Silver, fondatore del sito di analisi elettorale FiveThirtyEight e considerato un’autorità del settore, sostiene infatti che la Rust Belt negli ultimi decenni ha sempre mostrato una tendenza elettorale comune nelle elezioni presidenziali. Tuttavia soprattutto il Michigan e il Wisconsin sono sembrati inizialmente andare verso Trump (il Minnesota invece si è confermato la solida roccaforte democratica che è sempre stata fin dai tempi di Ronald Reagan), finché non si è scoperto che anche lì i voti anticipati espressi in massa dalle grandi città come Detroit stavano venendo conteggiati per ultimi e non per primi come previsto, creando quindi l’illusione di una possibile vittoria repubblicana che con l’avanzare dello scrutinio si è dissolta. Questi due Stati sono al momento assegnati a Joe Biden, ma il margine di vittoria è risicatissimo, smentendo così i sondaggi che prevedevano un’affermazione non bulgara, ma comunque comoda dei Democratici e aprendo la strada alle richieste di riconteggio dei Repubblicani.

Un discorso a parte merita la Pennsylvania. Qui convivono due realtà: la solidissima roccaforte democratica rappresentata – anche grazie a una popolazione a maggioranza afroamericana – dalla città portuale di Philadelphia e un entroterra industriale in declino che nel 2016 ha consegnato questo Stato a Trump Qui era previsto che venissero contati prima i voti dell’Election Day e poi quelli anticipati, ma i primissimi risultati sono andati a favore di Biden, poi Trump ha cominciato a rimontare fino ad accumulare un vantaggio che a un certo punto ha toccato i 700000 voti (più di 10 punti percentuali), ma mancano ancora buona parte dei voti di Philadelphia e dintorni, ma per ribaltare il risultato di questo Stato a Biden servirà vincere di oltre 50 punti percentuali di distacco su Trump in questa zona, cosa difficile ma non impossibile, appunto perché le grandi città votano in massa per i Democratici. In ogni caso, potrebbero volerci giorni per conoscere il risultato finale della Pennsylvania, se non settimane, poiché durante la campagna elettorale Trump e i Repubblicani hanno paventato in continuazione il rischio di irregolarità e addirittura di brogli a favore dei Democratici proprio attraverso il voto via posta, arrivando al punto di compiere una vera e propria operazione di sabotaggio dello US Postal Service, con tagli al personale e scene emblematiche in cui le postazioni dove imbucare la posta in partenza e quindi anche i voti anticipati venivano smantellate e portate via da appositi furgoni, e di presentare in tribunale varie richieste di limitare il più possibile questa opzione, per esempio restringendo la finestra temporale entro cui devono arrivare i voti via posta per essere considerati validi, richieste che però in Pennsylvania sono state perlopiù respinte.

Trump già nella notte aveva reclamato una chiara vittoria in Georgia, North Carolina, Michigan, Winsconsin e Pennsylvania, cercando di screditare la validità del voto anticipato e puntando così a ottenere una vittoria mediatica che gli permetterebbe – facendosi forte anche del fatto che gli Americani sono abituati a conoscere il risultato delle presidenziali già il giorno dopo le elezioni – di chiedere di chiudere il conteggio e presentare come illegittimo e quindi contestare un eventuale ribaltone dovuto al voto via posta che al momento viene conteggiando per ultimo quasi ovunque, con la prospettiva di portare il caso di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti, dove il Presidente uscente ha nominato ben tre giudici dando così ai Repubblicani una netta maggioranza.

Tuttavia nel Sud-Ovest i Democratici – che non sono riusciti a prendere il Texas che però è diventato finalmente contendibile – sembrano destinati a conquistare l’Arizona, un tempo solida roccaforte repubblicana che ora ha cambiato orientamento a causa di fattori demografici comuni a tutta l’area del Sud-Ovest, cioè immigrazione da altri Stati di persone laureate e forza-lavoro qualificata e crescita della componente ispanica della popolazione, che qui è fortemente solidale con gli immigrati dell’ultima ora a causa della vicinanza con il confine con il Messico. A questo si aggiungono i violenti scontri che si sono verificati tra Trump candidato Presidente prima e Presidente poi e il popolarissimo Senatore dello Stato John McCain, eroe di guerra sopravvissuto a cinque anni di prigionia in Vietnam e candidato repubblicano perdente contro Obama nel 2008 che è poi morto nel 2018 di tumore al cervello, ricevendo funerali di Stato in Campidoglio: la vedova McCain, infatti, ha dato un endorsement, cioè una dichiarazione pubblica di sostegno, a Joe Biden, e questo avrà sicuramente spostato molti voti. 

Con l’Arizona democratica e un’eventuale tenuta di Trump in Pennsylvania, si prospetta addirittura la possibilità di un pareggio nel numero di Grandi Elettori (cioè i delegati che effettivamente vanno a votare, in genere vincolati de jure o de facto al voto popolare del proprio Stato, il Presidente) tra i due candidati. In questo caso a essere decisivi i distretti congressuali del Maine e del Nebraska: questi due Stati, a differenza di tutti gli altri assegnano i propri Grandi Elettori in blocco al candidato che prende più voti al proprio interno, ne assegnano due al vincitore nello Stato e uno ciascuno ai vincitori dei singoli distretti congressuali. Il Maine, a maggioranza democratica, ha però un distretto rurale che potrebbe essere vinto dai Repubblicani, mentre i Democratici potrebbero vincere, nel Nebraska repubblicano, il distretto dove si trova la città di Omaha. Se i Repubblicani tenessero entrambi questi distretti e si arrivasse a un pareggio, ci troveremmo davanti a una situazione che si è presentata solo due volte nella storia degli Stati Uniti, di cui una nel 1824 e l’altra nella serie House of Cards: il Presidente sarebbe scelto dalla Camera dei Rappresentanti, che esprimerebbe però un solo voto per ogni delegazione statale (i 53 deputati della California, per esempio, esprimerebbero un singolo voto dopo aver deciso fra di loro per quale candidato esprimerlo). In questo caso sarebbe decisiva la composizione della Camera eletta contemporaneamente al Presidente, ma è probabile che prevarrebbero i Repubblicani, i quali a meno di una ondata di voti per i democratici che evidentemente non c’è stata (o meglio c’è stata, ma è stata bilanciata da un’ondata quasi uguale da parte dei Repubblicani), controlleranno la maggioranza delle delegazioni statali, dato che i Democratici tendono ad eleggere molti deputati negli Stati più popolosi. Al momento però Biden avrebbe vinto il secondo distretto del Nebraska (mentre quello del Maine sarebbe andato a Trump), il che potrebbe portarlo a una vittoria al cardiopalma con 270 Grandi Elettori contro i 268 di Trump, ma renderebbe comunque inutile un ricorso e un riconteggio in Pennsylvania, anche se il Presidente uscente potrebbe sempre richiederli pure in altri Stati dove si trovasse a perdere di misura. 

In sintesi, la ormai probabile conquista dell’Arizona, del distretto in bilico del Nebraska, l’incertezza sull’assegnazione della Georgia e la rimonta ormai completata in Michigan e Wisconsin sembrerebbero far propendere l’ago della bilancia a favore di Joe Biden, dopo una prima parte della nottata in cui il conteggio tardivo dei voti anticipati e delle grandi aree urbane aveva creato una sorta di miraggio in cui sembrava che il Presidente avesse fatto un colpo ancora più grosso di quello del 2016. Nulla però è ancora deciso, perché Trump ha dimostrato ancora una volta di saper rimescolare i pronostici della vigilia, con una buona metà del paese che nonostante tutto ha continuato a sostenerlo con entusiasmo e con una consistente fetta del suo elettorato che continua tenacemente a sfuggire alle rilevazioni dei sondaggisti, come dimostrano i sondaggi che si sono rivelati ancora più sballati che nel 2016 in molti Stati decisivi, anche se forse questa volta non basteranno a consegnargli la vittoria.

The Donald appare dunque più combattivo che mai e pronto ad alzare il livello dello scontro con l’apertura di una vera e propria crisi costituzionale che si giocherà su due livelli: uno giudiziario, portando nelle aule di tribunale e, come detto, fino alla Corte Suprema ogni possibile ricorso e ricconteggio; l’altro popolare, con la mobilitazione di piazza dei suoi sostenitori, anche loro decisamente agguerriti e quanto mai abituati a dimostrazione spettacolari e sopra le righe, quando non decisamente intimidatorie o addirittura violente (basti pensare che pochi giorni fa un corteo di pickup di sostenitori di Trump ha cercato di speronare e mandare fuori strada il pullman della campagna di Biden). Ma anche una grossa fetta della base democratica, che già percepisce il risultato del 2016 come un'”elezione rubata” a causa della ben nota sconfitta di Trump contro Clinton nel voto popolare complessivo (che è però ininfluente nel sistema elettorale americano), appare pronta a scendere in strada contro la prospettiva che i Repubblicani possano riprendere la Casa Bianca in modo ancora più rocambolesco e poco trasparente rispetto a quattro anni fa, per cui il rischio di scontri si fa sempre più minaccioso.

Quel che è sicuro è che questa elezione non assomiglia né alle nette vittorie democratiche con Obama nel 2008 e 2012, né all’improvviso ma altrettanto netto ribaltone di Trump del 2016, ma semmai a quella del 2000 fra Bush e Gore, che si trascinò per settimane prima di arrivare a un risultato definitivo, e in quel caso fu il candidato democratico a tirarsi indietro per “non spaccare la Nazione”, cosa che è improbabile che possano fare Trump o Biden, dal momento che gli Stati Uniti già sono spaccati nettamente in due fazioni sempre più polarizzate e contrapposte, che non si differenziano più solo per le opinioni e l’appartenenza politica, ma anche per la cultura, gli stili di vita e il modo stesso di intendere il fatto di essere cittadini americani (e non a caso si accusano a vicenda di non essere dei veri Americani), al punto che ormai questi due gruppi non si riconoscono quasi più come legittimi interlocutori politici.

Questa situazione non cambierà sicuramente nel breve periodo, sia che alla fine prevalga Biden o che la spunti invece Trump: come ha detto durante la nottata il commentatore politico della CNN Van Jones, l’elettorato progressista si aspettava da queste elezioni non solo una vittoria politica che riportasse un Presidente democratico alla Casa Bianca, ma anche una vittoria morale che spazzasse via Trump e dimostrasse in modo inappellabile che questi ultimi quattro anni sono stati un errore, ma così non è stato. Per giunta, se la vittoria politica al momento è in bilico, la vittoria morale va decisamente a Trump, che ha dimostrato di non essere una semplice meteora di passaggio, bensì il capostipite di una nuova proposta politica capace non solo di mettere radici, ma anche di espandersi in fasce di elettorato inaspettate come quello ispanico, in cui il Presidente ha guadagnato diversi punti percentuali dappertutto, cosa che i Repubblicani, specie quelli più centristi e moderati, si proponevano di fare da anni senza successo.

Se anche The Donald non venisse riconfermato alla Casa Bianca, è improbabile che sparisca dalla scena politica, al contrario è probabile che assumerebbe un ruolo informale da “capo dell’opposizione” simile ha quello che ha avuti in questi ultimi quattro anni Obama, e nulla gli impedirebbe di ricandidarsi nel 2024, o di candidare la figlia Ivanka se si dovesse sentire troppo vecchio (se vi sembra fantapolitica, ricordate che l’eredità politica di George Bush senior fu raccolta proprio dal figlio George Bush junior, che succedette a Bill Clinton che aveva sconfitto suo padre). La stessa Ivanka che potrebbe candidarsi comunque per succedere al padre nel 2024 se quest’ultimo mantenesse il suo posto alla Casa Bianca, magari andando a sfidare a quel punto l’astro nascente della sinistra del Partito Democratico, quella Alexandria Ocasio Cortez che potrebbe trovarsi la strada spianata di fronte a sé nel caso in cui il candidato espresso dai Democratici centristi e moderati fallisse per la seconda volta di fila contro Trump.

Non sappiamo ancora dunque chi siederà nello Studio Ovale tra pochi mesi, ma sappiamo che il Trumpismo, o nazionalismo populista, o nuova Destra sociale in salsa americana comunque si voglia chiamare la proposta politica di Trump, è qui per restare.

Il tempismo è fondamentale: non è il momento di perdere l’occasione

Articolo scritto da Filippo Simeone, coordinatore del circolo del Distretto Ceramico e membro della segreteria regionale dell’Emilia-Romagna per le tematiche di welfare, tassazione e politiche abitative.

Abbiamo visto tutti in queste ore le immagini di proteste molto violente in varie città d’Italia: vetrine distrutte, auto di gente comune date alle fiamme e cori violenti contro le istituzioni. Scene aberranti ed inutili, da condannare, sempre.

Ma attenzione. Sapete cosa causa una rivolta? Il disagio sociale. Certo, vi sono stati gli incendiari e i fomentatori della folla, che molte volte sono persone losche e cupe, ma senza una situazione di precarietà economica e umana pregressa non accadrebbe nulla. Credo che occorra analizzare quella rabbia e discernere i violenti dalla scintilla che causato quella violenza contro lo Stato. La domanda porci è: lo Stato manca veramente da anni in quelle zone? Purtroppo molte volte la risposta è sì.

Oltre a questi eventi vi sono state anche manifestazioni non violente da parte di commercianti, di professionisti dello spettacolo e altre migliaia e migliaia di cittadini comuni che chiedevano risposte a quesiti che per loro sono vitali, perché molte volte la loro professione è letteralmente la loro vita. Personalmente, ritengo che le misure adottate siano state prese con lo scopo di prevenire numeri come quelli che abbiamo visto a primavera inoltrata, dove al posto dei vari cortei vi erano le camionette dei militari a trasportare le salme dei nostri morti. Lungi da me, quindi, dire che sono misure sbagliate, ma ammettiamo che sicuramente sono state pesantissime e poco comprese.

Il nemico oggi è il virus e non lo Stato, ma vorrei sottolineare che vi è stata un’esplosione delle disuguaglianze di reddito e di sicurezza sul lavoro, e non una loro comparsa. La precarietà del lavoro, il malfunzionamento dell’INPS, gli ospedali con pochi posti letto in terapia intensiva, il trasporto pubblico inefficiente e di scarsa qualità, le scuole pollaio e mal organizzate. Potrei, purtroppo, elencare a lungo i risultati di scelte sconsiderate fatte dai governi che si sono susseguiti e che affondano le loro radici negli anni ’80.

Ciò che mi lascia molto l’amaro in bocca è che già durante la prima ondata ci è stato detto che nei mesi più freddi ce ne sarebbe stata una seconda. Nonostante ciò, l’estate è stata tutta concentrata sia a livello temporale, nel mese di Agosto, sia a livello geografico perché i casi al sud, nelle isole, ma anche nella riviera romagnola, sono state frutto di una sottovalutazione continua, come se il peggio fosse passato.

Mentre accadeva tutto ciò, il governo era impegnato in una difficilissima trattativa europea per il fondi comunitari e a valutare altri strumenti per tappare i buchi che il lockdown aveva causato. Fallendo molte volte nell’impresa di far arrivare a tutti i lavoratori e alle aziende il sostegno economico pattuito, in quanto la macchina pubblica è notoriamente un pachiderma.

Parliamoci chiaro: non eravamo pronti alla prima ondata e non ci siamo fatti trovare pronti per la seconda. La causa? Decenni di smantellamento dello Stato sociale. Non si poteva chiedere a questo Governo – e alla macchina pubblica in generale – di fare in 4 mesi quello che normalmente avrebbe fatto letteralmente nell’arco di circa 10 anni. Questa non è una giustificazione, ma una constatazione, poiché per colpa dei tagli ai servizi c’è chi ha subito un contraccolpo mortale.

Il passato non si può riscrivere, ma si può certamente rimediare per il futuro! Non voglio fare un paper di finanza pubblica, ma banalmente gli indicatori economici dicono che il nostro debito pubblico sta schizzando oltre il 150% rispetto al PIL, che ci attesta ad essere nuovamente un paese BBB, ma recentemente il nostro outlook è passato da negativo a positivo, ovvero siamo in una situazione di stabilità finanziaria per i nuovi titoli che emetteremo.

Ciò ha implicato che i nuovi titoli di stato italiani abbiano avuto addirittura dei rendimenti negativi che dimostrano quanto gli investitori credano nel progetto che stiamo mettendo in campo. Il Tesoro ha collocato durante questa settimana in asta 750 milioni di euro di Btp indicizzati con scadenza maggio 2026, a un rendimento lordo di -0,15%. Le richieste sono state pari a 1,164 miliardi di euro, per non parlare di BOT e CTZ a scadenza quinquennale che hanno tassi ancora più inferiori, infine i BTP a 15 anni rendono poco sopra l’1%.

Arrivando al punto, verrebbe quindi da dire che l’Italia possa affrontare in solitaria questa sfida economica e sociale di portata enorme, ma pensare questo è un grave errore. Oggi non serve solo tappare il buco del mancato reddito, ma costruire un’infrastruttura solida che garantisca il rimbalzo economico, perché altrimenti come si è volati in alto si può tornare in basso altrettanto (se non più) velocemente.

Detto questo, l’Italia non può fare affidamento solo sulle proprie forze e quindi mi pare assurdo che in momento del genere ci sia ancora un balletto politico sull’utilizzo dei fondi europei, che sono più di 70 miliardi a fondo perduto e circa 200 miliardi di prestiti, ma garantiti dall’UE con tassi nuovamente negativi. Misure impensabili fino a qualche anno fa.

Ieri la Commissione europea ha elargito la prima tranche di 10 dei 27 miliardi di SURE, cioè un sostegno per i cassaintegrati e per le aziende che sono andate in crisi: un aiuto concreto e diretto sui conti dei bisognosi. Questa è l’Europa giusta e solidale, che noi persone di Sinistra abbiamo sempre cercato di costruire e che allo scoppio della crisi dei debiti sovrani non avevamo neanche lontanamente, ma – repetita iuvant – questo è solo un palliativo, il problema è strutturale e tutto italiano. Per cui, ottimi i soldi di SURE e del nuovo bilancio europeo, ma l’Italia ha bisogno, per mettersi adeguatamente in sicurezza, anche di utilizzare tutti i fondi europei disponibili: i prestiti del piano Next Generation EU e soprattutto il MES. Credere che vi sia uno stigma nell’utilizzo di questi prestiti da parte degli investitori è sbagliato, perché il loro utilizzo significherebbe impegnarsi a correggere storture decennali nel nostro Paese, mentre il non utilizzo ci condanna agli occhi dell’opinione pubblica, ma anche concretamente nella vita di tutti i giorni, alla colpa di continuare a commettere sempre gli stessi errori.
Abbiamo parlato per mesi della mancanza di personale negli ospedali, di posti letto insufficienti e – aggiungo – di salari troppo miseri per i medici e infermieri.
Allora “Hic Rhodus, hic salta!”. Investiamo sulla sanità subito! Non abbiamo più scuse.

Il problema è squisitamente politico, in particolare nella maggioranza di governo. Qui tocca a noi del PD e della Sinistra tutta intraprendere una battaglia, non solo generazionale per il futuro prossimo, ma anche di ristrutturazione e redistribuzione economica del paese che dia lavoro già da subito dopo l’inizio della diffusione del vaccino. Citando Keynes: “La difficoltà non risiede nelle idee nuove, ma nello sfuggire a quelle vecchie”. Ecco: le idee vecchie sono quelle dell’austerità, che ha comportato sempre e solo un taglio della qualità della vita e un abbassamento del potere d’acquisto dei lavoratori, in quanto dovevano compensare i mancati servizi che precedentemente erogava lo Stato. Mentre le idee “nuove” sono rappresentate da tutti quei meravigliosi piani su cui discutiamo da decenni nei vari convegni sull’importanza di investire su scuola, ricerca universitaria, transizione ecologica e lotta all’evasione fiscale, ma che non abbiamo mai realizzato perché troppo impegnati a elargire bonus e a commentare il fatto politico del giorno, senza risolvere concretamente nulla. Servono investimenti titanici sugli assets fondamentali del paese, perché altrettanto titanici sono i deficit.

Il ritorno alla normalità pre-crisi COVID era, ed è, parte del problema.
“Tempi avversi creano uomini forti. Uomini forti creano tempi tranquilli. Tempi tranquilli creano uomini deboli. Uomini deboli creano tempi avversi.” In sostanza, quindi, tutto si riassume in mancanza di una classe dirigente che sappia ragionare di politica. I piani del Governo per il Mezzogiorno, per l’investimento green e le attività finanziarie di CdP vanno nella direzione giusta. Continuiamo su questa via.
Non possiamo permetterci il lusso di sprecare questa occasione storica.

Sempre in lotta contro il Caporalato

Immaginate di arrivare in un paese che non vi vuole, vi rifiuta e, soprattutto, vi teme: crede che voi siate la causa della maggior parte dei suoi problemi. 
Siete poveri, assillati dalla fame, ma soprattutto vi sentite e siete #soli. Fareste di tutto per non morire di fame.

Questo è quello che è successo a 45 richiedenti asilo, #pakistani e #afghani, vittime di un sistema di #caporalato che imponeva loro di lavorare 60-80 ore a settimana per una paga da fame. Sembra, infatti, che questi ragazzi finissero per guadagnare solo 250 euro al mese, di cui 200 venivano impiegati per l’alloggio. 
I quattro pakistani che gestivano questo sistema #criminale sono stati arrestati, mentre sono stati #denunciati i titolari delle aziende agricole romagnole che ne hanno fatto uso.

Questo purtroppo non è un episodio isolato, siamo di fronte, invece, ad un sistema forte e diffuso su tutto il territorio nazionale, del quale l’immigrato costituisce il perno centrale e bisogna rendersi conto che non è più un problema solo del meridione: proprio per questo ci auguriamo che le attività investigative non si fermino e possano condurre alla scoperta di altri casi analoghi.

Pertanto, molto bene l’intervento delle forze dell’ordine che ha posto fine a questa vicenda, ma, come la stessa #CGIL Emilia-Romagna ha sottolineato, questo non può bastare se si vuole realmente combattere questo fenomeno. È altresì necessaria un’attività di #prevenzione che impedisca sul nascere simili scenari: perciò è doveroso dare piena attuazione alla legge contro il caporalato la 199/2016, lavorando, allo stesso tempo, per portare coloro che vengono impiegati nel sommerso alla legalità e sotto la sfera di protezione sindacale. In tale prospettiva sarebbe auspicabile puntare sui centri per l’impiego al fine di rendere trasparente il collocamento dei lavoratori.

Ancora una volta si rivela illuminante quel che diceva Sandro #Pertini: “non ci può esser vera libertà senza giustizia sociale”.

Recovery Found, schiaffo agli egoismi nazionali

Il piano Next Generation EU, presentato ieri dalla Commissione #Europea, ha un valore complessivo di 750 miliardi di euro, di cui: 

– Un fondo di 500 miliardi di sovvenzioni senza obbligo di restituzione per gli Stati membri.

– Un fondo di 250 miliardi destinato a finanziare prestiti per gli Stati membri.

172,7 miliardi di euro sono destinati all’Italia.
Una parte di questi, pari a circa 81 miliardi, rappresenta una quota di #investimento a fondo perduto per il nostro Paese. 

La proposta della #Commissione prevede, fra le altre cose, la possibilità dell’introduzione di nuove risorse proprie dell’Unione Europea con cui coprire una parte dei costi del piano: si fa riferimento, in particolar modo, alla possibilità di nuovi strumenti di #tassazione da introdurre, fra i quali una #webtax per le multinazionali del digitale e una tassa sull’anidride #carbonica

Come Giovani Democratici Emilia-Romagna, crediamo che la proposta avanzata a livello europeo vada nella direzione giusta. Auspichiamo che il Consiglio europeo si pronunci in senso favorevole, facendo prevalere lo spirito di #solidarietà sugli egoismi nazionali. 

Sarebbe importante dare un segnale ulteriore, approvando serie misure di carattere #fiscale, a livello europeo, compatibili con le idee di redistribuzione dei profitti dei giganti del web e di sanzione delle industrie inquinanti.